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«La Calabria ‘verde’ non si racconta con gli slogan: il surplus elettrico è ancora figlio del gas»

Calabria

l'analisi

«La Calabria ‘verde’ non si racconta con gli slogan: il surplus elettrico è ancora figlio del gas»

Il Prof. Menniti smonta la narrazione della ‘Calabria verde’: “Usare i dati ambientali come paravento è marketing energetico. Senza vincoli su accumuli e nuove rinnovabili, i data center aiuteranno solo i colossi del gas”

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fotovoltaico comuni rinnovabili 2016 1

Risposta all’articolo di QuiCosenza sulla presunta Calabria tra le regioni più avanzate nella transizione energetica

Prof. Ing. Daniele Menniti Ordinario di Sistemi Elettrici per l’Energia, Università della Calabria

C’è un modo elegante per nascondere un problema: prendere un dato vero, isolarlo dal suo contesto e trasformarlo in una narrazione rassicurante. È ciò che rischia di accadere quando si racconta la Calabria come una regione già “verde”, quasi esemplare nella transizione energetica, senza spiegare da dove venga davvero il suo enorme surplus elettrico e senza distinguere tra consumi energetici complessivi, produzione elettrica e fonti effettivamente utilizzate.

L’articolo di QuiCosenza richiama la piattaforma CIRO, elaborata da Italy for Climate con ISPRA, e sottolinea che la Calabria avrebbe una quota di energia da fontes rinnovabili pari al 35% dei consumi complessivi, quasi il doppio della media nazionale. È un dato interessante, che non va negato. Ma proprio quell’articolo ricorda anche che la regione presenta un significativo ritardo nello sviluppo recente della transizione, che la quota di conseguimento del target rinnovabili al 2030 si ferma al 16%, contro il 31% medio nazionale, che gli investimenti e le infrastrutture procedono lentamente e che le comunità energetiche attive sono ancora limitate.

Dunque il punto non è negare gli elementi positivi. Il punto è impedire che essi vengano usati come paravento. Una regione può avere una quota rinnovabile apprezzabile sui consumi energetici complessivi, una buona agricoltura biologica e consumi pro capite bassi, ma restare, sul piano elettrico, una piattaforma di produzione largamente fondata sul gas naturale. Ed è precisamente questo il caso calabrese.

Il dato elettrico che la narrazione “green” non deve oscurare

I numeri Terna 2024 sono inequivocabili. La Calabria ha avuto una richiesta elettrica regionale pari a 6.125,9 GWh e consumi finali pari a 5.050,4 GWh. Nello stesso anno la produzione destinata al consumo è stata di 13.024,5 GWh, con un supero rispetto alla richiesta, cioè un export netto verso le altre regioni, pari a 6.898,6 GWh.

La Calabria, quindi, produce molto più di quanto richieda. Ma questo non significa affatto che il surplus sia un surplus di rinnovabili. Nel 2024 la produzione lorda termoelettrica tradizionale in Calabria è stata pari a 9.481,5 GWh, cioè circa il 70,8% della produzione lorda totale regionale. Nello stesso anno idroelettrico, eolico e fotovoltaico insieme hanno prodotto 3.919,7 GWh: una quota importante rispetto alla richiesta regionale, ma non sufficiente a spiegare il supero esportato verso il resto del sistema elettrico nazionale.

I numeri da non dimenticare – Calabria 2024

GrandezzaValore
Richiesta elettrica regionale

6.125,9 GWh

Consumi finali

5.050,4 GWh

Produzione destinata al consumo

13.024,5 GWh

Supero/export netto verso altre regioni

6.898,6 GWh

Produzione lorda termoelettrica tradizionale

9.481,5 GWh

Produzione lorda idro + eolico + fotovoltaico

3.919,7 GWh

La verità, allora, è semplice: la Calabria esporta energia elettrica, ma non perché abbia “troppe rinnovabili”. Esporta soprattutto perché ospita una produzione termoelettrica a gas molto rilevante. Confondere questi piani significa trasformare un dato statistico in propaganda.

Quattro grandi centrali a gas non sono un dettaglio

Il Rapporto preliminare del Piano Regionale Integrato Energia e Clima della Calabria ricorda con chiarezza che, nella produzione elettrica regionale, la principale fonte di energia primaria destinata alla trasformazione è stata il gas naturale, che alimenta le quattro centrali presenti in Calabria: Scandale, Simeri Crichi, Rizziconi e Altomonte. Lo stesso documento osserva che il surplus o supero di produzione avviene ad opera delle centrali termoelettriche a gas.

Altro che particolare marginale. Le centrali a ciclo combinato non sono un residuo trascurabile del passato: sono state e restano il cuore del surplus elettrico calabrese. Per questo parlare di Calabria “verde” senza dire che il bilancio elettrico regionale è ancora dominato dal gas è, tecnicamente, una mezza verità. E le mezze verità, quando entrano nel dibattito pubblico, diventano spesso bugie politicamente utili.

La Calabria ha certamente eolico, solare, idroelettrico, risorse naturali, competenze universitarie e possibilità enormi di sviluppo. Ma una cosa è dire che la Calabria può diventare una regione strategica per le rinnovabili; altra cosa è raccontare che lo sia già, come se il termoelettrico a gas non pesasse ancora per la parte largamente prevalente della produzione elettrica lorda.

Il trucco del denominatore: energia complessiva, elettricità e consumi bassi

La quota del 35% di rinnovabili sui consumi complessivi non può essere usata come se descrivesse automaticamente la produzione elettrica esportata dalla regione. Sono grandezze diverse. I consumi energetici complessivi includono usi termici, trasporti, biomasse, consumi civili e agricoli; il bilancio elettrico riguarda invece produzione, richiesta, perdite di rete e scambi con le altre regioni.

Inoltre, consumi energetici pro capite bassi non sono sempre e soltanto un indicatore di virtù ambientale. In una regione fragile, con bassa industrializzazione, aree interne che si spopolano e redditi tra i più deboli del Paese, consumare poco può significare anche povertà energetica, debolezza produttiva e minore presenza industriale. Non basta consumare poco per essere avanti nella transizione: bisogna sostituire fonti fossili con rinnovabili, accumuli, efficienza, reti intelligenti e comunità energetiche reali.

agricoltura-biologica_energie-rinnovabili

Anche l’agricoltura biologica, pur essendo un valore importante, non cancella il dato elettrico. Avere superfici agricole coltivate con metodi biologici è certamente positivo, ma non trasforma automaticamente una regione con quattro grandi centrali a gas in un modello compiuto di decarbonizzazione elettrica.

Data center e grandi carichi: sviluppo o nuova domanda per il gas?

Il tema diventa ancora più delicato se si collega questa narrazione alla proposta, rilanciata dal Presidente Occhiuto nell’intervista al Corriere della Sera, di ospitare data center o aziende energivore in Calabria, anche nella prospettiva di prezzi zonali o di un “federalismo energetico”. La proposta non è sbagliata in assoluto. Sarebbe anzi interessante se fosse costruita su nuova capacità rinnovabile addizionale, accumuli, contratti orari coerenti con la produzione rinnovabile, flessibilità misurabile e benefici certi per il territorio.

Ma se grandi carichi elettrici stabili venissero attratti senza questi vincoli, l’effetto potrebbe essere molto diverso da quello raccontato ai cittadini. Invece di far crescere davvero le rinnovabili, essi potrebbero aumentare la domanda elettrica servita dal termoelettrico, soprattutto nelle ore in cui fotovoltaico ed eolico non producono o producono poco. In pratica, si rischierebbe di presentare come politica per le rinnovabili ciò che, nei fatti, può diventare ossigeno economico per la generazione a gas.

Qui sta il punto politico. La crescita delle rinnovabili riduce progressivamente le ore di funzionamento economicamente convenienti delle centrali a gas, che tendono a diventare sempre più risorse di backup e flessibilità. Se, di fronte a questo scenario, si crea nuova domanda stabile senza imporre addizionalità rinnovabile, accumuli e flessibilità, il beneficio potrebbe non andare ai cittadini calabresi, ma a chi ha interesse a mantenere redditizio il parco termoelettrico.

La condizione minima per parlare seriamente di transizione

Ogni nuovo grande carico energivoro dovrebbe essere subordinato a condizioni precise e verificabili:

  • Nuova capacità rinnovabile addizionale sul territorio;

  • Sistemi di accumulo o flessibilità misurabile;

  • Contratti di approvvigionamento elettrico su base oraria coerenti con i profili di produzione delle fonti rinnovabili;

  • Benefici tariffari, economici o infrastrutturali effettivamente ricadenti sul territorio;

  • Preventiva verifica dell’impatto sulle reti;

  • Piena trasparenza sugli effetti per cittadini e imprese calabresi.

In definitiva, la logica dovrebbe essere analoga a quella dell’autoconsumo e dell’energia condivisa nelle Comunità Energetiche Rinnovabili. Non basta localizzare un grande consumo elettrico in Calabria per poterlo qualificare come utile alla transizione energetica. Occorre che quel consumo sia coordinato con nuova generazione rinnovabile, accumuli e flessibilità, in modo da massimizzare la contemporaneità tra produzione e domanda e da evitare che l’aumento dei carichi finisca semplicemente per sostenere nuova o maggiore produzione termoelettrica da gas.

La Calabria non ha bisogno di favole verdi

La Calabria non ha bisogno di favole verdi. Ha bisogno di verità tecniche, di scelte industriali coraggiose e di una politica energetica che non usi le rinnovabili come copertura retorica per continuare a reggere un modello fondato sul gas. La regione può diventare un laboratorio serio della transizione: eolico meglio integrato, fotovoltaico molto più diffuso, accumuli, comunità energetiche, autoconsumo, reti intelligenti, efficienza, idroelettrico usato con intelligenza come risorsa di flessibilità e non evocato come inesistente abbondanza energetica.

Ma per farlo bisogna smettere di confondere il surplus elettrico con il surplus rinnovabile. Dire che la Calabria è già una regione “verde” perché ha alcuni indicatori ambientali positivi è troppo comodo. La domanda vera è un’altra: da quale fonte arriva l’energia che produce ed esporta? La risposta, guardando i dati Terna e gli stessi documenti regionali, è scomoda ma chiara: arriva ancora in larghissima parte dal gas.

Per questo la narrazione va rovesciata. Non “Calabria verde” per giustificare nuovi consumi energivori. Ma Calabria davvero rinnovabile per sostituire il gas, ridurre la dipendenza dalle fossili, trattenere valore nei territori e dare benefici reali ai cittadini. Tutto il resto è solo marketing energetico: magari ben confezionato, ma incapace di cambiare la realtà.

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