CATANZARO – Il blitz Libeccio e i detenuti in sezioni di alta sicurezza che, attraverso TikTok e Instagram, nonostante il regime carcerario riuscivano a impartire direttive e organizzare le attività illecite della cosca. È il quadro emerso dall’operazione scattata questa mattina e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
Libeccio: detenuti gestivano le proprie attività tramite TikTok e Instagram
A descrivere i dettagli dell’indagine è stato proprio il procuratore della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, secondo il quale l’organizzazione criminale continuava a mantenere i contatti e a gestire le proprie attività anche dall’interno degli istituti penitenziari.
Il blitz ha portato all’arresto di 19 persone: per 18 è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre una persona è stata posta agli arresti domiciliari. Gli affiliati delle ‘ndrine di Isola Capo Rizzuto, coinvolti nell’inchiesta operavano da diverse case circondariali. Secondo quanto emerso dalle indagini, i detenuti utilizzavano i social per mantenere i rapporti con l’esterno e impartire istruzioni sulle attività della cosca.

Il procuratore Curcio ha inoltre evidenziato come la problematica sia già nota alle istituzioni competenti. “Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e il Ministero della Giustizia conoscono questa situazione- ha spiegato – e a breve auspichiamo che possano essere adottate misure specifiche per contrastare e risolvere fenomeni di questo tipo”.
“L’operazione rivela l’ennesimo campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”, ha dichiarato il magistrato. Secondo la Procura, l’indagine ha evidenziato una vulnerabilità dei meccanismi di controllo negli istituti penitenziari.

“Questa indagine – ha aggiunto – ha rivelato la precarietà e la permeabilità dei sistemi di alta sicurezza. Sappiamo che il Dipartimento della Polizia penitenziaria e il ministero della Giustizia sono impegnati a ridisegnare il sistema. Ci aspettiamo che il regime di alta sicurezza rimanga tale”. Le parole del procuratore indicano quindi la necessità di rafforzare i controlli per impedire ai detenuti di continuare a dirigere attività criminali dall’interno delle carceri.
L’indagine partita da un danneggiamento
L’inchiesta è nata da un episodio apparentemente isolato. A ricostruirne l’origine è stato il comandante provinciale dei carabinieri di Crotone Raffaele Giovinazzo. “L’attività – ha spigato – è nata da un evento spia: un danneggiamento a un’impresa che realizza condotte elettriche”. Da quell’episodio gli investigatori hanno allargato il raggio delle indagini fino a scoprire un sistema criminale più ampio. Secondo Giovinazzo, l’inchiesta ha rivelato “la capacità della cosca di Isola di dirigere l’attività di narcotraffico e le estorsioni dal carcere”.
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