Italia
Nascite: crollo record a soli 355mila nati. In Italia per il 62% volere un figlio significa “poterselo permettere”
I dati del report “Volere o Potere” 2026: l’indicatore di fecondità scende al minimo storico di 1,14 figli per donna. Soltanto il 42,8% delle donne riesce a realizzare il proprio progetto di maternità nei tempi previsti. Il 62,2% degli italiani rinuncia per le difficoltà materiali incontrate

ROMA – Non si tratta di un disinteresse culturale, ma di una resa strutturale di fronte a barriere economiche, lavorative e di welfare. È la fotografia scattata dal dossier “Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat e presentato nell’ambito degli Stati Generali della Natalità. I numeri testimoniano una crisi profonda e costante: nel 2025 le nascite in Italia si sono fermate a 355.000 bambini, segnando il punto più basso dal secondo dopoguerra. Un dato che contrasta con le aspettative: nel 2024 le donne italiane in età fertile dichiaravano un desiderio di maternità pari a 760.000 nuovi nati all’anno. Più della metà di quel potenziale stimato è andato disperso.
Crollo delle nascite e saldo negativo: persa l’equivalente di una grande città
Il tasso di fecondità totale in Italia è sceso a 1,14 figli per donna, ben lontano dal 2,1 necessario per garantire il ricambio generazionale (tasso di sostituzione). Il confronto storico mostra l’entità del calo: se nel 1964 le nascite superavano il milione all’anno, nel 1995 erano scese a 526.000, fino ad arrivare ai valori attuali.
A fronte dei 355.000 nati nel 2025, si sono registrati 652.000 decessi, determinando un saldo naturale negativo di -297.000 persone. Un calo demografico annuo equivalente alla scomparsa di una città come Catania o alla somma dei residenti di Reggio Emilia e Salerno.
ANDAMENTO NASCITE IN ITALIA (1964 – 2025)
1964: ██████████████████████ 1.000.000
1995: ███████████ 526.000
2025: ███████ 355.000
(Fonte: Elaborazione dati Istat / Fondazione per la Natalità)
Il paradosso della longevità e la tenuta del welfare
All’interno dello studio emerge un contrasto evidente: l’Italia si conferma uno dei Paesi più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita media di 83,4 anni (superiore agli 81,5 dell’Unione Europea e ai 78,4 degli Stati Uniti). Tuttavia, il progressivo invecchiamento della popolazione — con un indice di vecchiaia schizzato a 216,3% e previsto in crescita al 311% nel 2050 — rischia di appesantire la tenuta della sanità pubblica e del sistema pensionistico. Con una base di contribuenti e lavoratori sempre più ridotta, la sostenibilità delle prestazioni sanitarie e assistenziali diventerà la vera criticità dei prossimi anni.

Lavoro, parità e il “muro economico”: perché si rinuncia ai figli
Analizzando il campione di oltre 10,5 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che dichiarano di non volere o non potere avere figli, emerge che solo il 5,5% considera i figli del tutto estranei al proprio progetto di vita. La maggioranza (62,2%) ha invece rinunciato per le difficoltà materiali incontrate. Le motivazioni principali della rinuncia o del rinvio si articolano su diversi fattori:
Incertezza economica: 2,8 milioni di persone individuano nella precarietà lavorativa o nei redditi bassi il motivo principale del rinvio. Oltre la metà del campione teme un peggioramento delle condizioni finanziarie nei tre anni successivi alla nascita di un figlio.
Disparità di genere nell’impiego: Il 49,9% delle donne teme ripercussioni negative sulla propria carriera lavorativa in caso di gravidanza, a fronte del 24% degli uomini.
Inattività per motivi familiari: Le persone fuori dal mercato del lavoro per accudire la famiglia sono 3 milioni tra le donne, contro 151.000 tra gli uomini (un rapporto di 1 a 21).
La “Generazione Sandwich”: L’11,5% di chi rinuncia a fare figli dichiara di dover concentrare il tempo di cura sui genitori anziani, rimanendo schiacciato tra l’assistenza alle generazioni precedenti e la mancanza di servizi di supporto.
“La denatalità in Italia non è figlia dell’indifferenza, è figlia delle circostanze. Non si tratta di convincere qualcuno ad avere figli, ma di evitare che milioni di persone rinuncino a quelli che avrebbero voluto”, commenta Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità.

Dalle intenzioni alla realtà: la verifica del registro Istat
A confermare il divario tra intenzioni e realizzazione concreta intervengono i dati dell’innovativo registro longitudinale della fecondità sviluppato da Istat tramite record linkage. Seguendo le dichiarazioni espresse dalle donne nel 2016 fino al 2023, la ricerca rileva che solo il 42,8% di chi si diceva “certamente intenzionata” ad avere un figlio nei tre anni successivi è riuscita a realizzare il proprio progetto. La percentuale scende al 20,6% per chi dichiarava l’intenzione come “probabile”. Il fenomeno del continuo rinvio, causato da precarietà e mancanza di servizi, finisce così per trasformarsi col tempo in una rinuncia definitiva, riducendo progressivamente la platea della popolazione in età fertile.















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