Area Urbana
"lasciateci restare in Calabria"
«A 18 anni sono partito. Oggi torno da medico: all’Annunziata ho ritrovato la speranza per la Calabria»
Dal volontariato nel 118 alla laurea in Medicina, fino all’esperienza all’Ospedale di Cosenza: il racconto di un giovane medico cosentino che sceglie di tornare e lancia un appello per fermare la fuga dei talenti dalla Calabria

COSENZA – Riceviamo e pubblichiamo l’appello di Mattia Madeo, giovane medico che ha deciso di tornare in Calabria e lancia un appello alle istituzioni per fermare la fuga dei talenti dalla regione.
“A diciotto anni sono partito. Oggi, da medico, scelgo di tornare. Perché la Calabria non ha bisogno di perdere i suoi figli, ma di avere il coraggio di credere in loro.
Avevo diciotto anni quando ho lasciato la Calabria. Come tanti ragazzi del Sud sono salito su un treno diretto a Parma con una valigia piena di sogni, la speranza di diventare medico e una promessa silenziosa fatta a me stesso: un giorno sarei tornato. Partire non ha mai significato voltare le spalle alla mia terra. Al contrario. Ho scelto di andare via per imparare, con l’idea di restituire un giorno ciò che avrei ricevuto. Parma mi ha accolto, mi ha formato e mi ha fatto crescere.
Mi ha insegnato il rigore della medicina, il valore dello studio, della ricerca, del sacrificio e della responsabilità. Mi ha dato professori straordinari, colleghi eccezionali e la possibilità di costruire solide basi scientifiche e umane. A Parma devo moltissimo e le sarò sempre riconoscente. Ma c’è una differenza profonda tra il luogo che ti insegna una professione e quello che ti insegna perché quella professione l’hai scelta. Parma mi ha insegnato come essere medico. La Calabria mi ha insegnato per chi voglio esserlo”.

“Sulle ambulanze del 118 ho capito che la medicina è presenza”
Mattia spiega che la sua “vocazione non è nata in un’aula universitaria. È nata sulle ambulanze del 118. È nata durante i turni di volontariato, nelle notti passate aspettando una chiamata, nelle mani strette a chi aveva paura, negli sguardi di chi vede arrivare un equipaggio e ritrova la speranza. Per me il 118 non è mai stato una semplice esperienza. È stato una scuola di vita. Mi ha insegnato che il tempo non si misura in minuti ma in possibilità, che dietro ogni codice rosso non c’è un protocollo ma una famiglia, una storia, una vita. È lì che mi sono innamorato della Medicina d’Emergenza-Urgenza. Non dell’adrenalina, ma dell’umanità. Ho capito che la medicina è soprattutto presenza: esserci quando qualcuno ha più bisogno di te.
Sette mesi fa scrivevo un articolo intitolato “Lasciateci restare. La Calabria si cura con il cuore dei suoi figli.” Lo scrivevo da studente di Medicina. Oggi torno a scrivere da medico. Potrei raccontare la gioia della laurea, i sacrifici di questi anni, gli obiettivi raggiunti. Ma la verità è che la cosa più importante non è cambiata: continuo a credere che la Calabria abbia bisogno dei suoi giovani e che i suoi giovani abbiano il diritto di poter scegliere di restare. Non è una richiesta personale. È una riflessione sul futuro di una terra che continua a perdere energie preziose proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno”.

“Al pronto soccorso dell’ospedale di Cosenza il malato non è un numero”
Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di frequentare l’Azienda Ospedaliera di Cosenza. E credo sia doveroso raccontare anche ciò che funziona, perché una critica è credibile solo quando sa riconoscere il valore delle cose buone. Ho trovato una realtà profondamente diversa da quella che spesso viene descritta. Ho trovato un ospedale che sta cambiando, nel quale innovazione, organizzazione, attenzione al paziente e umanità convivono nella stessa idea di cura. Ho visto un Pronto Soccorso nel quale il malato non è un numero, ma una persona da accogliere, ascoltare e accompagnare. Ho respirato un clima nel quale si percepisce la volontà di costruire una sanità moderna senza perdere il volto umano della medicina.
In questo percorso ho avuto il privilegio di conoscere il Prof. Andrea Bruni, Direttore del Dipartimento di Emergenza-Urgenza. Del suo valore parlano il curriculum, gli incarichi ricoperti, l’attività scientifica e il riconoscimento conquistato nel panorama della medicina critica e dell’emergenza. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato l’uomo. Ho visto un direttore che vive il reparto, che percorre ogni giorno i corridoi, che si ferma a parlare con i pazienti e con le loro famiglie, che ascolta medici, infermieri e operatori sanitari, che insegna con l’esempio prima ancora che con le parole.
Una frase mi è rimasta impressa: “A me la mediocrità non piace. Mi piace l’eccellenza.” Non l’ho interpretata come un’ambizione personale, ma come una filosofia di lavoro. Perché l’eccellenza non significa sentirsi migliori degli altri. Significa non smettere mai di studiare, pretendere il massimo da sé stessi, avere l’umiltà di imparare ogni giorno e ricordarsi che ogni paziente merita il meglio che siamo capaci di offrire. È una cultura che si costruisce quotidianamente e che ha il potere di contagiare chiunque abbia la fortuna di viverla.

Questo cambiamento, però, non appartiene a una sola persona. È il risultato di una squadra che ha condiviso una visione comune della sanità. Accanto al Professor Bruni desidero ricordare il Dott. Roberto Ricchio, Primario del Pronto Soccorso, e la coordinatrice infermieristica Eva De Rose, professionisti che hanno contribuito in maniera determinante alla crescita del reparto, costruendo insieme un modello fondato su professionalità, organizzazione, umanità e attenzione verso il paziente. Osservando il loro lavoro ho capito che un Pronto Soccorso non cambia perché arriva una sola persona. Cambia quando esiste una squadra che condivide gli stessi valori, quando medici, infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici e dirigenti remano nella stessa direzione. L’eccellenza non nasce mai dal talento di uno solo. Nasce dalla forza di un gruppo che decide ogni giorno di mettere il paziente al centro.
Ed è proprio guardando queste persone che nasce la riflessione più importante. La Calabria non ha bisogno soltanto di nuovi ospedali, nuove apparecchiature o nuovi finanziamenti. Ha bisogno di investire nelle persone. Perché un ospedale si costruisce in pochi anni. Un medico richiede almeno dieci anni di studio, sacrificio, formazione, esperienza e crescita continua. Quando un giovane medico parte, non parte soltanto una persona. Parte un investimento enorme. Parte entusiasmo, competenza, futuro.
Per questo credo che sia arrivato il momento di aprire una riflessione seria sulla valorizzazione dei giovani medici. Nessuno mette in discussione il valore della formazione specialistica, che rappresenta un pilastro fondamentale della qualità dell’assistenza. Ma una Regione che affronta una cronica carenza di personale sanitario dovrebbe interrogarsi su come permettere ai giovani di crescere più rapidamente all’interno del proprio sistema sanitario, sempre affiancati da professionisti esperti, in percorsi strutturati, sicuri e progressivi. I neolaureati di oggi arrivano alla laurea con una preparazione molto diversa rispetto al passato.
Sei anni di università, migliaia di ore di tirocinio, simulazione clinica, ricerca scientifica, corsi avanzati, certificazioni internazionali, esperienze nei Pronto Soccorso e sul territorio fanno sì che molti giovani medici possiedano già solide basi teoriche e pratiche. Nessuno immagina un neolaureato lasciato solo davanti alle difficoltà. Al contrario, il suo posto è accanto ai professionisti più esperti, dai quali imparare ogni giorno. Ma è proprio per questo che occorre rimuovere quegli ostacoli organizzativi e culturali che, troppo spesso, rallentano inutilmente l’ingresso di giovani motivati in un sistema che ha urgente bisogno di nuove energie. Investire su un giovane medico non significa abbassare il livello della sanità. Significa costruire il livello della sanità di domani.
Io sono testardo. Lo ero quando a diciotto anni partii per Parma dicendo che sarei diventato medico. Lo sono oggi quando dico che voglio esserlo in Calabria. Continuerò a studiare, continuerò a formarmi, continuerò a bussare con rispetto alle porte delle istituzioni, perché credo che il dovere della mia generazione non sia quello di lamentarsi, ma di mettersi a disposizione. Tuttavia, la disponibilità dei giovani da sola non basta. Serve anche il coraggio delle istituzioni di credere in loro. Il mio appello, oggi, è lo stesso di sette mesi fa, ma ha un significato diverso. Non è più il sogno di uno studente. È la scelta consapevole di un medico.
L’appello: “Lasciateci restare in Calabria”
Mattia conclude la sua lettera alle istituzioni lanciando un appello. “Lasciateci restare. Lasciateci crescere. Dateci l’opportunità di imparare accanto ai grandi professionisti che la Calabria già possiede. Abbiate il coraggio di investire nei vostri giovani prima che siano altri a raccogliere ciò che questa terra ha seminato. Perché la vera ricchezza di una Regione non è soltanto ciò che costruisce, ma soprattutto le persone che riesce a trattenere. E una Calabria capace di credere nei propri figli sarà una Calabria capace di curare, finalmente, anche sé stessa”.



















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