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Annunziata, la denuncia: «Entra per un agoaspirato, poi l’infezione: ora rischia di perdere metà tiroide»

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Annunziata, la denuncia: «Entra per un agoaspirato, poi l’infezione: ora rischia di perdere metà tiroide»

Riceviamo e pubblichiamo la denuncia da parte di un lettore: dopo un agoaspirato tiroideo per un nodulo monitorato, un paziente avrebbe sviluppato una grave infezione con peggioramento progressivo delle condizioni

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AGOSTO ospedale cosenza

COSENZA – Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione denuncia da parte di un lettore che porta all’attenzione il caso di un paziente e l’iter diagnostico avvenuto all’ospedale Annunziata di Cosenza.

“Gentile Direttore,

desidero portare all’attenzione dell’opinione pubblica una vicenda che riguarda un paziente dell’Ospedale di Cosenza e che merita, quantomeno, risposte chiare e trasparenti.

Tutto ha inizio con un normale percorso diagnostico. Il paziente era seguito per un nodulo tiroideo che, secondo gli accertamenti eseguiti in precedenza dallo stesso specialista che successivamente ha effettuato l’agoaspirato. Il nodulo doveva essere monitorato e controllato come da prassi.

Per questo motivo viene programmato un agoaspirato tiroideo, un esame generalmente considerato di routine e al quale il paziente si sottopone con serenità.

Da quel momento, però, la situazione cambia radicalmente.

Nei giorni successivi all’esame compaiono un importante gonfiore del collo, dolore crescente, difficoltà sempre più marcate nella deglutizione, problemi respiratori e febbre elevata. Sintomi che avrebbero allarmato chiunque.

Il paziente si reca una prima volta al Pronto Soccorso. Viene rassicurato e rimandato a casa ed invitato a ritornare per mancanza di medici specialisti reperibili.

Le condizioni continuano a peggiorare.

Torna una seconda volta al Pronto Soccorso. Anche in questa occasione non vengono effettuati approfondimenti diagnostici adeguati. Nessun esame del sangue per verificare la presenza di un’infezione, nessun accertamento significativo nonostante il quadro clinico fosse in evidente evoluzione.

Il paziente peggiora ulteriormente.

Si presenta una terza volta. Ancora una volta non viene individuata la reale gravità della situazione. Nel frattempo il gonfiore aumenta, la febbre sale e respirare e deglutire diventano attività sempre più difficili.

È legittimo chiedersi come sia stato possibile che un paziente con sintomi così evidenti sia stato rinviato più volte senza che venissero eseguiti tempestivamente gli accertamenti più elementari per escludere una grave complicanza.

Solo al quarto accesso al Pronto Soccorso, quando ormai la situazione appare impossibile da ignorare e il paziente è accompagnato da persone determinate a ottenere risposte, vengono finalmente eseguiti esami del sangue e TAC.

L’esito è sconvolgente.

Viene riscontrata una grave infezione nella zona interessata dall’agoaspirato, tale da richiedere un ricovero ospedaliero di circa nove giorni e terapie importanti.

Ma il danno, nel frattempo, è già stato fatto.

Nonostante il ricovero e le cure, il processo infiammatorio e infettivo provoca alterazioni significative del tessuto tiroideo. Oggi quel paziente, che prima dell’agoaspirato conviveva semplicemente con un nodulo controllato e monitorato, si sente dire che dovrà probabilmente sottoporsi alla rimozione di metà tiroide.

Questo è il punto che lascia sgomenti.

Si entra in ospedale con un nodulo che fino a quel momento non aveva richiesto alcun intervento chirurgico e, dopo un agoaspirato, una grave infezione, quattro accessi al Pronto Soccorso e un ricovero, ci si ritrova con l’indicazione ad asportare metà della ghiandola tiroidea.

Come è possibile?

Cosa è accaduto realmente?

Perché un peggioramento così importante non è stato riconosciuto prima?

Perché si è aspettato che la situazione degenerasse fino a rendere necessario il ricovero?

Perché nessuno è stato in grado di fornire una spiegazione chiara e convincente sull’origine di quanto accaduto?

Un ulteriore elemento di amarezza riguarda le risposte ricevute durante il ricovero e nelle fasi successive.

La famiglia ha cercato ripetutamente di comprendere cosa fosse accaduto, ponendo domande precise sull’origine dell’infezione, sulle possibili cause del peggioramento e sul motivo per cui una situazione inizialmente stabile fosse sfociata in una complicanza tanto grave.

Tuttavia, le risposte ricevute sono state spesso vaghe, incomplete o rinviate ad altri professionisti. In più occasioni sarebbe stato riferito che i medici incontrati non erano nelle condizioni di fornire spiegazioni approfondite sul caso specifico. Una situazione che ha aumentato il senso di frustrazione e impotenza della famiglia.

La sensazione vissuta è stata quella di un sistema in cui il paziente passa da un reparto all’altro, da un medico all’altro, senza che nessuno si assuma il compito di spiegare in modo chiaro cosa sia successo e perché.

Ancora più grave è la percezione che, di fronte alle domande poste dalla famiglia, l’attenzione fosse rivolta più alla tutela delle responsabilità professionali che alla ricerca delle cause dell’accaduto.

Le eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi competenti. Tuttavia esiste un diritto che non può essere negato: il diritto alla verità.

Quando un cittadino entra in ospedale con un problema relativamente stabile e, dopo una procedura diagnostica, si ritrova ad affrontare una grave infezione, un ricovero ospedaliero e la prospettiva di perdere metà della propria tiroide, le domande sono inevitabili e meritano risposte.

La sanità pubblica non si difende con il silenzio, con le mezze spiegazioni o con il rimpallo delle responsabilità. Si difende facendo chiarezza sui fatti, accertando eventuali errori e mettendo sempre al centro il paziente.

Questo paziente e la sua famiglia attendono ancora quelle risposte”.

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