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“Denise, abbiamo fallito?”, De Masi scuote cittadini e Istituzioni: “Non lasciamo soli i testimoni di giustizia”

Calabria

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“Denise, abbiamo fallito?”, De Masi scuote cittadini e Istituzioni: “Non lasciamo soli i testimoni di giustizia”

Dopo la morte di Denise, l’imprenditore e testimone di giustizia Antonino De Masi riflette sulla scelta di Lea Garofalo e della figlia di schierarsi contro la ’ndrangheta

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CATANZARO – “La morte di Denise mi ha costretto a fermarmi. Vorrei provare a comprendere e, soprattutto, rivolgere alcune domande a noi cittadini, alla società e alle Istituzioni”. Lo afferma l’imprenditore Antonino De Masi che, come i suoi familiari, dal 2013 vive sotto scorta e con un presidio dell’Esercito davanti all’impresa dopo essere diventato testimone di giustizia per le sue denunce contro la ‘ndrangheta.

“Per farlo – prosegue – bisogna tornare a Lea Garofalo, giovane donna calabrese. Viveva dentro un mondo nel quale il potere criminale poteva offrire denaro, relazioni, protezione. Era la compagna di un uomo appartenente a quel mondo ed era madre di una bambina, Denise. A un certo punto Lea si trovò davanti a un bivio. Da una parte c’erano il denaro, il potere, la sicurezza materiale dall’altra la dignità e la libertà. Ma quella seconda strada aveva un prezzo enorme: rompere con il proprio mondo, denunciare, vivere sotto protezione, perdere relazioni e radici, esporsi alla vendetta. Che cosa avremmo scelto noi? Lea scelse. E scelse quale ricchezza lasciare a sua figlia, la dignità di essere libera. Per quella scelta Lea fu uccisa”.

La scelta di Denise

“E Denise? Denise – afferma De Masi – scelse sua madre. Ebbero un significato enorme le parole con cui, divenuta adulta, rivendicò la propria condizione di testimone di giustizia e la scelta compiuta contro suo padre come una scelta di libertà interiore. Madre e figlia, in momenti diversi, avevano scelto la stessa parte del bivio. Ed è qui che la loro storia dovrebbe diventare una domanda per tutti. Perché Denise, dopo quella scelta, dovette vivere protetta, nascondere la propria identità, allontanarsi dalle proprie radici e ricostruire una vita che portava dentro una ferita immensa.

Davanti alla sua morte sento il dovere di pormi una domanda che riguarda ciò che siamo stati capaci di offrirle dopo. E voglio rivolgermi alle Istituzioni. Un testimone di giustizia non è un oggetto da proteggere, è un essere umano. Dietro ogni pratica esistono una persona, una famiglia, dei figli. E quei figli sono spesso ragazzi e ragazze che non hanno compiuto alcuna scelta ma possono pagarne per anni le conseguenze sulla propria normalità. Io questo lo so. Non lo dico per sovrapporre la mia storia a quella di Lea e Denise, sarebbe sbagliato. Lo dico perché conosco quel bivio”. Ai rappresentanti delle Istituzioni, De Masi chiede di considerare i testimoni di giustizia “una risorsa della Repubblica, un riferimento”.

La responsabilità di tutti

“Sono persone – spiega – che hanno reso concreti, attraverso la propria vita, quei valori che lo Stato proclama nelle sue leggi, nella Costituzione, nelle cerimonie e nei giuramenti. Dobbiamo chiederci se abbiamo imparato a proteggere il significato della sua scelta. E se non lo abbiamo fatto, dobbiamo avere il coraggio di domandarci se non vi sia stato qualcosa di più grave di un errore amministrativo”. L’imprenditore si rivolge poi ai cittadini che vivono una vita normale. “Abbiamo mai pensato – dice – a quanto vale questa normalità? A quanto vale la nostra libertà? La libertà non è gratuita. Qualcuno, prima di noi e accanto a noi, ne ha pagato e continua a pagarne il prezzo”.

I testimoni, prosegue, “hanno bisogno che comprendiamo che la loro scelta produce un bene del quale beneficiamo tutti” e “anche l’abbandono di uno produce un messaggio per molti. Se chi accetta il compromesso continua la propria vita mentre chi sceglie la legalità perde identità, serenità, lavoro, radici e normalità – si chiede – quale messaggio stiamo consegnando a un ragazzo che domani dovrà scegliere? Questa è la responsabilità che abbiamo tutti, anche noi cittadini. Ho pensato quanto sia terribile un Paese capace prima di lasciare soli i propri figli migliori e poi di piangerli quando non ci sono più. Non facciamolo ancora con Lea e con Denise e, soprattutto, non continuiamo a farlo con coloro che sono vivi”.

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