Ionio
ennesima aggressione
Carcere di Rossano: agente in ospedale aggredito a schiaffi e pugni. “Sistema al collasso, lo Stato risponda”
Aggressione nel reparto Alta Sicurezza del carcere di Rossano. Il sindacato AL.Si.P.Pe denuncia il collasso del sistema e l’emergenza dei detenuti psichiatrici. “Rischiare la vita non è parte del lavoro”

CORIGLIANO-ROSSANO – Non si ferma la scia di violenza che continua a flagellare gli istituti penitenziari italiani. L’ultimo grave episodio di cronaca si è consumato ieri mattina, all’interno della casa circondariale di Rossano. Presso il primo piano della delicata sezione di Alta Sicurezza (AS), un agente di Polizia Penitenziaria è rimasto vittima di una brutale e vile aggressione da parte di un detenuto di origini campane. A rendere pubblico l’accaduto è stato il Segretario locale del sindacato AL.Si.P.Pe (Alleanza Sindacale Polizia Penitenziaria), Simone Colapietro.
L’aggressione nel Carcere di Rossano: 5 giorni di prognosi
Secondo la ricostruzione fornita dal sindacalista, il pretesto che ha scatenato la violenza sarebbe legato a futili rivendicazioni in materia di lavoro penitenziario. Approfittando del momento di apertura delle celle per i passeggi ordinari, il detenuto si è introdotto illecitamente all’interno del box di servizio dell’agente. L’operatore è stato colpito violentemente al volto con pugni e schiaffi. Le contusioni riportate hanno reso indispensabile l’immediato trasporto al Pronto Soccorso, dal quale il poliziotto è stato successivamente dimesso con una prognosi di 5 giorni.
Dal sindacato è giunta immediatamente la totale e incondizionata vicinanza e solidarietà al collega, insieme agli auguri di una pronta guarigione. Tuttavia, come sottolineano con forza i rappresentanti dei lavoratori, “la solidarietà, oggi, non basta più” di fronte a un sistema che ha chiaramente superato il punto di non ritorno.
Il paradosso normativo: l’inapplicabilità dell’isolamento disciplinare
L’episodio di Rossano non è che la punta dell’iceberg di una criticità strutturale ed endemica. La Segreteria regionale AL.Si.P.Pe ha sollevato un velo di forte polemica sulla gestione normativa dei detenuti problematici, denunciando un vero e proprio corto circuito burocratico. A seguito della violenta aggressione, infatti, è stato impossibile applicare nei confronti del responsabile il regime di esclusione dalle attività in comune (ovvero l’isolamento disciplinare), misura rigorosamente prevista dall’Art. 78 del D.P.R. 230/2000. Il blocco della sanzione è dovuto al fatto che il detenuto aggressore risulta in cura per gravi patologie psichiatriche.
Il medico di guardia della struttura ha negato il necessario nulla osta sanitario, certificando l’incompatibilità del soggetto con il regime di isolamento. A questo paradosso se ne aggiunge un altro ancora più amaro: anche qualora il medico avesse concesso il via libera, l’isolamento sarebbe rimasto impraticabile a causa della cronica e totale assenza di posti disponibili nella struttura.
Il sindacato denuncia parallelamente la gravissima indisponibilità di intere sezioni o sub-sezioni atte a ospitare e separare adeguatamente i detenuti ai sensi dell’Art. 32 del medesimo D.P.R. 230/2000. Questa carenza logistica e strutturale rende di fatto impossibile una gestione sicura, mirata e differenziata dei soggetti più problematici o palesemente incompatibili con il regime ordinario della struttura.

La trasformazione delle carceri in “discariche psichiatriche”
L’organizzazione sindacale punta direttamente il dito contro le riforme dell’ultimo decennio, definendo l’attuale situazione come il diretto risultato del disastro derivato dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), sancita dalla Legge 81/2014, e dalla contestuale gestione fallimentare delle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Le carceri italiane sono state di fatto trasformate in veri e propri “contenitori di disagio psichiatrico”. In questo scenario di abbandono istituzionale, il personale di Polizia Penitenziaria viene lasciato completamente solo, privo di tutele, di adeguati strumenti sanitari e di una formazione specifica. Gli agenti si trovano a dover gestire, con compiti di sorveglianza pura, soggetti che necessiterebbero in via prioritaria di cure cliniche e strutture specialistiche e non certo di una detenzione ordinaria.
Alta Sicurezza come una polveriera: il fattore sovraffollamento
Un altro elemento di altissimo rischio riguarda l’inadeguatezza strutturale dei reparti ad alta densità. Risulta inconcepibile e pericolosissimo, per i rappresentanti sindacali, il mantenimento di sezioni di Alta Sicurezza caratterizzate da camerotti che arrivano a ospitare fino a 6 o 7 posti regolamentari. La concentrazione di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata in agglomerati così sovraffollati trasforma i reparti in vere e proprie polveriere. Tali spazi diventano visivamente inaccessibili e ad altissimo rischio per il personale di polizia ogniqualvolta sia chiamato a effettuare perquisizioni di sicurezza o interventi operativi d’urgenza.
La giurisprudenza in materia è stringente: l’Amministrazione Penitenziaria, in qualità di datore di lavoro, ha l’obbligo inderogabile di tutelare l’integrità fisica e morale dei propri dipendenti, secondo quanto prescritto dall’Art. 2087 del Codice Civile e dal D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro). Di conseguenza, il sovraffollamento carcerario fuori controllo non può e non deve più essere utilizzato come un alibi per giustificare la disapplicazione delle norme minime di sicurezza.

Le richieste immediate dell’AL.Si.P.Pe al Ministero della Giustizia
Di fronte a quella che viene definita una “zona franca”, la Segreteria regionale ha formulato tre precise e inderogabili richieste indirizzate ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e alle Istituzioni Nazionali con il trasferimento immediato del detenuto verso un altro istituto, preferibilmente fuori regione, in applicazione delle vigenti circolari DAP in materia di ordine e sicurezza. Un mancato provvedimento verrebbe interpretato come una resa dello Stato e un pericoloso segnale di impunità interna, fornitura immediata al personale di adeguati dispositivi di protezione e intervento nei reparti a maggior rischio, quali il Taser o lo spray antiaggressione a base di oleoresin capsicum, utili sia come deterrente che per documentare oggettivamente le dinamiche interne.
Chiesta l’apertura immediata di un tavolo di confronto ministeriale e interregionali focalizzato sulla gestione dei detenuti con patologie psichiatriche, affinché il carico sanitario e sociale non gravi più soltanto sulla Polizia Penitenziaria. “Il diritto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori deve essere sacro, ogni giorno e in ogni turno“, conclude fermamente la nota della Segreteria regionale AL.Si.P.Pe.


















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