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Da Oncorosa un dono di cuore alla Comunità Educativa Specialistica “Casa Madre Elena Aiello” – Exodus Sud

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Da Oncorosa un dono di cuore alla Comunità Educativa Specialistica “Casa Madre Elena Aiello” – Exodus Sud

Solidarietà a Carolei: Oncorosa dona un defibrillatore alla Comunità Exodus Sud: la consegna del dispositivo salvavita sigla il legame nel segno dell’impegno educativo e della cura. “Non solo un presidio medico, ma un ponte di umanità”

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Oncorosa Exodus

CAROLEI – di Gianfranco Forlino – C’è una forma di solidarietà che va oltre il gesto materiale, che parla direttamente al cuore e lascia un segno profondo nelle persone che la vivono. È quello che è accaduto nella serata di ieri, 6 marzo, quando l’Associazione Oncorosa ha varcato la soglia della Comunità Educativa Specialistica “Casa Madre Elena Aiello” – Exodus Sud, di Carolei, portando con sé non solo un defibrillatore, ma un messaggio potente. Nessuno è solo!

Oncorosa ed Exodus: due sponde della stessa missione

Oncorosa ed Exodus sembrano realtà lontane, ma custodiscono la stessa verità umana; la prima è presenza fedele accanto a chi affronta la malattia oncologica e a chi ne condivide il peso ogni giorno, tendendo una mano nei momenti di paura, alleggerendo la solitudine, donando ascolto, sostegno e calore quando tutto appare più difficile. Exodus accoglie giovani feriti dalla vita e dagli errori, offrendo loro un luogo in cui ricominciare, essere riconosciuti e tornare a credere nel proprio futuro. A unire queste due esperienze è una certezza semplice e radicale, quella che nessuna fragilità deve essere lasciata sola, e ogni persona merita di essere accompagnata con cura, rispetto e amore.

Casa Madre Elena Aiello e Il valore del recupero

Visitare la Comunità Educativa Specialistica “Casa Madre Elena Aiello” – Exodus Sud significa entrare in un luogo dove il recupero non è una parola astratta, ma un lavoro quotidiano fatto di ascolto, regole, fatica, gioco, pazienza e amore educativo. Qui vengono accolti ragazzi spesso segnati da storie difficili, fragilità profonde e percorsi giudiziari complessi. Eppure, proprio in questo spazio, ciò che colpisce è la volontà concreta di non arrendersi mai alla parte più ferita della loro esistenza.

Exodus, fondata sull’intuizione educativa di Don Antonio Mazzi, continua a incarnare una missione alta e coraggiosa, quella di stare accanto agli ultimi, offrire opportunità di riscatto, trasformare il disagio in consapevolezza, la rabbia in possibilità di rinascita. Ed è impossibile non cogliere, all’interno di questo percorso, il ruolo centrale della presidente Deborah Granata, in cui si percepisce con forza una dedizione totale, autentica, energica.

Oncorosa

Dalle sue parole, dai suoi gesti, dal modo in cui vive la comunità, emerge chiaramente la scelta precisa di essere accanto ai giovani più fragili, anche quando la loro sofferenza si esprime in forme dure, complesse, difficili da decifrare. Il suo impegno non ha nulla di formale. È presenza quotidiana, responsabilità educativa, capacità di tenere insieme fermezza e tenerezza, disciplina e accoglienza. Impossibile rimanere impassibili dinanzi semplici gesti tipici di una madre, come quando si accorge del rossore alle mani di un ragazzo della comunità, che lei stringe forte per trasmettere un po’ di calore, quel calore che ancor prima di essere fisico è umano, con la stessa naturalezza di chi lo fa nei confronti di un figlio.

Ricevere dalle mani della dott.ssa Virginia Liguori, presidente di Oncorosa, quel defibrillatore, davanti ai ragazzi, agli operatori della comunità, alle istituzioni presenti, non è stato soltanto un gesto simbolico o formale, ma un momento carico di umanità e significato, come a dire che fuori da quelle mura c’è chi guarda con attenzione, riconosce il valore del cammino compiuto ogni giorno, e sceglie di esserci, con vicinanza sincera, affetto e cuore.

La cena preparata dai ragazzi

A rendere ancora più intensa questa esperienza è stato il momento finale di festa e convivialità, condiviso con i volontari dell’associazione, gli educatori, gli amici, i ragazzi della comunità. Un momento semplice solo in apparenza, ma in realtà carico di significati. Il cibo, preparato interamente dai ragazzi della struttura, è diventato il linguaggio più bello della serata; in quei piatti non c’era soltanto cura culinaria, ma impegno, partecipazione, senso di appartenenza, desiderio di offrire qualcosa di sé agli altri.

È stato forse proprio lì che il significato dell’intera serata si è compiuto fino in fondo, in quella tavola condivisa, in quella normalità riconquistata, in quel gesto concreto con cui i giovani hanno mostrato il volto migliore del loro percorso. Per chi era presente, è stato impossibile non emozionarsi, perché in quella cena preparata con le loro mani c’era molto più del cibo, dimorava la prova che educare significa anche insegnare a prendersi cura, a costruire, a donare.

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