Provincia
«Un malore, senza medico né ambulanza: così si muore a Longobucco»
Lo sfogo di Mattia, laureando in medicina ed ex soccorritore 118: “a Longobucco e nei borghi della Sila Greca cosentina l’emergenza sanitaria è una condizione permanente: senza medici e senza ambulanze, il tempo diventa una condanna”

LONGOBUCCO (CS) – Riceviamo e pubblichiamo la denuncia di Mattia relative alle criticità sanitarie dei borghi dell’entroterra cosentino e in particolare di Longobucco.
“La Calabria non è una periferia dell’Italia, è una radice. È fatta di borghi che non sono cartoline ma comunità, di montagne che custodiscono storie, di persone che restano perché sentono di appartenere. Longobucco è uno di questi luoghi: un paese bellissimo, antico, incastonato nella Sila Greca, il paese di nascita di mio padre, il luogo dove la bellezza convive con la fatica e dove oggi una ferita aperta chiede di essere guardata in faccia. Qui l’emergenza sanitaria non è un titolo: è una realtà quotidiana. Qui si muore perché mancano medici, perché non c’è un’ambulanza realmente operativa, perché il primo intervento non arriva in tempo.
La morte di Tonino Sommario, colpito da un malore e deceduto durante una corsa disperata verso un presidio sanitario lontano, non è stata una tragica casualità, ma l’esito prevedibile di un sistema assente. In medicina il tempo non è un’opinione, è una variabile biologica: ogni minuto perso prima del primo contatto sanitario aumenta il rischio di morire. Quando un territorio resta senza medico fisso e senza una postazione di ambulanza, quel tempo diventa distanza, isolamento, condanna.
Lo scrivo da laureando in medicina, ma anche da ex soccorritore support 118. Chi ha vissuto un codice rosso sa cosa significa il tempo che sembra fermarsi mentre l’ambulanza corre, le sirene a tutto giro, l’adrenalina che ti tiene lucido e la speranza di arrivare in tempo; e sa anche cosa significa il ritorno quando non ce l’hai fatta: sirene spente, silenzio, domande che restano addosso e non se ne vanno più.
Quelle domande tornano oggi con forza, perché Longobucco non è sola. Nelle vicinanze altri piccoli centri sono rimasti scoperti, vulnerabili, paesi come Cropalati, Bocchigliero, Campana luoghi abitati da anziani e persone fragili che ogni giorno convivono con una consapevolezza crudele: se succede qualcosa, la prima domanda non è quanto è grave, ma se arriverà qualcuno in tempo. Questa non è paura, è realtà.
E non può essere accettata come normalità. L’amore per la Calabria non è retorica: è responsabilità. È pretendere che anche nei paesini dell’entroterra il diritto alla salute sia garantito, che esista un medico sul territorio, che un’ambulanza sia pronta a partire, che il tempo dell’emergenza non dipenda dal codice postale. La Calabria è dei calabresi che restano, di quelli che tornano, di chi studia per curare e non per scappare. Io sono pronto a mettermi in gioco per questa terra, perché la bellezza dei nostri borghi non può essere tradita dall’assenza di ciò che salva la vita. Un medico e un’ambulanza non sono un privilegio: sono il confine tra la vita e l’ingiustizia. E quel confine, a Longobucco e nei paesi vicini, non può più essere superato”.

















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