Italia
DIMISSIONI E PENSIONAMENTI
Medici in fuga, Calabria tra le regioni più colpite: -12,6% in dieci anni
Il fenomeno delle dimissioni dei medici supera quello dei pensionamenti in gran parte d’Italia. Ma è il Mezzogiorno a pagare il prezzo più pesante: in Calabria gli organici si sono ridotti del 12,6% nell’ultimo decennio

ROMA – Il fenomeno delle dimissioni dei medici sta attraversando l’intero Paese, con situazioni particolarmente marcate in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove il numero dei camici bianchi che lasciano il servizio supera da 2,4 a 3,3 volte quello dei pensionamenti. A emergere, però, è soprattutto la frattura tra Nord e Sud: nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha registrato un saldo positivo di 4.029 medici, pari a un aumento del 5,9%, mentre il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, con una riduzione del 3,1%.
La Calabria perde medici
Tra le regioni maggiormente interessate dalla diminuzione degli organici c’è la Calabria, che registra un calo del 12,6%. Un dato che si inserisce in un quadro più ampio di contrazione del personale sanitario nel Mezzogiorno e che evidenzia le difficoltà nel garantire un adeguato ricambio all’interno del sistema pubblico.
I dati emergono dall’indagine del Centro Studi del sindacato Anaao Assomed, elaborata sulla base dei dati Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Mef. A lasciare inoltre, non sono soltanto medici ormai prossimi alla pensione: l’età media dei dimissionari si aggira infatti intorno ai 48 anni, quindi in una fase ancora pienamente attiva della carriera professionale.

Il ricambio generazionale
Parallelamente alla fuga dai reparti, negli ultimi anni è iniziato anche un processo di ricambio generazionale. Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri si è ridotta in maniera significativa: di 2 anni e 7 mesi per gli uomini e di 2 anni e 4 mesi per le donne. Un contributo importante a questo processo è arrivato dal cosiddetto decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 ha consentito l’ingresso nel sistema di quasi 10.000 giovani medici, arrivando a rappresentare fino al 43% delle assunzioni a tempo determinato.
Il rischio di vanificare il ricambio
Il problema, però, resta quello della capacità del sistema pubblico di trattenere i professionisti dopo averli inseriti negli organici. Il segretario di Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, mette in evidenza il rischio che il ricambio generazionale avviato possa non essere sufficiente a compensare le uscite: “A fronte di un ricambio generazionale avviato con successo però – spiega Pierino di Silverio, segretasio di Anaao Assomed – oggi si rischia di vanificare tutto. Nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, ben 43 si sono dimessi e 77 sono usciti dal sistema pubblico, tra pensionamenti e altre cause”.
Turni massacranti e stipendi non allineati
“Non si tratta di una fisiologica mobilità professionale ma di un vero e proprio esodo – spiega Di Silverio – guidato da turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, condizioni di lavoro al limite del burnout, carichi burocratici insostenibili e aggressioni nei reparti”. “Per fermare la frana”, Anaao Assomed chiede al Governo, al Parlamento e alle Regioni di “passare dalle parole ai fatti” con un piano straordinario in 10 punti.
A partire dal rendere strutturale il Decreto Calabria, trasformando la formazione specialistica in un contratto di formazione-lavoro per i giovani. Quindi, superare definitivamente il tetto di spesa per il personale, che soffoca le assunzioni. Tra le richieste, garantire retribuzioni europee, attraverso la detassazione del salario accessorio; riformare la responsabilità professionale per arginare la medicina difensiva; incentivi economici e di carriera per le sedi disagiate e il Mezzogiorno. Spazio poi al welfare, tutelando i riposi e genitorialità, ma anche la sicurezza e la qualità di vita. Infine Anaao chiede un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni, per monitorare motivazioni e destinazioni dei professionisti.
“Il 2025 ci consegna un segnale d’allarme che nessuno può permettersi di ignorare”, conclude Di Silverio. “Il 2026 ci dirà se si è trattato di un incidente di percorso o dell’inizio di una frana. Abbiamo dimostrato che, quando si investe sui giovani, il sistema risponde. Ora serve il coraggio di investire su chi resta”.

















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