Calabria
LE INDAGINI
Incendio al caseificio antiracket: 54enne arrestato, contestato il metodo mafioso
Le indagini della Dda portano in carcere Diego Rosmini. Secondo gli inquirenti avrebbe dato fuoco a un furgone dell’azienda “Delizie della Natura”, provocando danni ad altri mezzi e a un edificio nel centro storico di Reggio

REGGIO CALABRIA – Nuovo sviluppo nelle indagini sull’incendio che, nell’ottobre scorso, colpì il caseificio “Delizie della Natura”, attività riconducibile agli imprenditori Demetrio e Pasquale Praticò, aderenti all’associazione antiracket “Reggio Libera Reggio“. Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli e dei sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Sara Amerio e Marco Antonio De Pasquale, il Gip Giuseppe Saverio Santagati ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di Diego Rosmini, 54 anni, noto con il soprannome di “Dieguccio ricarica”. L’uomo è indagato per l’incendio del furgone dell’azienda e nei suoi confronti viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.
L’incendio ai danni del caseificio nel centro storico di Reggio
I fatti risalgono alla notte del 7 ottobre 2025, quando in via Fra’ Gesualdo Melacrinò, nel cuore del centro storico cittadino, il mezzo commerciale dell’azienda sarebbe stato dato alle fiamme. Secondo la ricostruzione investigativa, l’incendio avrebbe interessato un Peugeot Boxer appartenente al caseificio, propagandosi successivamente a una Fiat 500, a un Renault Master e causando danni anche al portone e alla facciata di un edificio adiacente. Le fiamme avrebbero inoltre esposto a un concreto pericolo gli abitanti della palazzina coinvolta.
L’identificazione attraverso le telecamere
Determinante per l’individuazione del presunto responsabile sarebbe stato il lavoro della Squadra Mobile di Reggio Calabria. Gli investigatori avrebbero identificato Rosmini “in modo inequivoco” grazie alle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza presenti nella zona. Secondo quanto emerso dalle indagini, le telecamere avrebbero ripreso l’autore mentre raggiungeva il luogo dell’incendio in bicicletta, si avvicinava al furgone, appiccava il fuoco utilizzando del liquido infiammabile e si allontanava subito dopo.
Nei giorni successivi la Polizia di Stato avrebbe ulteriormente rafforzato il quadro indiziario attraverso l’analisi del mezzo a due ruote, ritenuto compatibile con quello immortalato nei filmati, e mediante la ricostruzione del percorso effettuato fino alla zona dell’abitazione dell’indagato.
Diego Rosmini non risulta avere condanne definitive per associazione mafiosa. Tuttavia, secondo quanto riportato negli atti dell’inchiesta, è l’ultimo dei figli maschi di Consolato Rosmini, ucciso nel 1986 durante la seconda guerra di mafia. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia lo descriverebbero come “una delle colonne portanti del sodalizio”. Per questo motivo la Dda lo considera un elemento di rilievo della cosca Rosmini e nell’ordinanza cautelare viene indicato come “esponente di spicco dell’omonima cosca”.
Per il Gip un’intimidazione dal chiaro significato mafioso
Nel provvedimento cautelare il giudice ha evidenziato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei confronti dell’indagato, oltre al rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio. Sebbene il movente non sia stato ancora completamente chiarito, secondo il Gip l’episodio avrebbe avuto “una valenza nitidamente intimidatoria”.
Particolarmente significativa la valutazione relativa all’aggravante mafiosa contestata dalla Dda. Secondo i giudici, infatti, “l’azione appare inequivocabilmente dimostrativa della volontà di recare un avvertimento di carattere ‘ndranghetistico nei confronti di due imprenditori iscritti all’associazione antiracket ‘Reggio Libera Reggio’, mediante un gesto eclatante che, non solo nei loro confronti, ma altresì in generale nel territorio di riferimento, appare percepibile come promanante dalla criminalità organizzata”.



















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