Calabria
“Pedinata per 30 giorni”: dipendente fa causa all’Asp di Catanzaro e chiede 250mila euro
La dipendente dell’Asp denuncia di essere stata seguita, fotografata e ripresa da un’agenzia investigativa durante un periodo di malattia. Presentato esposto in Procura e alla Corte dei Conti

CATANZARO – Una dipendente dell’Asp di Catanzaro ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Catanzaro e alla Procura regionale della Corte dei Conti della Calabria, sostenendo di essere stata pedinata per circa 30 giorni da un’agenzia investigativa incaricata dall’Azienda sanitaria. La donna chiede un risarcimento danni pari a 250mila euro per presunte violazioni della propria sfera privata, familiare e della riservatezza personale.
Il ricorso presentato dal legale della dipendente
A ricostruire la vicenda è l’avvocato Francesco Pitaro, legale della dipendente. Secondo quanto riferito, tutto sarebbe nato da un trasferimento disposto dall’Asp e successivamente contestato dalla lavoratrice. “La dipendente dell’Asp ha subito un ingiusto trasferimento al punto che lo stesso è stato correttamente disapplicato, a seguito di ricorso, dal Tribunale del lavoro di Catanzaro”. Sempre secondo il legale “a causa del trasferimento la dipendente subisce una crisi emotiva, per lo stress e la tensione alla stessa causati, ed è costretta ad assentarsi dal lavoro per malattia”.

L’avvocato precisa inoltre che la patologia psichiatrica certificata non imponeva alla donna di restare chiusa in casa durante il periodo di assenza lavorativa. Ma la parte più delicata della vicenda riguarda proprio l’attività investigativa che sarebbe stata disposta nei confronti della dipendente: “l’Asp di Catanzaro, nonostante la malattia psichiatrica che le consente anche di non stare reclusa in casa, le mette alle calcagna un’agenzia di investigazione che la pedina, la fotografa e la videoriprende per ben 30 giorni”. Secondo quanto denunciato, la donna sarebbe stata monitorata costantemente nelle proprie attività quotidiane e nelle frequentazioni personali.

L’esposto: “controllo ossessivo e invasivo”
Nell’esposto depositato in Procura, l’avvocato Pitaro parla apertamente di un controllo “ingiusto e ossessivo”: “lo svolgimento del pedinamento, da parte dell’Asp di Catanzaro attraverso l’agenzia di investigazione, senza alcun sospetto, senza incarico, senza indicazione degli inesistenti sospetti, ha determinato un ingiusto e ossessivo controllo sulla vita privata della dipendente”. Secondo il legale, le modalità utilizzate sarebbero state “manifestamente eccessive”.
Il ricorso insiste in particolare sulla durata e sulla continuità dell’attività investigativa: “l’ossessivo pedinamento si è sviluppato per il periodo di ben 30 giorni durante i quali la dipendente è stata continuativamente osservata, pedinata e seguita, in ogni sua attività e frequentazione”. Si parla inoltre di “acquisizione di materiale fotografico” e di una misura ritenuta “enormemente invasiva”.
La richiesta di risarcimento e gli accertamenti
La donna, attraverso il proprio legale, ha chiesto un risarcimento danni pari a 250mila euro per la presunta lesione della privacy, della vita familiare e della dignità personale. Sulla vicenda saranno ora chiamate a fare chiarezza la Procura della Repubblica di Catanzaro e la Procura regionale della Corte dei Conti, che dovranno valutare eventuali profili di responsabilità.


















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