Area Urbana
Cosenza scende in piazza per Gaza con rabbia e dignità: il grido di migliaia di persone per fermare il massacro

COSENZA – “Definisci bambino”. È una delle tante frasi che rimbalza sui cartelli, tra le mani colorate di pace dei più piccoli, nelle stories condivise sui social e negli occhi pieni di rabbia e speranza dei genitori. A Cosenza, una città del Sud troppo spesso lasciata ai margini del dibattito nazionale, ieri ha sfilato un corteo imponente. Cinquemila, forse diecimila persone: ma non sono i numeri la notizia. La notizia è che una città intera si è ritrovata, unita, compatta, per dire basta: alle bombe, allo sterminio, al silenzio.
In una Calabria dove ogni giorno si dovrebbe scendere in piazza per la sanità che arranca, per i treni che non arrivano, per i diritti negati e i giovani costretti a partire, ieri la gente è scesa per Gaza. Una scelta di cuore e di coscienza, che fa rumore proprio perché viene da un Sud ferito, ma ancora capace di empatia e dignità.
Famiglie intere, giovani, attivisti, studenti, sindacati, associazioni: tutti insieme, dietro le bandiere della Palestina e quelle arcobaleno della pace. I bambini, tanti, portati in spalla, per mano, o lasciati liberi di disegnare e giocare, ma consapevoli, con gli occhi che guardano e assorbono. Con la domanda più difficile da ignorare: “Definisci bambino”.
Perché ogni giorno, a Gaza, tanti, troppi bambini muoiono sotto le bombe. Bambini come quelli che ieri coloravano le strade di Cosenza. Bambini che non avranno il tempo di diventare adulti, né la possibilità di sapere cosa significa pace. Il corteo ha attraversato la città con determinazione, senza slogan vuoti. C’erano rabbia e dolore, ma anche la forza di chi non vuole più essere spettatore passivo. C’era l’urgenza di dire che no, non può essere normale assistere allo sterminio di un popolo, alla cancellazione di vite umane e alla devastazione.
C’è chi si ostina a dire che quanto sta accadendo, non si può chiamare genocidio. Che servono prove, che bisogna aspettare, che è una parola troppo grande. Ma mentre si discute di definizioni, sotto le macerie si accumulano corpi: donne, uomini, anziani e bambini. E allora viene da chiedersi: serve davvero un termine per riconoscere un massacro? Serve un’etichetta per sentire che migliaia di vite si spengono nel silenzio complice del mondo? Quello che accade a Gaza è una tragedia umana, prima ancora che politica. Dare un nome al dolore, non cambia la sostanza dell’orrore.
Questa manifestazione non è stata solo un gesto di solidarietà internazionale ma una presa di posizione politica, culturale, umana. È il segno che anche qui, nel cuore del Sud, c’è chi alza la testa. Cosenza ha parlato. E lo ha fatto forte, chiaro, con dignità: per Gaza, per i bambini, per l’umanità.


















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