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Calabria nel baratro ISTAT: povera, malata e abbandonata. Ultima per sanità, welfare (46 euro a testa) e disuguaglianze

Calabria

IL RAPPORTO

Calabria nel baratro ISTAT: povera, malata e abbandonata. Ultima per sanità, welfare (46 euro a testa) e disuguaglianze

Il rapporto ISTAT fotografa l’emergenza: la Calabria si attesta al minimo nazionale con soli 46 euro pro capite per il welfare comunale e il finanziamento sanitario più basso d’Italia (2.167 euro per abitante), a fronte di un rischio povertà che al Sud supera il 30% e di un tasso NEET del 20,2%.

Marco Garofalo

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Calabria Istat 2026

COSENZA – Il Rapporto Annuale ISTAT restituisce un’Italia a due velocità. Mentre il Nord consolida occupazione e benessere, la Calabria e il Mezzogiorno rimangono intrappolate in un sistema di svantaggio strutturale che abbraccia reddito, lavoro, salute e welfare. I dati parlano chiaro: la distanza non si colma. Con una spesa sociale 13 volte inferiore a Bolzano, stipendi mediani sotto i 6.000 euro per i lavoratori vulnerabili e un’insicurezza alimentare che nel Mezzogiorno tocca il 13,2%, la Calabria sconta il massimo mismatch tra l’alto bisogno di cure e le risorse effettive erogate.

L’Italia nel 2025: crescita fragile e povertà che non arretra

L’economia italiana ha chiuso il 2025 con una crescita del PIL modesta, appena superiore allo zero in termini congiunturali. Le previsioni per il 2026 sono state riviste ulteriormente al ribasso, con stime che si attestano tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, ben al di sotto dei principali partner europei. Sullo sfondo, la produttività totale dei fattori continua a ristagnare e la digitalizzazione stenta a tradursi in reali guadagni di efficienza.

Sul fronte sociale, il quadro è preoccupante: nel 2025 quasi 11 milioni di persone — il 18,6 per cento della popolazione — si trovano a rischio di povertà, una quota sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Oltre 5,7 milioni di individui vivono in condizione di povertà assoluta (dati 2024), pari al 9,8 per cento della popolazione, per un totale di 2,2 milioni di famiglie. Un italiano su cinque dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà, quasi la metà non riesce a risparmiare nulla nell’arco di un anno.

Le disuguaglianze economiche «rimangono marcate ma stabili» con il Mezzogiorno costantemente al centro delle dinamiche di disagio più acute. Il divario territoriale non è un’emergenza congiunturale: è una costante strutturale del Paese.

La Calabria nel Rapporto ISTAT 2026

Nel 2025, le percentuali di rischio di povertà più elevate si registrano nelle Isole (35,4 per cento) e nel Sud (30,5 per cento), a fronte di valori sensibilmente inferiori nel Centro (15,1 per cento) e nel Nord (11,2 per cento nel Nord-ovest, 9,4 per cento nel Nord-est). La Calabria, regione del Sud continentale, si colloca pienamente in quest’area critica.

Anche la grave deprivazione materiale e sociale – l’incapacità di permettersi sette o più beni considerati essenziali – colpisce il 9,6% della popolazione nel Sud e l’8,0% nelle Isole, contro il 5,2 per cento nazionale. Il fenomeno della povertà persistente, quella che si protrae nel tempo, riguarda quasi il 15 per cento degli individui a livello nazionale, ma è il Mezzogiorno a concentrarne la quota più elevata. Sul fronte dell’insicurezza alimentare, l’incidenza di chi non può permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni è pari al 13,2 per cento nel Mezzogiorno (contro il 9,3 per cento nazionale), con differenze ancora più marcate per le famiglie a bassa istruzione: nel Sud, il 20,0 per cento di chi ha al massimo la licenza media soffre questa condizione.

Medici sanità ospedale salute commissariamento

Sanità: la Calabria ultima per finanziamento, prima per bisogno

Il dato sanitario è tra i più allarmanti dell’intero Rapporto. Nel 2024, il finanziamento effettivo del Servizio Sanitario Nazionale per abitante è pari a 2.167 euro pro capite in Calabria – il valore più basso a livello nazionale insieme alla Basilicata (2.190 euro), contro i 2.490 euro dell’Emilia-Romagna e i 2.441 euro della Liguria.

La paradossalità della situazione emerge confrontando le risorse con il bisogno reale: la Calabria è tra le regioni con la quota più alta di persone affette da multicronicità – ovvero con più patologie croniche contemporanee – eppure riceve una delle quote pro capite più basse di finanziamento sanitario. Il cosiddetto mismatch tra fabbisogno e risorse è massimo proprio in Calabria, che «impegna un ammontare di spesa inferiore a quello medio nazionale, nonostante presenti un livello di bisogno tra i più elevati».

Su mortalità e disuguaglianze sociali nella salute, Campania, Sicilia e Calabria sono idetificati come «i casi più critici, in cui l’alta mortalità e la forte disuguaglianza si combinano, delineando una doppia vulnerabilità». Un indice relativo delle disuguaglianze (RII) superiore alla media nazionale, combinato con tassi di mortalità tra i più elevati del Paese, segnala un sistema in cui nascere in Calabria comporta una speranza di vita ridotta e un accesso ai servizi sanitari strutturalmente più fragile.

Welfare: 46 euro pro capite. Il record negativo della spesa sociale

Se la sanità è il campo in cui la Calabria soffre di più, la spesa per i servizi e gli interventi socioassistenziali comunali rappresenta il dato simbolicamente più eloquente dell’intero Rapporto. Nel 2023, la spesa media dei Comuni italiani per abitante è di 135 euro. Al Nord-est si arriva a 177 euro. In Calabria si tocca il minimo assoluto nazionale: 46 euro pro capite. Il valore massimo, nella Provincia autonoma di Bolzano è di 576 euro — quasi tredici volte quello calabrese. Un divario che non si spiega solo con la diversa capacità fiscale degli enti locali, ma riflette decenni di infrastrutturazione sociale insufficiente, spesso incapace di intercettare e accompagnare le fasce più vulnerabili della popolazione.

Istat Rapporto 2026

Mercato del lavoro: occupazione in crescita, ma il divario rimane

Un miglioramento occupazionale è registrato anche nel Mezzogiorno nell’ultimo triennio, con una riduzione del divario rispetto al Nord. Tuttavia, nel 2025, il gap rimane imponente: circa 20 punti percentuali separano il tasso di occupazione del Sud da quello del Nord (25 punti per le donne). La Calabria si colloca tra le regioni con i tassi di occupazione più bassi d’Italia. Le giovani donne tra i 15 e i 34 anni residenti nel Mezzogiorno sono il gruppo più penalizzato: solo una su quattro è occupata. In un contesto in cui il tasso NEET (giovani che non studiano né lavorano) raggiunge il 20,2 per cento nel Sud, contro l’8,7 per cento al Nord, il rischio di perdere un’intera generazione alla partecipazione produttiva è concreto.

Le retribuzioni dei lavoratori del Mezzogiorno sono sistematicamente inferiori a quelle del Centro-nord. I lavoratori standard del Nord guadagnano circa 5.000 euro in più all’anno rispetto a quelli del Sud. Tra i lavoratori cosiddetti “vulnerabili”, le retribuzioni annuali mediane nel Mezzogiorno non superano i 6.000 euro, con un’incidenza di giorni senza contratto che sfiora il 50 per cento.

lavoro offerte 1

Povertà energetica: un moltiplicatore di disagio

La povertà energetica (l’incapacità di sostenere i costi dell’energia per riscaldamento, raffreddamento e usi quotidiani) è in crescita su tutto il territorio nazionale: dal 7,7 per cento del 2022 al 9,1 per cento del 2024. Ma ancora una volta il divario geografico è netto: il Sud si attesta al 12,7 per cento, le Isole al 14,6 per cento, mentre il Centro scende al 5,6 per cento. L’ISTAT descrive questa condizione come un «moltiplicatore di disagio», che compromette salute, capacità lavorativa e istruzione dei componenti familiari più giovani.

 

Istruzione: la variabile che protegge (ma non basta)

Il Rapporto conferma che il titolo di studio è il principale fattore di protezione dalla povertà: solo il 2,3 per cento dei laureati over 25 vive in povertà assoluta, contro il 15,1 per cento di chi ha al massimo la licenza media. Tuttavia, anche a parità di caratteristiche individuali, vivere nel Mezzogiorno aumenta significativamente la probabilità di trovarsi in povertà assoluta, a testimonianza che le politiche di istruzione da sole non sono sufficienti a riequilibrare le diseguaglianze strutturali di contesto. Sul fronte dell’accesso all’università, la Calabria ospita atenei con bacini di attrazione locali e redditi familiari degli iscritti tra i più bassi del Paese, parte del cosiddetto “quarto gruppo” identificato università del Mezzogiorno con mobilità ridotta e profili socioeconomici svantaggiati.

Studenti universitari 1

La Calabria come specchio delle disuguaglianze strutturali italiane

Il Rapporto Annuale ISTAT 2026 non lascia spazio a letture ottimistiche per la Calabria. La regione si colloca stabilmente agli ultimi posti nelle classifiche nazionali di benessere economico, spesa sanitaria, welfare locale, occupazione e accesso ai servizi essenziali. Non si tratta di un’emergenza circoscritta, ma di un sistema di svantaggio che si autoalimenta: minori risorse pubbliche, minori servizi, minore attrattività per investimenti e capitale umano, maggiore emigrazione — soprattutto di giovani laureati.

La doppia vulnerabilità descritta dall’ISTAT — alta mortalità e forte disuguaglianza — non è una metafora sociologica. È la condizione quotidiana di centinaia di migliaia di calabresi che, secondo i dati ufficiali, non dispongono delle stesse opportunità di salute, lavoro e protezione sociale garantite ai cittadini delle regioni del Centro-nord. Il Rapporto chiede politiche integrate capaci di sostenere natalità, occupazione e accesso equo ai servizi. La sfida è quella di costruire (o ricostruire) un sistema di welfare territoriale che oggi, a 46 euro pro capite di spesa sociale, esiste appena.

 

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