Area Urbana
L'ALLARME
Carcere di Cosenza: tra emergenza sovraffollamento e sicurezza. FP CGIL: «Situazione critica, pronti alla protesta»
Sovraffollamento, carenza di personale e gestione dei detenuti psichiatrici: il sindacato attacca le scelte del Governo e chiede un tavolo di confronto urgente. «Violato l’articolo 27 della Costituzione»

COSENZA — La situazione all’interno del Carcere di Cosenza è ormai vicina al punto di non ritorno. A lanciare un durissimo grido d’allarme è la FP CGIL Polizia Penitenziaria, che parla di un contesto emergenziale quotidiano, aggravato drammaticamente dai fatti accaduti nelle ultime settimane. Il sindacato denuncia un pericoloso cortocircuito che sta mettendo a dura prova la tenuta dell’intero sistema penitenziario bruzio, schiacciato tra il dramma del sovraffollamento e una gestione del personale ritenuta fallimentare.
Sovraffollamento e sicurezza: l’attacco della FP CGIL al Governo
La nota siglata da Lucia Covello (Coordinatrice Provinciale) e Angelo Boeti (Coordinatore Regionale della FP CGIL Polizia Penitenziaria) non usa giri di parole e punta il dito contro l’attuale gestione della sicurezza e della giustizia: «L’unica strada percorsa da questo governo sul tema “sicurezza” è quella dell’inasprimento delle pene. In sostanza, si riempiono ancora di più gli istituti penitenziari di persone che devono scontare condanne, invece di incrementare gli organici e migliorare le condizioni di lavoro di chi ci opera». Secondo i rappresentanti dei lavoratori, gli annunci della politica e dei dirigenti degli ultimi anni avrebbero dipinto una realtà virtuale, totalmente smentita dalla quotidianità vissuta da agenti e ristretti all’interno della struttura cosentina.
Carcere di Cosenza, organico ridotto, spazi e detenuti psichiatrici
Per evitare il collasso definitivo della struttura penitenziaria di Cosenza, la sigla sindacale evidenzia tre nodi cruciali che la politica e le istituzioni non possono più ignorare. Il sovraffollamento cronico: celle sature che minano le condizioni dignitose di vita dei detenuti, la carenza di organico della Polizia Penitenziaria con turni massacranti e personale sotto stress e la gestione dei detenuti psichiatrici. Una questione delicata che richiede strutture e competenze specifiche, attualmente scaricata sulla gestione ordinaria dei reparti.
Il sindacato sottolinea come l’attuale stato delle cose metta fortemente in discussione il mandato costituzionale sancito dall’Articolo 27 della Costituzione, che prevede il senso di umanità della pena e la finalità rieducativa: «Un tale stato di emergenzialità è indegno per un paese civile».
Pronti alle misure di protesta
Non c’è più tempo da perdere. La FP CGIL chiede con fermezza l’apertura immediata di un tavolo di confronto costruttivo e serio con i vertici istituzionali per affrontare i gravi fatti che si registrano quotidianamente. La richiesta è chiara: se le problematiche sollevate dovessero rimanere ancora una volta senza risposta, i lavoratori della Polizia Penitenziaria di Cosenza sono pronti a incrociare le braccia. Il sindacato ha infatti annunciato che l’adozione di severe misure di protesta diventerà «ineluttabile» per tutelare l’incolumità, i diritti e la dignità di tutti gli operatori penitenziari.
Il report shock di Antigone: «sovraffollamento record al 139%»
Un quadro drammatico, specchio di un sistema penitenziario che sta letteralmente scoppiando. Il XXII Rapporto di Antigone, significativamente intitolato “Tutto chiuso”, fotografa una realtà senza precedenti per le carceri italiane: il tasso di sovraffollamento delle carceri in Italia ha raggiunto la soglia critica del 139,1%. I numeri parlano chiaro. Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare teorica di 51.265 posti. La realtà è però ancora più grave: i posti realmente disponibili sono appena 46.318. Nonostante gli annunci dell’esecutivo su un “Piano carceri”, da quando il progetto è stato avviato i posti effettivi sono addirittura diminuiti di 537 unità.

I numeri dell’emergenza: record di affollamento e suicidi
La crisi strutturale si traduce in una crescita esponenziale delle tensioni interne e degli atti drammatici. Dall’inizio del 2026 i suicidi in carcere sono già 24, dopo il drammatico picco dello scorso anno che ha visto 82 persone togliersi la vita dietro le sbarre.
Anche l’indice di violenza è in netta ascesa: le aggressioni contro il personale di Polizia Penitenziaria sono aumentate del 12,4%, mentre gli scontri tra detenuti hanno subito un’impennata del 73% nell’arco di soli quattro anni. Inoltre, si registra un dato doloroso sul fronte dei minori: i bambini ristretti in carcere insieme alle loro madri sono più che raddoppiati, raggiungendo quota 26.
La mappa del sovraffollamento in Italia
La distribuzione del sovraffollamento non è omogenea, ma delinea una mappa dell’emergenza acuta:
| Tipologia di Istituto | Numero di strutture in Italia |
| Istituti non sovraffollati | Appena 22 in tutta Italia |
| Istituti con affollamento $\ge$ 150% | 73 strutture |
| Istituti con affollamento $\ge$ 200% (Doppio della capienza) | 8 strutture |
L’accusa di Antigone: «Reati in calo, pesano le politiche del Governo»
L’aspetto più paradossale evidenziato nel report riguarda l’andamento della criminalità. In Italia i reati restano stabili (con un calo dell’8% registrato all’inizio del 2025), diminuiscono gli ingressi in struttura e cala l’uso della custodia cautelare, che oggi interessa il 24,1% dei ristretti. Anche i reati più gravi, come gli omicidi, sono in flessione (326 nel 2024 rispetto ai 341 dell’anno precedente), con un calo significativo dei femminicidi da parte di partner o ex partner nel primo trimestre del 2026 (passati da 11 a 5 casi). Perché, allora, le carceri scoppiano? L’associazione Antigone punta il dito contro l’approccio normativo della legislatura:
«A crescere sono le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena».

Il nodo della recidiva: un sistema che non rieduca
Il report evidenzia il fallimento della funzione rieducativa della pena. Il 60% dei detenuti trascorre l’intera giornata chiuso in cella senza svolgere alcuna attività. Solo il 29,3% della popolazione carceraria lavora, appena il 31% segue percorsi scolastici e un esiguo 3% è iscritto a corsi universitari. Questa assenza di investimenti sui percorsi di reinserimento alimenta un tasso di recidiva altissimo:
Prima carcerazione: 40,8% dei detenuti
Da 1 a 4 volte in carcere: 45,9% dei detenuti
Da 5 a 9 volte in carcere: 10,6% dei detenuti
Oltre 10 volte in carcere: 2,7% dei detenuti
Lo stop alle misure alternative: «Così si viene murati vivi»
A bloccare l’ultimo sbocco di decompressione del sistema è il rallentamento delle misure alternative alla detenzione. “Dal carcere si esce sempre meno. Si viene murati vivi”, denuncia con forza Antigone. I dati del 2025 mostrano una preoccupante inversione di tendenza: gli affidamenti in prova ai servizi sociali sono scesi a 24.627 (erano 26.151 nel 2024) e i nuovi casi di detenzione domiciliare sono calati a 13.519 (rispetto ai 14.247 dell’anno precedente). Si tratta di un freno ingiustificato se si considera che, alla fine del 2025, ben 24.348 reclusi avevano un residuo pena inferiore ai tre anni — e quindi i requisiti potenziali per l’accesso alle misure esterne — tra cui ben 7.790 persone con meno di dodici mesi di condanna ancora da scontare.



















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