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Cosenza: “maledetto quel 7 dicembre”, il racconto di una famiglia tra attese e silenzi «fino alla morte»

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"La voce di chi resta"

Cosenza: “maledetto quel 7 dicembre”, il racconto di una famiglia tra attese e silenzi «fino alla morte»

Cosa accade, passo dopo passo, dal 7 dicembre al 20 gennaio, ad un uomo di 69 anni, entrato in ospedale per un’ischemia e morto settimane dopo. Un racconto carico di dolore

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Pronto soccorso ospedale cosenza 02 7 dicembre

COSENZA – Inizia tutto il 7 dicembre, a Cosenza, e quello che segue è un racconto. La testimonianza cruda e disperata di una famiglia che ha deciso di mettere nero su bianco ciò che, da domenica 7 dicembre, ha segnato l’inizio di un calvario finito con la morte.  

Ospedale di Cosenza: tutto comincia la mattina del 7 dicembre

Il racconto del calvario è affidato a Francesca, figlia di Rodolfo, 69 anni, che ora non c’è più. Quella mattina del 7 dicmebre, il padre si sente male. Passano 40 minuti prima dell’arrivo dell’ambulanza. In pronto soccorso vengono eseguiti i primi controlli: si parla di ischemia e di un blocco; viene posizionato un sondino e poi l’attesa. Ore, un’intera giornata senza ulteriori interventi. La sera i parenti sono costretti ad andare via: nessuno può restare.

Durante la notte il paziente chiede aiuto per andare in bagno. Nessun operatore è disponibile. Prova da solo, cade dalla barella. I familiari vengono avvisati non dall’ospedale, ma da un conoscente che si trova all’interno. Quando arrivano lo trovano con punti alla palpebra, dolori al collo e alla schiena. Da quel momento, raccontano, cambia tutto: l’ischemia passa in secondo piano, l’attenzione si concentra solo sulla caduta. Viene trasferito in neurochirurgia. Prima del ricovero si tenta di inserire un catetere, senza successo, causando – secondo il racconto – ulteriori sofferenze.

In clinica privata per la riabilitazione

Compare una febbricola, trattata con antibiotico e tachipirina. Dopo qualche giorno viene proposto il trasferimento in una clinica privata per la riabilitazione. Qui il copione, secondo la famiglia, si ripete: 14 giorni di ricovero, solo tre di palestra, febbre che va e viene, sempre abbassata con farmaci, senza che nessuno si chieda il perché.

L’uomo, nelle visite quotidiane, appare lucido, parla, cammina con il girello. Poi una mattina è stanco, assopito. A notarlo, raccontano, è solo la moglie. Si torna in pronto soccorso: 106 pazienti, pochissimi medici. Ai familiari viene chiesto di aiutare a spingere la barella per accelerare gli esami. È qui che, su suggerimento di un medico esterno, i parenti insistono per un accertamento specifico. Dopo resistenze e domande (“chi ve l’ha detto?”), l’esame viene fatto. La risposta è devastante: un batterio contratto in ambito ospedaliero, risalente proprio a quel maledetto 7 dicembre.

Cosenza pronto soccorso 7 dicembre

Dopo giorni di attesa, l’uomo viene ricoverato in Malattie infettive. È vigile, parla con i nipoti, ma cammina a fatica: la caduta gli ha provocato una frattura vertebrale. I parenti possono entrare solo su prenotazione, ogni due giorni, con rigide procedure di sicurezza. Eppure – raccontano i familiari – medici e operatori girano senza protezioni adeguate.

Il 17 gennaio: il silenzio e il peggioramento

La mattina tutto sembra normale. Nel pomeriggio, il silenzio. Il telefono non squilla più. Dal reparto nessuna risposta per ore. Quando finalmente qualcuno risponde, la famiglia capisce che qualcosa è successo: l’uomo non parla più, non reagisce. Nessuno sa spiegare quando e come. Il giorno dopo la chiamata dall’ospedale: le condizioni sono peggiorate. I familiari vengono fatti entrare tutti insieme, senza alcuna protezione.

Sei persone: moglie, figlia, figlio, genero e nuora, sorella e fratello… tutti liberi di entrare, senza nessun presidio di sicurezza, tutti in stanza a guardare, un marito, un papà, un suocero e un fratello. L’uomo è in uno stato vegetativo. Serve una TAC. Per raggiungerla, raccontano, viene portato attraverso scale, corridoi sporchi, ascensori comuni, nonostante il reparto infettivo.

La mattina del 20 gennaio, dalle 8 nessuno risponde al telefono. Alle 9 arriva la chiamata: “Non ce l’ha fatta”. 

Per l’ospedale, dicono i familiari, è una comunicazione come tante. Per loro è la perdita di un marito, un padre, un nonno, morto a 69 anni dopo un percorso che per i familiari, per chi vive il dolore, è stato caratterizzato da ritardi e superficialità. Una storia che, nelle loro parole, non chiede pietà ma attenzione, perché – scrivono – «in un ospedale si dovrebbe lavorare per salvare vite, non per perderle».

Questa è la voce di chi resta, di chi chiede di non essere ignorato e invita, chi ha vissuto esperienze simili, a non tacere.

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