Area Urbana
“Pagliacci” al Rendano tra modernità e perplessità: luci e ombre di un classico rivisitato
La regia di Gianmaria Aliverta evita il folklore e sposta l’azione nel secondo dopoguerra, puntando sull’attualità dei temi e sul dialogo con le nuove generazioni, tra scelte apprezzabili e qualche occasione mancata. Apprezzamento per l’Orchestra Sinfonica brutia e per la sua direzione. Luci ed ombre fra i protagonisti

di Filippo Salatino
COSENZA – Luci ed ombre, aspetti positivi, qualche perplessità e performance meno convincenti, nella comunque interessante rappresentazione del classico, soprattutto per Cosenza, “Pagliacci”, al Teatro di tradizione “Alfonso Rendano”. Ruggero Leoncavallo ambientò l’opera a Montalto Uffugo, traendo ispirazione dagli eventi delittuosi accaduti il giorno della festa di Mezzagosto, fra il 1865 e il 1870.
E qui la prima “sorpresa” e scelta significativa della regia di Gianmaria Aliverta, concordemente anche alle indicazioni della direttrice artistica Chiara Giordano, proprio per evitare «di fare la Calabria folkloristica e togliere la didascalia del vostro territorio», come è stato rimarcato in un insolito e dilatato “spiegone” dalla Giordano e da Aliverta, prima dell’inizio dell’Opera: l’opzione è stata quella di trasportare il tutto a cavallo fra i decenni 1950 e ’60, creando un contesto un po’ asettico tipo set TV o cine, con tanto di “lambretta” in stile “Vacanze romane” invece del carretto a traino animale e protagonista, Canio/Pagliaccio, in giubbotto di pelle.
Pur apprezzando l’aver evitato il rischio kitsch quindi e le vetuste (e nefaste) associazioni stereotipate “calabresi-coltello-delitti”, forse si poteva osare inserire, nel manifesto orizzontale che scende dal soffitto sullo sfondo a destra del palco, un richiamo alla pellicola di Giuseppe Fatigati del 1943 girata a Montalto con la partecipazione di rendesi come comparse, giusto per un memento territoriale.

In ogni modo, ancora una volta ha fatto la differenza in positivo l’Orchestra Sinfonica Brutia, con la salda e precisa direzione del maestro Giancarlo Rizzi, che si è anche dedicato con peculiare attenzione “all’asse” Golfo mistico-cantanti. Così come sempre interessanti le performance del Coro lirico Siciliano, diretto da Francesco Costa, e del Piccolo Coro di voci bianche del Rendano, diretto da Maria Carmela Ranieri, utilissimi complementi della scena e dei protagonisti, e della musica, entrambi i sodalizi.
Come già anticipato nelle presentazioni di quest’allestimento, direzione e regia hanno puntato molto sui “messaggi” di modernità dei Pagliacci, sul saper interrogare la sensibilità anche delle giovani generazioni, dando vita ad un’opera di valore universale, all’interno del macrotema rapporto femminile-maschile, in tal modo evocato dalla Giordano e dall’attualità cronachistica del femminicidio.

Tutto ovviamente condito dall’adesione, comunque, alla partitura ed al pensiero del Leoncavallo ed alla rappresentazione del classico “Lei, Lui, l’Altro”, nonché della sovrapposizione fra arte e vita reale, che si fondono nel tragico epilogo. Voci e presenze sceniche dei protagonisti, più affiatati e sicuri sono sembrati il soprano trentino, Serena Gamberoni (Nedda/Colombina) ed il baritono palermitano Andrea Piazza (Silvio), grande presenza scenica il tenore Canio (Aquiles Machado) forse con qualche sottotono nella voce; Marcello Rosiello (Tonio/Taddeo) sin dal Prologo unisce con mestiere recitazione, gestualità, movimento e voce.


















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