Calabria
Omicidio Maria Chindamo, chiusa l’istruttoria: stop a nuove prove, il 18 novembre la requisitoria della DDA
La Corte d’Assise di Catanzaro ha respinto tutte le richieste di integrazione probatoria avanzate da accusa e difesa. Escluso l’esame del collaboratore di giustizia Pasquale Alessandro Megna, il dibattimento entra nella fase cruciale della discussione.

CATANZARO – Si avvia verso la fase cruciale il dibattimento del processo “Maestrale” incentrato sull’efferato omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello scomparsa la mattina del 6 maggio 2016 a Nicotera e vittima di un caso di “lupara bianca”. La Corte d’Assise di Catanzaro ha infatti ufficialmente dichiarato chiusa l’istruttoria dibattimentale, respingendo in toto le richieste di integrazione probatoria avanzate sia dalla pubblica accusa che dal collegio difensivo di Salvatore Ascone, imputato nel procedimento per concorso nel delitto. Con questo passaggio, il processo entra formalmente nella fase della discussione: la requisitoria del sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, Annamaria Frustaci, prenderà il via il prossimo 18 novembre.
Il nodo dei verbali e il no all’audizione del collaboratore Megna
Nel corso della precedente udienza, la DDA aveva avanzato specifiche richieste istruttorie, tra cui l’acquisizione di tre verbali e la conseguente audizione in aula del collaboratore di giustizia Pasquale Alessandro Megna. Figlio di Assunto Natale Megna – ritenuto elemento di spicco del clan Mancuso e attualmente detenuto al regime del 41 bis –, il pentito aveva già fatto riferimento alla vicenda nel processo “Maestrale-Carthago”, indicando Ascone tra i soggetti coinvolti nelle fasi successive del delitto, nello specifico nella distruzione e nell’occultamento del corpo della vittima.
A tale richiesta si erano fermamente opposti i difensori di Salvatore Ascone, gli avvocati Francesco Sabatino e Salvatore Staiano. La Corte d’Assise ha accolto le obiezioni sollevate dalla difesa, rigettando l’istanza della pubblica accusa e giudicando l’esame del collaboratore non assolutamente necessario ai fini del giudizio. Contestualmente, sono state respinte anche le altre istanze istruttorie presentate dalle parti [cite: ].
Processo Maestrale: verso la requisitoria della DDA
Chiusa la fase dedicata all’acquisizione delle prove e sfoltito il campo da ulteriori testimonianze o inserimenti documentali, l’attenzione si sposta adesso interamente sulle conclusioni dell’accusa. L’appuntamento in aula è fissato per il 18 novembre, data in cui la pm Annamaria Frustaci illustrerà la requisitoria, tracciando il quadro accusatorio complessivo nei confronti degli imputati e ripercorrendo gli elementi emersi in questi mesi di dibattimento sulla tragica fine dell’imprenditrice vibonese.
‘inchiesta “Maestrale-Carthago” condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Catanzaro ha rappresentato una svolta fondamentale nella ricostruzione e nella ricerca della verità sulla tragica scomparsa di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello svanita nel nulla la mattina del 6 maggio 2016 a Nicotera.
L’omicidio di Maria Chindamo
Per anni il caso è rimasto avvolto nel mistero della cosiddetta “lupara bianca”. Le risultanze investigative emerse nell’ambito dell’operazione antimafia “Maestrale” hanno permesso di svelare che dietro l’omicidio dell’imprenditrice c’erano dinamiche criminali ben precise. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la morte della donna sarebbe maturata a causa di specifici interessi del clan Mancuso sui suoi terreni e per una sorta di “punizione” legata alla sua indipendenza e alla gestione autonoma delle sue proprietà agricole, in un territorio fortemente controllato dalla criminalità organizzata.

Le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia (tra cui Emanuele Mancuso) hanno delineato un quadro agghiacciante sulle modalità dell’esecuzione e sulla distruzione del corpo, occultato e distrutto. Il troncone principale e i successivi approfondimenti investigativi legati alla scomparsa di Maria Chindamo hanno portato all’individuazione di responsabilità e al rinvio a giudizio di imputati chiave, tra cui Salvatore Ascone (noto come “U Pinnularu”), accusato di concorso in omicidio e distruzione di cadavere.
Le indagini, nel corso del tempo, hanno continuato a scandagliare la rete di complicità attorno al delitto, allargando progressivamente il raggio d’azione su ulteriori soggetti sospettati di aver preso parte a vario titolo alla fase organizzativa o materiale del crimine.

















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