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Reti idriche colabrodo: in Calabria sprecato quasi 1 litro su 2, a Cosenza perso il 65% di acqua

Calabria

crisi idrica

Reti idriche colabrodo: in Calabria sprecato quasi 1 litro su 2, a Cosenza perso il 65% di acqua

Il report della CGIA di Mestre svela un’Italia a secco: perso il 42,4% dell’acqua potabile per 9,8 miliardi di euro. Cosenza è tra le peggiori città con il 66,5% per tasso di dispersione idrica

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Acqua rottura calabria

COSENZA – La Calabria disperde quasi la metà dell’acqua potabile, la città di Cosenza addirittura il 65%. Nel pieno di un’estate torrida e segnata da una grave siccità, l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha pubblicato un report allarmante sullo stato delle infrastrutture idriche italiane. I dati, aggiornati al 2022 (gli ultimi resi disponibili dall’Istat), tracciano il quadro di un Paese drammaticamente “idroesigente” e strutturalmente impreparato, dove il 42,4% dell’acqua potabile immessa nelle tubature si disperde prima di arrivare ai rubinetti.

Questo spreco strutturale si traduce in ben 157 litri d’acqua persi ogni giorno per ogni singolo cittadino, generando un impatto economico devastante stimato in 9,8 miliardi di euro all’anno. Una perdita che si riflette sia sui mancati incassi dei gestori sia sui maggiori costi scaricati sulle bollette degli utenti finali.

Il focus sulla Calabria: disperso quasi un litro su due

La situazione italiana presenta profonde fratture territoriali, con il Mezzogiorno che sconta il prezzo più alto di mancati investimenti e infrastrutture obsolete. In questo contesto, la Calabria si attesta tra le regioni più critiche d’Italia, posizionandosi all’ottavo posto della classifica nazionale dello spreco. Nella nostra regione si disperde il 48,7% dell’acqua immessa in rete. In pratica, quasi la metà della risorsa idrica svanisce nel sottosuolo.

Dispersione giornaliera: A fronte di ben 527 litri pro capite immessi quotidianamente nei sistemi di distribuzione calabresi, ben 257 litri al giorno per abitante vanno perduti. L’Ufficio Studi della CGIA, incrociando i volumi dispersi con le tariffe medie regionali elaborate da Cittadinanza Attiva, ha stimato per la sola Calabria un danno economico pari a 386 milioni di euro all’anno.

Acqua rubinetto crisi idrica non potabile spezzano albanese

Cosenza quinta città italiana per falle nelle tubature

Se lo scenario regionale è preoccupante, il dato relativo alla città di Cosenza assume i contorni di una vera e propria emergenza infrastrutturale. Nella classifica dei 109 Comuni capoluogo analizzati dall’Istat, Cosenza si posiziona al 5° posto assoluto in Italia per tasso di dispersione idrica. Nel capoluogo bruzio si registra un dato di perdite pari al 66,5%.

Questo significa che su 754 litri pro capite immessi giornalmente nella rete cittadina, ben 501 litri per abitante vengono sprecati ogni giorno a causa di falle nelle condotte, vetustà degli impianti o allacci abusivi. Cosenza viene superata in negativo solo da Potenza (71%), Chieti (70,4%), L’Aquila (68,9%) e Latina (67,7%). La situazione è critica anche in altri capoluoghi calabresi come Vibo Valentia (65% di perdite), Reggio Calabria (57,4%) e Crotone (53,5%), mentre Catanzaro si attesta al 42,9%.

Acqua: la Top 5 delle città “colabrodo”

Posizione (Capoluoghi)Comune% Acqua DispersaLitri persi al giorno (pro capite)
1Potenza71,0%454
2Chieti70,4%446
3L’Aquila68,9%469
4Latina67,7%350
5Cosenza66,5%501
109 (La più virtuosa)Como9,2%28

Italia maglia nera in UE: i settori produttivi più penalizzati

Il report evidenzia come l’Italia detenga il primato per il prelievo idrico totale in Unione Europea con ben 36,5 miliardi di metri cubi all’anno, posizionandosi davanti a Spagna (33 miliardi) e Francia (26 miliardi). A consumare di più è l’agricoltura (49%), seguita dagli usi civili (23%), dall’industria (18%) e dalla produzione di energia elettrica (10%). Oltre ai pesanti disagi per le famiglie, il razionamento dell’acqua colpisce duramente il tessuto economico e, in particolare, le micro e piccole imprese artigiane che dipendono da questa risorsa nei loro processi produttivi.

Tra i comparti industriali ad alta intensità idrica più penalizzati figurano l’estrattivo, il tessile, il petrolchimico e il farmaceutico, seguiti dalle filiere di gomma, plastica, vetro, ceramica e carta. A livello locale subiscono fortissimi contraccolpi anche le piccole attività di servizio urbano come autolavaggi, tintorie, lavanderie, acconciatori, caseifici e laboratori di ristorazione.

Le cause delle perdite

In linea di principio, la dispersione idrica è riconducibile a più fattori: alle rotture presenti nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli usi non autorizzati (allacci abusivi). Va altresì sottolineato che la presenza di fontanili nei centri urbani, può dar luogo a erogazioni considerevoli e di conseguenza a elevate perdite. Nella campagna romana e abruzzese, inoltre, i fontanili sono degli abbeveratoi in muratura utilizzati dagli agricoltori e dagli allevatori nelle tenute e nei recinti per il bestiame.

Acqua rubinetto 4

La Basilicata è la regione più “sprecona”, l’Emilia Romagna quella meno

A livello regionale la situazione più critica si registra in Basilicata. In quest’area la dispersione d’acqua su quanto immesso in rete è pari al 65,5 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 62,5 per cento, il Molise con il 53,9, la Sardegna con il 52,8 e la Sicilia con il 51,6. Per contro, la Lombardia con il 31,8 per cento, la Valle d’Aosta con il 29,8 e l’Emilia Romagna con il 29,7 sono le aree più virtuose del Paese.

La proposta: serve un piano infrastrutturale immediato

Ad oggi l’Italia riesce a recuperare appena il 10% circa dell’acqua piovana. Secondo la CGIA di Mestre, per frenare questa emorragia non bastano più i proclami da campagna elettorale. È indispensabile sbloccare e accelerare gli investimenti per ammodernare la rete (il Ministero delle Infrastrutture ha programmato circa 733 interventi per quasi 6 miliardi di euro) e implementare nuove infrastrutture strategiche come vasche di laminazione, trincee drenanti e grandi invasi. Trattenere l’acqua prima che finisca in mare è ormai l’unica strada percorribile per salvaguardare i cittadini e la tenuta del sistema produttivo nazionale.

 

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