Area Urbana
PARLA L'AVVOCATO
Cosenza: parla il legale del 25enne dopo la tragedia: «andava aiutato non ammanettato»
L’avvocato Osvaldo Rocca ricostruisce il dramma umano e giudiziario di Bessioud Mohamed Amine, il 25enne morto dopo una lunga battaglia contro il disagio psicologico. Nel suo intervento chiede una riflessione sul sistema di assistenza e sulle modalità di intervento nei confronti delle persone più fragili

COSENZA – Il legale e amico di Bessioud Mohamed Amine, l’avvocato Osvaldo Rocca, dopo la tragedia avvenuta ieri a Cosenza, ha voluto ricostruire la vicenda del giovane 25enne, raccontandone non solo il percorso giudiziario, ma soprattutto il profondo disagio personale. «Momo (così l’ho sempre chiamato) era un ragazzo molto solare e che soffriva dentro per la morte del padre Rijad, motivo per cui spesso si chiudeva in se stesso, spegnendosi».
Secondo il professionista, il ragazzo viveva con la madre e la sorella, trovando rifugio «nell’hashish, nella Play Station e soprattutto nel giocare a calcio», mentre affrontava un malessere interiore che si aggravava nel tempo.

La tragedia a Cosenza, il legale: un dolore nascosto
Nella ricostruzione dell’avvocato emerge il periodo trascorso in carcere, da novembre 2024 a novembre 2025, seguito dalla detenzione domiciliare. Rocca riferisce che il giovane viveva con forte apprensione i continui controlli delle forze dell’ordine e racconta quanto il ragazzo gli confidasse di sentirsi costantemente «”minacciato”…”ti arrestiamo, ti sbattiamo dentro, i tuoi giorni di libertà sono finiti“».
L’8 marzo 2026, prosegue il legale, Mohamed Amine avrebbe tentato il suicidio, venendo soccorso dal personale del 118 e successivamente seguito da una psichiatra dell’ospedale di Cosenza. Da quel momento, grazie all’autorizzazione del giudice, aveva intrapreso un percorso di assistenza presso il Centro di Salute Mentale e il SerD, nella consapevolezza di aver bisogno di un supporto specialistico.
«Andava aiutato, non ammanettato»
Nella parte finale della lettera, Rocca esprime amarezza per quella che ritiene una mancata comprensione della fragilità del giovane. «Oggi piangiamo un ragazzo di 25 anni, che forse andava compreso ed aiutato (e non ammanettato), e la sua morte chiede Giustizia, chiede che forse vadano adeguati o rivisti i manuali e/o le tecniche di intervento». Il legale sottolinea inoltre di aver sempre temuto conseguenze estreme dopo il precedente tentativo di suicidio e conclude con un commosso saluto personale: «Ciao Momo…mi rasserena che forse ove sei adesso, hai trovato la quiete e la tranquillità che cercavi…io ho tentato in ogni modo di “esserti vicino”, ma non ti ho salvato dalla tua inquietudine».

















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