Area Urbana
Tragedia a Cosenza
Il caso Mohamed scuote Cosenza: sindaco, collettivi e politica chiedono di fare luce. Lunedì la manifestazione
Dal sindaco di Cosenza ai collettivi e ai movimenti politici, cresce la richiesta di fare piena luce sulla morte di Mohamed Amin Bessioud, morto dopo essersi gettato dal balcone di casa durante una perquisizione dei carabinieri

COSENZA – “Un’altra vita spezzata, un’altra tragedia che lascia sconvolti e pieni di rabbia. Mohamed Amin Bessioud aveva 25 anni e una fragilità psicologica profonda, già nota e documentata”. È quanto si legge in una nota del collettivo La Base Cosenza in merito alla morte del giovane avvenuta durante una perquisizione delle forze dell’ordine nell’abitazione di famiglia. Il collettivo ha reso noto che per chiedere verità e giustizia sulla vicenda organizzerà una manifestazione di protesta nel pomeriggio di lunedì 27 alle 18.30 che partirà da via dei Mille, sotto casa del ragazzo.

“È inconcepibile – prosegue la nota del movimento – che un ragazzo così vulnerabile sia finito al centro di un intervento drammatico, culminato nel più tragico dei gesti davanti a chi doveva tutelarlo. Le denunce della famiglia tratteggiano un quadro agghiacciante: isolamento, minacce e il dolore di una madre a cui è stato persino impedito di soccorrere il figlio. Non si può morire così, abbandonati dal sistema sociale prima e schiacciati dalla paura poi. Pretendiamo che sia fatta immediata e totale chiarezza su quanto accaduto e su ogni responsabilità. Mohamed meritava ascolto, supporto e protezione, non un epilogo simile. Per lui e per la sua famiglia pretendiamo giustizia”.
Il Sindaco Caruso: “La tutela della dignità della persona rafforza lo Stato di diritto”
“La tragica morte del giovane Mohamed Amin Bessioud impone a tutti un atteggiamento di grande rispetto, prudenza e umanità”. È quanto afferma il sindaco Franz Caruso intervenendo sulla tragica vicenda che ha portato alla morte del venticinquenne Mohamed Amin Bessioud, avvenuta durante una perquisizione nell’abitazione in cui il giovane si trovava agli arresti domiciliari.
“Da avvocato penalista, prima ancora che da Sindaco – prosegue Franz Caruso – ho sempre sostenuto che la qualità di uno Stato di diritto si misura soprattutto dalla capacità delle sue istituzioni di garantire i diritti fondamentali della persona, anche quando questa è sottoposta a una limitazione della libertà personale. È un principio sancito dalla nostra Costituzione che deve rappresentare il faro dell’azione di tutti. Sono certo che anche in questa circostanza tali principi abbiano ispirato l’operato di chi è stato chiamato a svolgere un delicato servizio istituzionale.
Nutro profonda stima e piena fiducia nelle donne e negli uomini delle forze dell’ordine, che ogni giorno operano con professionalità, senso dello Stato e spirito di sacrificio per garantire la sicurezza delle nostre comunità, spesso in contesti di particolare difficoltà e tensione. Il loro compito è complesso e merita il rispetto di tutti.

Allo stesso tempo, vicende come questa, che purtroppo richiamano altre dolorose storie, ci ricordano quanto sia essenziale che sicurezza, legalità e tutela della dignità umana procedano sempre insieme. Il rispetto dei diritti della persona non è mai un ostacolo all’azione dello Stato, ma ne rappresenta la più alta espressione.
L’articolo 27 della Costituzione ci insegna che ogni misura restrittiva della libertà deve conservare una funzione rieducativa e mai mortificare la dignità dell’essere umano. È un valore che deve accompagnare ogni fase dell’esecuzione della pena, sia in carcere sia nelle misure alternative, come gli arresti domiciliari. Proprio per questo è fondamentale che, accanto al rigoroso rispetto della legalità, le istituzioni promuovano e rafforzino percorsi di sostegno, ascolto e accompagnamento rivolti alle persone private della libertà personale.
Offrire strumenti di supporto sociale, psicologico ed educativo significa dare concreta attuazione al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, contribuendo a favorire il reinserimento nella comunità e a prevenire situazioni di emarginazione e di ulteriore fragilità. Uno Stato è tanto più forte quanto più è capace di coniugare l’esercizio dell’autorità con la capacità di prendersi cura della persona, senza mai rinunciare ai valori di umanità che sono il fondamento della nostra democrazia”. “Alla famiglia del giovane – conclude il sindaco Franz Caruso – rivolgo il mio sentimento di sincera vicinanza per una perdita tanto dolorosa”.
Rifondazione Comunista: «Fare piena luce sulla morte di Mohamed Amin Bassioud»
“Mohamed Amin Bassioud è morto suicida a 22 anni durante una perquisizione dei carabinieri. Secondo quanto testimoniato dalla madre, Mohamed viveva una condizione di forte disagio psicologico, aggravata dal fatto di essere agli arresti domiciliari. Quello che doveva essere un controllo di routine si è trasformato in una tragedia”. A scriverlo in una nota è Rifondazione Comunista. “Le forze dell’ordine riferiscono di aver rinvenuto circa cento grammi di hashish e di aver quindi ammanettato il giovane, il quale si sarebbe poi lanciato dal balcone. La madre contesta con fermezza questa ricostruzione.
Quello che appare ormai evidente nel nostro Paese è che le forze dell’ordine non dispongono di una formazione adeguata per affrontare situazioni che coinvolgono persone con fragilità psichiche, come nel caso di Mohamed e, prima ancora, di Abderrahim Fakir a Bologna. In circostanze di questo tipo, l’approccio repressivo e coercitivo continua troppo spesso a prevalere su quello della tutela della persona, con conseguenze talvolta drammatiche.
Non si può ignorare la testimonianza della madre di Mohamed, che riferisce circostanze che, se confermate, renderebbero questa vicenda ancora più grave. Sostiene infatti che il figlio sarebbe stato chiuso nella propria stanza senza la possibilità di ricevere il suo aiuto e che le sarebbe stato impedito di raggiungerlo e prestargli soccorso fino all’arrivo del 118. Dalla lettera del suo avvocato emerge inoltre che Mohamed aveva già tentato il suicidio ed era seguito da una struttura specializzata. Sempre secondo il legale, il ragazzo viveva con il costante timore degli interventi delle forze dell’ordine.

Questa tragedia, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. Sempre più spesso assistiamo a episodi in cui, durante perquisizioni o interventi delle forze dell’ordine, soprattutto giovanissimi arrivano a togliersi la vita. È un fenomeno che impone una riflessione profonda sul modello repressivo adottato nel nostro Paese. Mohamed si trovava agli arresti domiciliari per un procedimento legato alle droghe leggere, non per reati di sangue. Anche alla luce del dibattito sulla giustizia, riteniamo sia arrivato il momento di affrontare con coraggio il tema della depenalizzazione delle droghe leggere, superando un approccio che continua a criminalizzare migliaia di giovani senza produrre maggiore sicurezza per la collettività.
Mentre Cosenza è sempre più schiava del traffico e del consumo di cocaina, fenomeni che alimentano il potere della criminalità organizzata e producono un enorme danno sociale, si continua a concentrare una parte significativa dell’azione repressiva su vicende legate alle droghe leggere. È una strategia che non ha prodotto né maggiore sicurezza né una riduzione del consumo di sostanze e che merita di essere profondamente ripensata.
Ci auguriamo che la magistratura faccia piena luce su quanto accaduto, accertando ogni eventuale responsabilità. Ma è altrettanto necessario lavorare affinché tragedie come questa non si ripetano. Non possiamo più accettare che delle persone perdano la vita durante interventi nei quali lo Stato dovrebbe garantire innanzitutto la tutela della loro incolumità.
Noi di Rifondazione Comunista siamo convinti che la sicurezza non si costruisca attraverso la repressione indiscriminata, ma investendo nella salute mentale, nei servizi sociali, nella prevenzione, nella riduzione del danno e in un sistema di giustizia capace di coniugare legalità, diritti e dignità della persona. Una società più giusta è una società che cura, accompagna e previene, non una società che risponde a ogni problema con la sola logica della punizione.

Sinistra Italiana: “Chiediamo un’indagine rigorosa”
La morte di Mohamed Amin Bassioud, 25 anni, precipitato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri, è una tragedia che non può essere archiviata nel silenzio.
Mohamed soffriva da tempo di un grave disagio psichico e, secondo le testimonianze raccolte, in passato aveva già manifestato comportamenti autolesionistici. Proprio per questo, il racconto della madre e della fidanzata solleva interrogativi che devono essere chiariti con assoluta trasparenza: sulle modalità dell’intervento, sulla gestione di una persona in evidente fragilità e sull’eventuale uso della forza.
Come Segreteria Provinciale di Sinistra Italiana Cosenza e UGS Calabria, non intendiamo emettere sentenze anticipate. Chiediamo però un’indagine rigorosa, indipendente e completa, capace di accertare ogni responsabilità e di restituire verità alla famiglia.
Il caso di Mohamed, come già il caso Fakir, ci ricorda che quando una persona fragile entra in contatto con le istituzioni e con le forze dell’ordine, la priorità deve essere la tutela della vita e della dignità, non l’escalation della tensione.
La sicurezza non può essere separata dal rispetto dei diritti. Chiediamo quindi piena trasparenza sull’accaduto, tutela per la famiglia e una riflessione seria sui protocolli di intervento nei confronti delle persone con disagio psichico. Mohamed non può diventare soltanto un’altra storia dimenticata. La verità è il primo dovere delle istituzioni.
















Social