Area Urbana
DIGNITA' DEI DETENUTI
Carceri al collasso, garante dei detenuti di Cosenza: «un sistema che produce esclusione»
L’allarme di Emilia Corea, garante dei detenuti di Cosenza: «sovraffollamento, disagio e reinserimento fallito. Un sistema che lascia soli gli ex detenuti»

COSENZA – Un sistema sotto pressione quello delle carceri, dove lo spazio si misura “a passi corti” e la quotidianità è fatta di attese e tensioni; è il quadro tracciato da Emilia Corea, garante comunale dei detenuti di Cosenza, che descrive una realtà diffusa negli istituti italiani. Celle sovraffollate, attività insufficienti e condizioni lontane dai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione. Nonostante la legge preveda percorsi di rieducazione attraverso lavoro, istruzione e contatti con l’esterno, nella pratica queste opportunità restano limitate. Molti detenuti trascorrono gran parte del tempo senza occupazioni, mentre aumentano episodi di autolesionismo e suicidi.
Carceri sovraffollate e condizioni critiche
A rendere ancora più complesso il quadro è il recente decreto sicurezza approvato dal Senato, che amplia la platea dei reati e il ricorso al carcere. Secondo Corea, il rischio è quello di aggravare una situazione già critica, trasformando le carceri in una “bomba” sociale. Il provvedimento si inserisce in una tendenza sempre più orientata alla repressione, con strumenti che possono aumentare tensioni e conflittualità all’interno degli istituti. Nel dibattito pubblico, denuncia la garante, si fa strada una visione che mette in secondo piano la dignità dei detenuti, come dimostrano alcune dichiarazioni politiche che hanno suscitato forti polemiche.

Carceri, disagio e assenza di percorsi reali
Il tempo nelle carceri, sottolinea Corea, raramente costruisce un reale percorso di reinserimento. Le misure alternative esistono, ma restano difficili da ottenere, soprattutto per chi non ha una rete familiare o un domicilio. Una condizione che colpisce in modo particolare i detenuti stranieri, spesso privi di riferimenti sul territorio e quindi costretti a permanenze più lunghe anche per reati minori.
“Quando si chiude il cancello di una prigione alle spalle di chi ha finito di scontare la pena, inizia la fase più ipocrita e silenziosa del sistema: il ritorno alla cosiddetta ‘vita libera’, che libera non è affatto”. Il reinserimento, spesso evocato, si scontra con una realtà fatta di ostacoli: mancanza di lavoro, stigma sociale, difficoltà nell’accesso alla casa e diffidenza diffusa. “Il detenuto che esce di prigione – sottolinea Emilia Corea – non rientra nella società, ci rimbalza contro”.
Il sistema descritto è circolare e difficile da spezzare: senza lavoro non c’è casa, senza casa non c’è residenza, senza residenza non c’è lavoro: “il risultato è un meccanismo perfetto nella sua crudeltà”, che trasforma l’ex detenuto in un “cittadino dimezzato”.

Le buone pratiche: lavoro e cooperative sociali
Non mancano esempi positivi. La legge 381/1991 ha aperto la strada alle cooperative sociali per l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti. In diversi territori italiani sono stati avviati progetti concreti nei settori della manutenzione urbana, dei servizi ambientali e dell’artigianato.
Un modello significativo è quello sviluppato a Cosenza negli anni ’90, durante l’amministrazione guidata da Giacomo Mancini, che puntava su un sistema strutturato di cooperative e lavoro stabile per favorire il reinserimento. Tuttavia, queste esperienze restano isolate. “La politica preferisce il silenzio o la retorica”, evidenzia Corea, denunciando la mancanza di investimenti concreti in programmi di reinserimento nelle carceri. I percorsi esistono, ma sono frammentati e spesso affidati a strutture con risorse insufficienti.
Il tema, conclude la garante, va oltre l’ambito penitenziario: “una democrazia si misura anche da come tratta chi ha sbagliato. Se la pena termina ma la punizione continua nella vita quotidiana, allora siamo di fronte a una sospensione prolungata della cittadinanza”.



















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