Italia
CONTRIBUTO ITALIANO
L’obesità rallenta nei Paesi ricchi, in calo anche in Italia. I dati dello studio internazionale
Vasta analisi condotta dall’Imperial College su 232 milioni di persone in circa 200 Paesi rivela un’inversione. Resta invece critica la situazione nei Paesi a basso e medio reddito, dove i tassi continuano a salire

ROMA – L’immagine di un mondo travolto da un’ondata di obesità senza fine potrebbe appartenere al passato, almeno per le nazioni più industrializzate. Secondo una monumentale ricerca internazionale pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, i tassi di obesità nei Paesi ad alto reddito hanno smesso di crescere e, in alcuni casi virtuosi come l’Italia, la Francia e il Portogallo, mostrano i primi segnali di un lieve calo.
La ricerca sull’obesità: il contributo italiano e della Calabria
Lo studio si è basato su circa 2mila ricercatori di tutto il mondo guidati dall’Imperial College di Londra. Lo studio si basa sui dati provenienti da 232 milioni di individui di 200 Paesi, e mette in discussione l’idea che sia in atto una epidemia globale di obesità. Alla ricerca hanno partecipato anche molti ricercatori italiani, con il contributo delle Università di Palermo, Torino, Padova, Salerno, Insubria, Catania, Ferrara, Firenze, Brescia, Aldo Moro di Bari, Pisa e Bologna. Ha collaborato anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Reggio Calabria e di Pisa, insieme all’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Padova e all’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Cnr di Avellino.

Infine, hanno preso parte anche l’Istituto Neurologico Mediterraneo di Pozzilli (Neuromed), il Centro Studi Canopo di Salerno, il Crea, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Associazione Calabrese di Epatologia, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e il Ministero della Salute, oltre a Libera Università Mediterranea ‘Giuseppe Degennaro’ di Bari, Centro Studi Epidemiologici di Gubbio, Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze, Ospedale universitario di Varese e Centro di prevenzione cardiovascolare di Udine.
Lo studio, coordinato da Majid Ezzati dell’Imperial College di Londra, ha analizzato i dati relativi al Body Mass Index (BMI) coprendo un arco temporale che va dal 1980 al 2024. Il risultato mette in discussione il concetto stesso di “epidemia globale” uniforme, delineando invece un mondo spaccato in due.
Obesità: il primato dell’Italia e il modello europeo
L’Italia si conferma in prima linea in questa transizione positiva. Mentre negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda la curva si è stabilizzata su livelli preoccupanti (tra il 19% e il 23% della popolazione in età scolare), nel Bel Paese il plateau è stato raggiunto a quote decisamente inferiori: tra l’8% e il 12% per i bambini e tra il 14% e il 15% per gli adulti.
Alla ricerca ha contribuito in modo massiccio la comunità scientifica italiana, con il coinvolgimento di decine di università (da Palermo a Torino, passando per Padova, Firenze e Bari), del CNR e dell’Istituto Superiore di Sanità.

I dati indicano che il rallentamento della crescita dell’obesità si manifesta prima nelle fasce più giovani per poi riflettersi, circa dieci anni dopo, sugli adulti. La Danimarca è stata la pioniera di questo trend già nel 1990, seguita dalla maggior parte dei Paesi occidentali dopo il 2000. Fanno eccezione Australia, Finlandia e Svezia, dove tra i bambini il fenomeno continua a crescere in controtendenza.
Il divario con i Paesi in via di sviluppo
Se l’Occidente sembra aver trovato, almeno parzialmente, gli anticorpi sociali o alimentari per frenare il fenomeno, la situazione appare drammatica altrove. Nei Paesi a basso e medio reddito l’obesità non solo non si ferma, ma accelera. In nazioni come il Brasile, la Romania o la Repubblica Ceca, la prevalenza tra gli adulti ha già raggiunto picchi del 30-40%.
“Il quadro è più ottimistico per molte nazioni”, spiega Majid Ezzati, “ma ora dobbiamo capire perché alcuni Paesi ottengono risultati migliori di altri”. La sfida per il futuro si sposta quindi sulla disponibilità e l’accessibilità economica dei cibi sani, fattori determinanti per colmare un divario sanitario che rischia di diventare una nuova forma di disuguaglianza globale.

















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