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In Calabria medici gettonisti ancora necessari per l’assistenza e camici bianchi in fuga: da emergenza sanitaria a routine

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Il Report Fadoi

In Calabria medici gettonisti ancora necessari per l’assistenza e camici bianchi in fuga: da emergenza sanitaria a routine

Medici in fuga dagli ospedali pubblici e ricorso strutturale ai gettonisti: il report della Fadoi fotografa un sistema al collasso tra burnout totale e gravissime carenze d’organico

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Medici ospedale sanità

COSENZA – Camici bianchi pronti a dire addio al SSN o a scegliere il prepensionamento e medici gettonisti indispensabili. Gli ospedali della Calabria fanno sempre più fatica a garantire la continuità assistenziale con organici stabili e condizioni di lavoro sostenibili. È il quadro allarmante che emerge dall’ultima indagine sul campo condotta dalla Fadoi, la Federazione delle Associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti. Il report, incentrato sullo stato di salute nei reparti di Medicina interna e nei Pronto soccorso della regione, evidenzia una doppia emorragia: da un lato il ricorso ormai patologico ai medici gettonisti esterni, dall’altro la forte e progressiva voglia di fuga dei camici bianchi dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Il contesto della sanità Calabria viene definito dalla stessa federazione come uno dei più delicati a livello nazionale. Questa fragilità strutturale combina tre elementi critici: un burnout generalizzato tra il personale, la necessità di affidarsi a professionisti autonomi esterni per coprire i turni e la concreta disponibilità di una quota rilevante di medici strutturati a lasciare definitivamente le strutture pubbliche.

Il nodo dei medici gettonisti: da emergenza a routine nei Pronto soccorso

A tre anni di distanza dal decreto nazionale (il Dl 34 del 2023) che imponeva una stretta e lo stop progressivo alle esternalizzazioni, i cosiddetti medici gettonisti in Calabria — ovvero liberi professionisti pagati per il singolo turno, spesso legati a cooperative private — restano una stampella indispensabile per evitare il blocco delle attività. Se nelle Unità operative di Medicina interna il fenomeno tocca circa il 20% dei casi, la situazione diventa esplosiva e cronica se si punta la lente d’ingrandimento sui Pronto soccorso regionali.

Secondo i dati raccolti dalla Fadoi, un terzo dei medici intervistati afferma senza mezzi termini che, senza l’apporto dei gettonisti o dei lavoratori autonomi esterni, non sarebbe possibile garantire gli attuali livelli di assistenza minima. Si tratta del chiaro segnale di un equilibrio precario, in cui soluzioni nate per essere puramente temporanee ed eccezionali si sono trasformate nell’unica via per coprire i turni. Per i pazienti calabresi, questa instabilità si traduce in percorsi di cura frammentati ed estremamente complessi tra l’accesso in emergenza, il reparto e la medicina territoriale.

Burnout al 100%: il malessere profondo dei medici in Calabria

L’aspetto più drammatico dell’indagine Fadoi riguarda il profondo malessere psicofisico dei professionisti che operano nelle corsie degli ospedali in Calabria. Secondo il campione intervistato, ben il 100% dei rispondenti dichiara di aver vissuto periodi di forte burnout durante la propria carriera, e poco meno della metà del campione si sente in questa condizione proprio in questo momento.

Come esplicitato dalla federazione, il burnout non è una banale stanchezza fisica recuperabile con qualche giorno di riposo. Negli ospedali del territorio si traduce in:

  • Minore lucidità operativa e prontezza nel corso dei turni;
  • Difficoltà cronica a recuperare le energie psicofisiche tra un turno e l’altro;
  • Maggiore fatica e tensione nella gestione della comunicazione interna tra colleghi e con i pazienti stessi.

Quando una simile condizione psicofisica colpisce la totalità dei medici, il problema cessa di essere individuale e diventa un rischio organizzativo di sistema. Questa spirale di stress ha generato una vera e propria crisi vocazionale all’interno del comparto pubblico: il 44,4% dei medici ospedalieri calabresi sta valutando seriamente il passaggio definitivo dalla sanità pubblica a quella privata, oppure il ricorso al prepensionamento anticipato.

Medici gettonisti

I rischi per la sicurezza dei pazienti e le riforme strutturali urgenti

La grave carenza strutturale di organico non è soltanto un problema logistico per le aziende sanitarie, ma rappresenta una minaccia diretta alla salute dei cittadini. Il 77,7% dei medici calabresi interpellati ritiene infatti che la scarsità di personale stabile, unita alla continua rotazione di camici bianchi esterni privi di affiatamento con i team di reparto, possa incrementare in maniera molto rilevante il rischio di errori nella pratica clinica quotidiana. Per arginare la crisi, gli internisti calabresi hanno indicato alle istituzioni regionali e nazionali delle priorità d’azione molto chiare su cui intervenire immediatamente:

Riclassificazione dei reparti: La Medicina interna deve essere riconosciuta come reparto a medio-alta intensità di cura (richiesta dal 66,7% del campione), per allineare le risorse all’effettiva gravità clinica dei pazienti.

Integrazione Ospedale-Territorio: Un reale e strutturato coordinamento tra le strutture ospedaliere e la medicina locale (segnalato come urgente dal 44,4% degli intervistati).

Il punto focale della questione non risiede unicamente nell’aumentare in modo indistinto il numero dei professionisti, ma nel rimodellare l’organizzazione interna in base alla complessità reale dei degenti. La Medicina interna accoglie oggi soggetti prevalentemente anziani, fragili, affetti da multi-morbilità croniche i cui bisogni di cura vanno ben oltre la gestione dell’evento acuto.

Medici internisti, ‘rischio desertificazione degli ospedali è dietro l’angolo’

“Il rischio di desertificazione degli ospedali italiani è dietro l’angolo” afferma il presidente della Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi), Andrea Montagnani, sulla base dei dati dell’indagine presentata in occasione del Congresso nazionale di Rimini dal 23 al 25 maggio. “I risultati dell’indagine – commenta Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale”.

Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico. Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 55% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero“.

Come uscire da questa situazione – prosegue il presidente Fadoi – ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità quella di assumere personale e creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte”. Come indicano i dati allarmanti sul burnout, conclude Montagnani, “ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure“.

 

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