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Corridoi umanitari: la Diocesi di San Marco Argentano-Scalea accoglierà una famiglia di 5 persone dall’Iraq

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Corridoi umanitari: la Diocesi di San Marco Argentano-Scalea accoglierà una famiglia di 5 persone dall’Iraq

Il Vescovo Stefano Rega annuncia l’arrivo di cinque profughi cristiani: «L’accoglienza non è solo un tetto, ma dignità restituita». Saranno ospitati in un appartamento della Parrocchia Sacro Cuore

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Vescovo Diocesi San Marco Argentano-Scalea Stefano Renga

SAN MARCO ARGENTANO (CS) – Un ponte di solidarietà che unisce la Calabria al Medio Oriente. Nei prossimi giorni, la Diocesi di San Marco Argentano – Scalea aprirà ufficialmente le porte a una famiglia di profughi proveniente dall’Iraq. L’iniziativa è resa possibile dai corridoi umanitari, il canale legale e sicuro sostenuto dalla Chiesa italiana per sottrarre persone vulnerabili ai rischi dei viaggi della speranza e alle persecuzioni.

L’annuncio del vescovo di San Marco Argentano-Scalea

A dare la notizia è stato lo stesso Vescovo, Mons. Stefano Rega, attraverso una lettera accorata indirizzata a tutta la comunità diocesana. Citando il Vangelo — «Ero straniero e mi avete accolto» — il Pastore ha ribadito il valore profondo di questo gesto: non una semplice assistenza materiale, ma un impegno concreto a riconoscere nell’altro un fratello, offrendo vicinanza, condivisione e una nuova speranza di vita.

Integrazione e sostegno: il piano di accoglienza

La famiglia, di fede cattolica, fuggita da una terra martoriata da anni di conflitti e instabilità, troverà casa in un appartamento messo a disposizione dalla Parrocchia Sacro Cuore, situato proprio di fronte alla Cattedrale di San Marco Argentano.

Il progetto di accoglienza, coordinato dalla Caritas Diocesana, prevede un percorso strutturato per garantire una reale integrazione.  I genitori saranno affiancati nella ricerca di occupazione per raggiungere l’autonomia.  I tre figli della coppia saranno inseriti nel sistema scolastico locale per proseguire gli studi. Il Vescovo ha invitato l’intera cittadinanza a sentirsi partecipe, sostenendo i nuovi arrivati con la preghiera e attraverso la creazione di legami umani sinceri.

I corridoi umanitari rappresentano un modello di accoglienza che garantisce sicurezza sia per chi arriva sia per chi ospita. Grazie a questo protocollo, le persone in fuga da guerre e violenze possono giungere in Italia con un visto regolare, evitando i trafficanti di esseri umani e iniziando immediatamente un percorso di inserimento sociale controllato e sostenuto dalle comunità locali.

Corridoi Umanitari

La Carità si fa prossimità

Mons. Stefano Rega definisce l’imminente arrivo della famiglia irachena (composta dai genitori Athra e Fawwaz e dai tre figli Hekmat, Sebastiano e Simon) come un evento che tocca il cuore della Chiesa diocesana e interroga direttamente la fede di ogni discepolo. Il valore dei Corridoi Umanitari: Il Vescovo sottolinea l’importanza di questo canale “legale e sicuro”, che permette di proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni, manifestando il volto materno della Chiesa verso chi vive nell’incertezza.

Richiamando il monito di Matteo (“Ero straniero e mi avete accolto”), Mons. Rega chiarisce che accogliere non è un semplice atto assistenziale o organizzativo, ma il riconoscimento dell’altro come fratello. L’obiettivo è restituire dignità e custodire la speranza di chi ha vissuto il dramma del conflitto. L’accoglienza non è una delega a pochi esperti (nonostante il ringraziamento espresso alla Caritas diocesana, guidata da Enzo Bova), ma deve essere un “evento corale”. Ogni parrocchia, associazione e singolo fedele è chiamato a partecipare con preghiera, vicinanza e relazioni concrete.

La famiglia sarà ospitata a San Marco Argentano. Il percorso prevede l’inserimento lavorativo dei genitori e la prosecuzione degli studi per i figli. Per il Vescovo, questo gesto è una “profezia di fraternità” in un’epoca segnata da paure e chiusure, dimostrando che la solidarietà è una via concreta e possibile. Il messaggio finale: “Siamo chiamati a custodire questa famiglia non soltanto con l’efficienza dell’organizzazione, ma con la tenerezza evangelica che sa riconoscere nel fragile una presenza da onorare.”

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