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Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri: il legame tra la Sila e la Divina Commedia. L’influenza dell’abate sul Sommo Poeta
Il viaggio del Sommo Poeta nelle terre di Gioacchino da Fiore nell’opera “Dante nella Sila Oscura” di Finuccia Congi: dalla teologia per immagini del Liber Figurarum alle geometrie del Paradiso. Come la Calabria avrebbe fornito simboli e paesaggi alla struttura della Divina Commedia

Di Gianfranco Forlino
CAMIGLIATELLO SILANO (CS) – Un viaggio tra teologia, arte e geografia: come la Calabria avrebbe fornito simboli e paesaggi alla struttura della Divina Commedia. Lo scorso 17 agosto 2026, Erranze Letterarie, Orizzonte Sila e ARSAC hanno dato vita a una “Colazione letteraria” particolarmente partecipata e di eccezionale profondità. Protagonista dell’incontro è stata la lectio di William Lo Celso, responsabile comunicazione della “Società Dante Alighieri” del comitato di Cosenza, che ha condotto l’uditorio in un “cammino tra le pagine” del libro Dante nella Sila Oscura di Finuccia Congi.
L’intervento di Lo Celso ha tracciato un ponte ideale tra la teologia visionaria di Gioacchino da Fiore e l’opera di Dante Alighieri, rivelando come la Calabria non sia stata solo un riferimento letterario, ma probabilmente una fonte visiva e spirituale diretta per il Sommo Poeta.

Lo Celso ha esordito delineando l’immensa statura intellettuale di Gioacchino, la cui teologia era “l’unico nome nel mondo” in quei secoli. L’abate si trovò ad affrontare una sfida titanica, quella di conciliare l’Antico e il Nuovo Testamento attraverso il trattato Concordia Novi acVeteris Testamenti. In un’epoca in cui i testi sacri apparivano spesso incompatibili, tra un Dio vendicatore nell’Antico Testamento e il messaggio d’amore evangelico, Gioacchino ricevette il dono dell’interpretazione, intesa non come divinazione, ma come capacità di leggere i segni di Dio nella storia.
L’intuizione rivoluzionaria di Gioacchino, definita ironicamente da Lo Celso come un’anticipazione delle moderne “slide”, fu quella di spiegare la teologia attraverso le immagini. Questa comunicazione visiva, raccolta nel Liber Figurarum, divenne lo strumento fondamentale per rendere comprensibili concetti astratti e complessi.
Il Paradiso e la visione della Trinità. Il “debito” di Dante
Il legame più stretto tra i due giganti, spiega Lo Celso, emerge nel XXXIII canto del Paradiso. Dante, nel tentativo di descrivere l’ineffabile visione di Dio, si trova in una situazione di stallo comunicativo, “Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto!“;per superare questa impotenza espressiva, il Poeta attinge direttamente alle tavole grafiche di Gioacchino.
Dante, nel culmine della sua visione mistica di Dio, descrive la Santissima Trinità come tre cerchi concentrici, uguali per dimensione e importanza ma di tre colori diversi, che riflettono l’unità e la trinità della luce divina (Ne la profonda e chiara sussistenza, de l’alto lume parvermi tre giri, di tre colori e d’una contenenza…) che corrisponde esattamente alla Tavola 13 del Liber Figurarum di Gioacchino, in cui il cerchio verde rappresenta il Padre, quello azzurro il Figlio e il rosso lo Spirito Santo. Dante inserisce perfino un riferimento alle iniziali utilizzate dall’abate per indicare la Trinità: I (Padre), U (Figlio) ed E (Spirito Santo), sottolineando come lo Spirito sia il “sospiro” tra le altre due persone. Una vera e propria firma che attesta la visione della Trinità da parte del Poeta con la complessa teologia per immagini descritta dall’abate.

Il riconoscimento nel cielo dei sapienti
Un altro passaggio chiave ha riguardato il Canto XII del Paradiso. Tra i dodici sapienti che formano la corona di anime, Dante riserva un trattamento unico a Gioacchino nella seconda corona. Mentre gli altri undici vengono solo nominati, all’abate calabrese è dedicata un’intera terzina: “elucemi dallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”; sono le parole che Dante mette in bocca a San Bonaventura per presentare l’abate, non solo un attributo poetico, ma il riconoscimento di quanto la luce gioachimita abbia illuminato e guidato il pensiero dantesco.
E proprio sul concetto di “luce” si è focalizzato l’intervento di Assunta Morrone, che ha messo in relazione Gioacchino con la figura di Costanza d’Altavilla, alla quale l’abate era legato non solo da rapporti di natura politica e istituzionale; nel Venerdì Santo del 1196, infatti, l’imperatrice convocò Gioacchino da Fiore a Palermo per confessarsi, inginocchiandosi davanti a lui. Assunta Morrone evidenzia come la “la luce de la gran Costanza“ (Canto III del Paradiso) sia idealmente connessa al “lucemi“ di Gioacchino, definendo l’abate come un ponte fondamentale tra la patristica e la narrazione di Dante.
Sebbene non vi sia la prova certa di una presenza fisica del Poeta in Calabria, la sua è stata una profonda “esperienza mistica” vissuta attraverso lo studio delle opere gioachimite. Infine, ha rimarcato l’importanza di Gioacchino come punto di riferimento per tutta la letteratura medievale successiva, influenzando sia chi ne seguì le tracce sia chi, come Tommaso d’Aquino, se ne distanziò.
Lo Celso ha inoltre evidenziato alcuni parallelismi iconografici tra una delle visioni più celebri del Paradiso dantesco e una specifica illustrazione del Liber Figurarum di Gioacchino, la tavola dell’Albero-Aquila. Il Poeta descrive le anime dei giusti che si muovono nel cielo come stormi di uccelli, disponendosi in volo per formare delle lettere che compongono progressivamente la frase biblica “Diligiteiustitiam qui iudicatisterram“ (Amate la giustizia, voi che giudicate la terra).
Lo Celso sottolinea un dettaglio numerico preciso, la frase è composta da 35 lettere (spiegate come “sette volte cinque vocaboli“), e l’ultima lettera, la “m” della parola terram, subisce una metamorfosi diventando la testa e il collo di un’aquila. Il concetto spiegato da Lo Celso è che Dante non abbia solo immaginato poeticamente l’aquila, ma avesse in mente (o davanti ai suoi occhi) proprio lo schema grafico di Gioacchino. I punti di contatto sono molteplici.

La Sila come “fotografia” della selva oscura dantesca
La parte più suggestiva dell’intervento ha riguardato la dimensione geografica. Riprendendo l’ipotesi formulata da Coriolano Martirano, storico e scrittore cosentino, nel romanzo Il luogo delle anime, dove si immagina la presenza di Dante a Cerenzia, nella remota Sila, al seguito del vescovo di Siena e ospite dell’abbazia locale, Lo Celso ha esplorato la figura di un Dante ambasciatore che, visitando la Calabria in incognito, avrebbe tratto ispirazione dai paesaggi e dai luoghi della regione.
La descrizione del primo canto dell’Inferno sarebbe una vera “fotografia” di Cerenzia, antichissimo borgo in provincia di Crotone, che fa da cerniera paesaggistica tra l’altopiano silano e la discesa verso il mar Ionio. L’immagine dantesca di una “valle” terribile e oscura che termina ai piedi di un colle illuminato dal sole corrisponderebbe perfettamente alla morfologia del luogo, una vallata impervia con esalazioni sulfuree dove scorreva l’Acheronte (oggi identificato con il fiume Lese) contrapposta a un’altura che riceve i primi raggi del mattino.
La speranza oltre la “depressione”…
Lo Celso ha concluso con una riflessione sull’attualità del messaggio gioachimita. Gioacchino profetizzò le “Tre età” dell’umanità, quella del Padre (devozione per imposizione), quella del Figlio (vocazione per interesse) e l’imminente Età dello Spirito Santo, caratterizzata dalla libertà e dal bene compiuto senza secondi fini. In un Medioevo oppresso dal timore della fine del mondo, una sorta di “depressione collettiva”, la profezia di Gioacchino offrì una luce di speranza. Dante fa suo questo smarrimento definendolo “nostra vita“ e non “mia”, invitando ogni uomo a intraprendere il viaggio di risalita verso la luce, guidato, proprio come lui, da maestri e incontri che cambiano la storia.





















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