Area Urbana
Ospedale Annunziata di Cosenza: “dal gelo al battito”, la testimonianza personale di Mattia
Lo studente di medicina in servizio all’Annunziata di Cosenza, racconta il dolore vissuto in ospedale e il ritorno che cambia la prospettiva: “Ora voglio far parte di quel battito che torna a vivere”

COSENZA – Per Mattia Madeo, giovane studente di medicina cosentino, l’Ospedale dell’Annunziata non è stato solo un luogo di cura, ma anche di sofferenza e distanza umana. “Ci sono luoghi che non restano semplicemente luoghi, ma diventano ferite”. Un’esperienza segnata da momenti difficili vissuti in prima persona e dalla sofferenza della madre accanto a lui, tra silenzi e mancanza di ascolto.
L’ospedale dell’Annunziata, il dolore e la frattura personale
Nel suo racconto emerge una frattura profonda, nata non dal dolore fisico ma da quello umano. “Se ho provato odio, non è stato per me, ma per lei, per mia madre”. Un sentimento che ha portato a un distacco emotivo dal luogo e, per un periodo, dalla città stessa, senza mai rinnegare però l’amore per la Calabria.

La medicina come scelta di vita
Nonostante tutto, la medicina resta una vocazione chiara e radicata. “Ho sempre sognato il camice bianco, ho sempre saputo che quella sarebbe stata la mia strada”. Una scelta che lo ha portato a studiare fuori regione, non per allontanarsi, ma per formarsi e tornare più preparato al proprio territorio. Il ritorno a Cosenza, avvenuto per motivi familiari, segna un passaggio inatteso. Entrando nuovamente nell’Annunziata, Madeo percepisce un cambiamento: non perfetto, ma reale. “Come un ghiaccio che si rompe lentamente dopo un inverno lunghissimo e lascia spazio all’acqua che torna a scorrere”. Un segnale che apre alla possibilità di una trasformazione concreta.
Il ruolo del professor Andrea Bruni
Nel cambiamento osservato viene citata la figura del professor Andrea Bruni, descritto attraverso la sua presenza quotidiana nei reparti. “Il direttore tra i familiari, il direttore tra i pazienti, il direttore dentro il reparto insieme alla sua squadra”. Un approccio che, secondo lo studente, restituisce centralità alla relazione umana nella medicina. Il dolore non scompare, ma si trasforma in impegno: “voglio dedicare la mia vita alla sanità calabrese, voglio costruire una medicina che non faccia più male per i modi, ma che sappia accompagnare, ascoltare, rispettare”.

L’appello alla Regione e alla comunità
La testimonianza si trasforma anche in un appello: investire nei giovani medici e creare condizioni reali per il loro rientro in Calabria. Servono percorsi di formazione e inserimento che evitino la fuga delle competenze, ma anche una comunità pronta a sostenere il cambiamento. “Oggi vedo un luogo che sta provando a rinascere, un cuore che lentamente torna a battere”. Un battito che Mattia Madeo non vuole più ignorare, ma nel quale sceglie di entrare, con il desiderio di contribuire a una sanità più umana e più vicina ai pazienti.



















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