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Cosenza: caso Mohamed, Vice Brigadiere non è indagato ma viene sospeso. I legali «un paradosso»

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La sospensione

Cosenza: caso Mohamed, Vice Brigadiere non è indagato ma viene sospeso. I legali «un paradosso»

Gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto Gallo intervengono dopo l’apertura del procedimento penale sulla morte di Mohamed Amin Bessioud e denunciano una campagna di insulti e minacce contro il loro assistito. «Siamo al paradosso», sostengono i legali, che contestano anche la sospensione dalle funzioni operative

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COSENZA – Dopo la vicenda relativa alla morte di Mohamed Amin Bessioud, deceduto il 23 luglio scorso durante un’operazione di Polizia Giudiziaria, intervengono nuovamente gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto Gallo, difensori del Vice Brigadiere in servizio presso il Nucleo Operativo e Radiomobile – Sezione Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Cosenza, destinatario, secondo quanto riferito dai legali, di una serie di attacchi sui social network e su alcune testate online.

Secondo la ricostruzione contenuta nell’esposto, il militare stava effettuando un controllo nei confronti di Bessioud, sottoposto agli arresti domiciliari e alla detenzione domiciliare. Durante il controllo sarebbe stata rinvenuta sostanza stupefacente del tipo hashish. I legali riferiscono quindi di una violenta resistenza, dell’applicazione delle manette per ragioni di sicurezza e della successiva caduta dal balcone del terzo piano, che provocò la morte dell’uomo.

Gli avvocati denunciano inoltre una campagna denigratoria online che, a partire dai giorni immediatamente successivi alla tragedia, con insulti, minacce, anche di morte, e accuse ritenute false.

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Caso Mohamed, la difesa del  carabiniere «ha solo svolto il suo sacrosanto dovere»

I difensori sostengono che, nonostante le smentite e il ricorso alla giustizia penale, la campagna contro il loro assistito sarebbe proseguita, provocando, a loro dire, «una condizione di grave disonore, un’infamia, un pubblico disprezzo».

«Ribadiamo ancora una volta che il Vice Brigadiere ha solo svolto il suo sacrosanto dovere, in un servizio “Comandato“. Durante il controllo per le persone, sottoposte al regime di una misura cautelare, come quella degli arresti domiciliari, l’ufficiale e/o l’agente di PG deve verificare se all’interno del domicilio ci sono soggetti che non fanno parte del nucleo familiare. Se poi a questo si aggiunge il rinvenimento di sostanze stupefacenti e danaro in contanti, non giustificato, l’arresto si rende obbligatorio».

«Si applicano le manette ai polsi, specie se l’arrestato, divincolandosi va in escandescenza e involontariamente procura graffi evidenti e documentati al personale operante. Se poi l’arrestato chiede al Vice Brigadiere il permesso di infilarsi le scarpe, spingendolo contestualmente contro un armadio, facendogli perdere il controllo della situazione è facile compiere l’insano gesto e nulla poteva fare se non quello di chiamare immediatamente i soccorsi e tentare in tutti i modi di rianimarlo, togliendogli le manette ai polsi».

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La sospensione e il profilo professionale

Secondo quanto riferito dai legali, la campagna mediatica avrebbe avuto anche conseguenze sul piano professionale, con la sospensione provvisoria del militare dalle funzioni operative, in attesa degli eventuali provvedimenti che potranno essere adottati. La vicenda, aggiungono i difensori, sarebbe stata sottoposta dal sindacato al quale il Vice Brigadiere si è rivolto anche all’attenzione del Comando Generale dei Carabinieri.

I legali «siamo al paradosso»

Gli avvocati, sottolineano inoltre che il Vice Brigadiere non sarebbe stato destinatario di alcun provvedimento disciplinare e non risulterebbe, allo stato, indagato dalla locale Procura della Repubblica. Per la difesa, il provvedimento cautelativo avrebbe finito per alimentare nell’opinione pubblica la percezione della fondatezza delle accuse rivolte al sottufficiale, incidendo sulla sua immagine e professionalità.

I legali ricordano infine il lungo percorso professionale del loro assistito, arruolato nel 1993 e impegnato in servizi di tutela e scorta in favore di diverse autorità giudiziarie, militari e politiche, oltre che in missioni all’estero in Kosovo, Iraq, Ecuador e Kenya. Un percorso, sottolineano, accompagnato da riconoscimenti ed encomi da parte dei superiori gerarchici. «A fronte di tali caratteristiche – concludono gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto Gallo – ci si sarebbe aspettato un atteggiamento differente dall’Arma dei Carabinieri».

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