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«Giustizia per il nostro Momo»: il legale presenterà denuncia per il 25enne morto suicida a Cosenza

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«Giustizia per il nostro Momo»: il legale presenterà denuncia per il 25enne morto suicida a Cosenza

Corteo silenzioso per Momo a Cosenza in via dei Mille, il giovane morto dopo essersi lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri mentre il legale della famiglia annuncia che presenterà denuncia

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COSENZA – Un corteo silenzioso, accompagnato dalla preghiera e dal dolore di una comunità, ha attraversato oggi via dei Mille a Cosenza, il quartiere di Mohamed Amin Bessioud, il giovane morto dopo essersi lanciato dal balcone della propria abitazione durante una perquisizione dei carabinieri. Davanti al palazzo dove Momo è morto si sono radunate circa 300 persone per una manifestazione di solidarietà promossa dai collettivi cittadini per chiedere verità e giustizia sulla morte del giovane. Al presidio è presente anche il vescovo di Cosenza, monsignor Giovanni Checchinato, insieme ad diversi esponenti della politica locale.

L’iniziativa – promossa dal sindacato Usb – punta a sollecitare la piena chiarezza della dinamica dei fatti, attualmente al vaglio della Procura della Repubblica di Cosenza, e delle modalità operative adottate dalle forze dell’ordine nel corso del controllo svolto all’interno dell’appartamento del giovane.

I partecipanti hanno sfilato in silenzio, con palloncini bianchi, fotografie e alcuni effetti personali raccolti sotto la sua abitazione. Un momento di raccoglimento e preghiera per ricordare il giovane e chiedere che venga fatta piena luce sulla vicenda.

Tanti gli striscioni presenti durante il sit-in. Tra questi, le parole “Giustizia per il nostro Momo” e il messaggio dedicato al giovane: “Eri, sei e sarai per sempre il guerriero della luce che illuminerà sempre i nostri cuori”.

Il quartiere si è fermato per un momento di memoria e vicinanza alla famiglia, in attesa che gli accertamenti possano chiarire tutti gli aspetti della vicenda che ha profondamente scosso la comunità cosentina. Al presidio è presente anche il vescovo di Cosenza, monsignor Giovanni Checchinato, insieme ad diversi esponenti della politica locale.

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Il legale: “Voglio giustizia per Momo, se lo merita”

«Presenterò una denuncia al fine di avere degli accertamenti sulle modalità operative dei Carabinieri e, in generale, di tutte le forze dell’ordine in situazioni del genere». Sono le prime parole del legale della famiglia di Mohamed Amin Bessioud, l’avvocato Osvaldo Rocca.

Momo – precisa – aveva un percorso al CSM, era in stato di evidente agitazione e io ho fatto anche due righe al PM chiedendo un accertamento per capire se aveva segni sul corpo di tutti i generi, anche ai polsi, per fugare una volta per tutte la circostanza della presenza o meno delle manette. Io voglio giustizia per Momo perché se lo merita, perché stava uscendo finalmente da questo percorso, diciamo, di uso di sostanze stupefacenti.

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Perché dopo la prima condanna dura, bruttissima, che ha avuto a Castrovillari, ha avuto recentemente una condanna a 10 mesi perché il Giudice di Cosenza, Dottor D’Andria, lo ha aiutato, tra virgolette, attraverso un percorso al CSM e al SERD che stava eseguendo, che stava portando avanti. Quindi stava uscendo un pochettino dal tunnel. Poi purtroppo non so cosa sia successo quel giorno nello specifico, di certo qualcosa di traumatico per arrivare a un gesto del genere, ma sono supposizioni mie.

Sulle presunte persecuzioni da parte di uno dei carabinieri l’avvocato precisa che “fa parte di una denuncia che sto presentando, da dicembre c’era una una sorta di di pressing, tra virgolette, molto espressivo, molto particolare da parte dei Carabinieri, riferitomi da Momo e dalla fidanzata in alcune circostanze. Al momento di alcuni controlli ai quali Momo era costantemente oggetto ogni settimana, ogni dieci giorni circa, aveva una perquisizione o un controllo. Un controllo di notte che si tramutava in perquisizione. Per carità, è questo il lavoro delle forze dell’ordine. Poi sarà la magistratura, alla quale insomma ci rivolgeremo, per capire se questa modalità era consona in determinati contesti o meno».

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La mamma di Momo: “Non mi fido più di carabinieri o polizia”

«…Chiedo giustizia prima di tutto a Dio, e spero che lui assaggi l’amaro. Spero che abbia dei figli: se mi ascolta adesso, assaggerà quello che ho assaggiato io.» E’ lo sfogo della mamma di Momo, Nabila, intervistata dai giornalisti durante il sit-in.

«Se mio figlio fosse stato in carcere o chiuso in una struttura, sarei riuscita a vederlo l’indomani. Sarebbe cambiato, perché mio figlio era uno studente universitario, un giocatore di calcio. Tutti i ragazzi sbagliano, tutti i ragazzi fumano, ma ci si può correggere. Tutti noi abbiamo sbagliato, tutti! Nessuno è esente, anche i grandi sbagliano; ma non è che per questo si debba arrivare alla morte.

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La donna, ricostruendo i momenti della tragedia, ha parlato di intimidazioni e un tentativo di prelevamento forzato ai suoi danni per un ricovero psichiatrico, al fine di screditarla in quanto unica testimone oculare dei fatti. «Io non mi fido più dei Carabinieri e della Polizia. L’altro giorno mi hanno fatto del male persino in ospedale. Volevano farmi un TSO dicendo che sono pazza! Fino a ieri mi correvano dietro, mi perseguitavano fino a ieri perché volevano portarmi via in psichiatria! Volevano drogarmi! Mi volevano sedare perché non devo essere l’unica testimone di mio figlio quel giorno! Quel giorno c’ero io!

“Mio figlio non si è lanciato da solo, lo hanno lasciato saltare davanti ai miei occhi e poi lo hanno calpestato mentre moriva”. 

La donna, denunciando un clima di pressione e presunti soprusi subiti dalla famiglia all’interno delle mura domestiche, ha aggiunto: uno dei carabinieri ha sempre torturato mio figlio, lo ha torturato anche in casa. Può venire mia nuora a raccontarvi come è stato torturato un giorno in cui io ero al lavoro.»

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