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Caso Cristina Mazzotti: fermato Giuseppe Calabrò, condannato all’ergastolo per l’omicidio della 18enne

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Caso Cristina Mazzotti: fermato Giuseppe Calabrò, condannato all’ergastolo per l’omicidio della 18enne

La Squadra Mobile di Milano ha bloccato questa notte Calabrò per pericolo di fuga: avrebbe potuto contare su appoggi della criminalità organizzata calabrese

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MILANO – È stato fermato nella notte dagli agenti della Squadra Mobile di Milano Giuseppe Calabrò, condannato in primo grado all’ergastolo il 4 febbraio scorso per l’omicidio aggravato di Cristina Mazzotti, la studentessa di 18 anni sequestrata nel 1975 e morta dopo giorni di prigionia in condizioni disumane. Calabrò, che era a piede libero in attesa dei successivi gradi di giudizio dopo la sentenza della Corte d’Assise di Como, è stato fermato su disposizione dei pubblici ministeri Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola. Alla base del provvedimento, il concreto e attuale pericolo di fuga.

La Corte d’assise del tribunale di Como ha condannato all’ergastolo, oltre a Giuseppe Calabrò, 74 anni originario di San Luca (Reggio Calabria) anche Demetrio Latella, 71 anni, detto “Luciano”, anche lui originario di Reggio ma residente in provincia di Novara, per il concorso nell’omicidio volontario aggravato

Giuseppe Calabrò rischio di latitanza e il volo prenotato

Secondo quanto emerge dal provvedimento di fermo, Calabrò godrebbe di appoggi logistici e patrimoniali riconducibili alla criminalità organizzata calabrese, tali da potergli garantire la latitanza. Un elemento decisivo è emerso dall’inchiesta “Doppia Curva”, condotta dalla DDA di Milano, sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel tifo organizzato di Inter e Milan. In questo contesto investigativo, Calabrò viene descritto come un soggetto che «vantava e vanta una fama criminale» e che interloquiva «su un piano di sovraordinazione con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, al Nord come in Calabria». A rafforzare il timore di fuga, anche la prenotazione di un volo Milano–Reggio Calabria fissato per la mattina successiva al fermo.

Il sequestro di Cristina Mazzotti

Cristina Mazzotti fu rapita la sera del 1° luglio 1975 davanti alla villa di famiglia a Eupilio, in provincia di Como. Al padre Helios Mazzotti venne chiesto un riscatto di 5 miliardi di lire. Dopo settimane di trattative, l’uomo riuscì a raccogliere 1 miliardo e 50 milioni, che consegnò ai sequestratori. Nonostante il pagamento, Cristina non venne liberata. Il 1° settembre 1975, una telefonata anonima indicò ai carabinieri di scavare in una discarica di Galliate, nel Novarese. Lì venne ritrovato il corpo della giovane: era morta a causa di un cocktail di farmaci, dopo essere stata segregata in una buca priva di aerazione, senza possibilità di muoversi, sottoposta a dosi massicce di tranquillanti ed eccitanti.

Cristina mazzotti Giuseppe Calabrò

I processi e le svolte giudiziarie

Un primo processo, celebrato a Novara, si concluse con 13 condanne, di cui otto ergastoli, ma solo nei confronti di fiancheggiatori e non degli esecutori materiali del sequestro sfociato in omicidio. Nel 2007, grazie a una nuova banca dati, un’impronta digitale venne attribuita a Demetrio Latella, che ammise di aver partecipato al sequestro e chiamò in causa altri complici. Tuttavia, per mancanza di esigenze cautelari, il suo arresto non venne disposto e il fascicolo – trasferito a Milano per competenza – fu archiviato nel 2012 per prescrizione dei reati.

Una svolta decisiva arrivò nel 2015, quando le Sezioni Unite della Cassazione stabilirono che il reato di omicidio volontario è imprescrittibile. Sulla base di questo principio, venne presentato un nuovo esposto dall’avvocato Fabio Repici, già legale della famiglia Mazzotti e successivamente parte civile anche nel processo per l’omicidio del magistrato Bruno Caccia.

L’accusa ha sempre contestato a Calabrò di avere fatto parte del gruppo di sequestratori in azione la sera del 30 giugno, e in particolare di avere tenuto Cristina e gli amici che erano con lei sotto la minaccia di una pistola spianata e ritrovata morta il primo settembre successivo in una discarica di Galliate (Novara).  Giuseppe Calabrò ha sempre sostenuto di non avere nulla a che fare con il rapimento.

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