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Dagli scontri in strada al Nord ai blocchi del Sud: il rischio di trasformare chi protesta nel problema

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la riflessione

Dagli scontri in strada al Nord ai blocchi del Sud: il rischio di trasformare chi protesta nel problema

Il caso Youssef Siher e le verifiche sulle presunte infiltrazioni mafiose nella protesta di agricoltori e autotrasportatori pongono una questione politica: mentre si cercano responsabilità individuali e possibili condizionamenti criminali, chi si occupa delle cause economiche e sociali che spingono le persone a scendere in piazza?

Sonia Miceli

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COSENZA – Un’Italia insofferente: è il filo che sembra collegare le proteste esplose nelle ultime settimane in diverse aree del Paese. Da una parte le manifestazioni urbane del Nord, segnate a Milano anche da gravi episodi di violenza; dall’altra i blocchi e i presidi nel Mezzogiorno, dove agricoltori e autotrasportatori hanno portato sulle strade la rabbia per l’aumento dei costi e per la crescente difficoltà di mandare avanti le proprie attività.

Contesti differenti, rivendicazioni non sovrapponibili, responsabilità da accertare caso per caso. Eppure, in entrambi gli scenari, il dibattito pubblico rischia di concentrarsi soprattutto su chi organizza le proteste, su chi potrebbe averle condizionate e su chi avrebbe oltrepassato il limite della legalità. È una questione importante. Ma non è l’unica.

Youssef Siher e la ricerca di un responsabile

Il caso di Youssef Siher è emblematico di questa tensione. Il ricercatore trentenne è stato fermato nell’ambito dell’inchiesta sui disordini di Milano del 17 e 18 ottobre e sul ruolo dei canali social del Movimento 17 ottobre. La Procura gli contesta, tra le altre ipotesi, l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.

Il 28 ottobre, tuttavia, la gip di Milano non ha convalidato il fermo e ha disposto la sua liberazione, non condividendo la richiesta cautelare avanzata dalla Procura. La decisione non costituisce un’assoluzione nel merito delle accuse, che dovranno essere valutate nelle sedi competenti.

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È proprio da qui che dovrebbe partire una riflessione politica: quanto è corretto far coincidere una protesta complessa con la figura di una singola persona? E quanto è rischioso attribuire a un presunto organizzatore la responsabilità politica e simbolica di un malessere collettivo?

Siher può avere un ruolo nell’organizzazione delle iniziative contestate dagli inquirenti. Saranno gli accertamenti giudiziari a stabilire le eventuali responsabilità. Ma anche qualora emergessero condotte penalmente rilevanti, resterebbe da capire perché migliaia di persone abbiano aderito alle mobilitazioni, quali aspettative le abbiano alimentate e quali condizioni abbiano reso possibile una simile partecipazione.

Definire Siher un capro espiatorio, come ha fatto l’eurodeputata Ilaria Salis, è una valutazione politica, non un fatto giudiziariamente accertato. La questione sollevata, però, merita di essere esaminata: la personalizzazione del conflitto può rendere più semplice raccontare una vicenda, ma rischia anche di oscurare le dinamiche collettive che l’hanno prodotta.

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Nel Mezzogiorno, la protesta economica finisce sotto la lente antimafia

Nel Sud il quadro è diverso, ma la domanda di fondo è simile.

Agricoltori e autotrasportatori hanno denunciato l’insostenibilità dei costi di produzione e di trasporto, a partire dal carburante, insieme alle difficoltà di ottenere compensi adeguati e di mantenere in equilibrio i bilanci delle proprie attività.

In Calabria, i presidi hanno interessato diverse località, tra cui Cosenza, Pizzo, Crotone, Lamezia Terme e Rosarno. Il Governo ha segnalato il rischio di infiltrazioni criminali e la Commissione parlamentare Antimafia ha avviato approfondimenti. La Procura di Napoli ha inoltre disposto accertamenti sulla possibile presenza della criminalità organizzata nella mobilitazione degli autotrasportatori in Campania.

Si tratta di verifiche legittime e necessarie quando esistono elementi che le giustificano. Nessuna rivendicazione economica può diventare uno scudo per eventuali intimidazioni, violenze o tentativi di condizionamento mafioso.

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Ma vale anche il principio opposto: la presenza eventuale di singoli soggetti legati alla criminalità non dimostra, da sola, che un’intera mobilitazione sia riconducibile alla mafia.

Su questo punto è intervenuto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, invitando a evitare analisi semplicistiche. Ha distinto l’eventuale presenza di singoli esponenti criminali dalla natura complessiva delle proteste, riconoscendo la legittimità delle rivendicazioni degli agricoltori e richiamando il peso dei rincari del gasolio agricolo.

La distinzione è decisiva. Perché un conto è indagare su eventuali reati, un altro è lasciare che il sospetto diventi la chiave di lettura dominante di un’intera protesta.

Il rischio politico: spostare il dibattito dalle cause agli effetti

È qui che il confronto tra Nord e Sud diventa interessante.

Nel caso milanese, l’attenzione si concentra sui disordini, sulle accuse rivolte a Siher e sulle possibili responsabilità organizzative. Nel Mezzogiorno, il dibattito si sposta sulle ipotesi di infiltrazione mafiosa nei blocchi degli autotrasportatori e nei presidi degli agricoltori.

Sono questioni reali, che non possono essere ignorate. Tuttavia, quando diventano il centro quasi esclusivo del racconto pubblico, c’è il rischio che le ragioni originarie della protesta passino in secondo piano.

Non è necessario ipotizzare un disegno coordinato o una strategia deliberata del Governo per riconoscere questo rischio. È sufficiente osservare un meccanismo politico e mediatico ricorrente: l’attenzione si sposta dalle condizioni che generano il conflitto alle persone che lo incarnano, alle violenze che possono accompagnarlo o ai soggetti che potrebbero tentare di strumentalizzarlo.

In questo modo, il dibattito può trasformarsi in una discussione sulla sicurezza, sull’ordine pubblico e sulla repressione dei comportamenti illegali, lasciando meno spazio alle domande più scomode sulle politiche economiche e sociali.

Perché gli agricoltori ritengono di non riuscire più a coprire i costi di produzione? Quanto pesa il carburante sui bilanci degli autotrasportatori? Quali margini hanno le piccole imprese per assorbire i rincari? E quali risposte concrete sono state date alle richieste dei manifestanti?

Sono domande che restano centrali anche quando una protesta provoca disagi alla circolazione o quando emergono sospetti su singoli partecipanti.

Le ragioni della piazza non scompaiono con un’indagine

Il punto non è contrapporre le ragioni dei manifestanti alla legalità, né chiedere alle istituzioni di chiudere gli occhi davanti a eventuali reati. Una democrazia deve tutelare contemporaneamente il diritto di protestare, la sicurezza dei cittadini e il rispetto della legge.

Il punto è evitare che questi principi vengano messi in contrapposizione. Chi commette violenze deve risponderne individualmente. Chi tenta di imporre una protesta con minacce o intimidazioni deve essere perseguito. Se emergono infiltrazioni criminali, devono essere accertate e contrastate. Ma le responsabilità individuali non cancellano automaticamente le ragioni collettive che hanno portato persone diverse a condividere una piazza o un presidio.

Allo stesso modo, riconoscere la legittimità di una rivendicazione non significa giustificare ogni comportamento tenuto durante una manifestazione. È una distinzione essenziale, soprattutto in una fase in cui il malessere economico può intrecciarsi con la sfiducia nelle istituzioni, con la precarietà lavorativa e con la percezione di non avere strumenti efficaci per ottenere ascolto.

La domanda che il Governo non può eludere

La questione politica, dunque, non è se sia giusto indagare su Siher o verificare eventuali infiltrazioni mafiose nelle proteste del Sud. Le indagini devono seguire gli elementi disponibili e la magistratura deve poter lavorare senza interferenze.

La questione è se, parallelamente, le istituzioni siano disposte ad affrontare fino in fondo le ragioni del malessere che attraversa il Paese.

Perché individuare un presunto organizzatore, denunciare un comportamento illegale o accertare un tentativo di infiltrazione può contribuire a chiarire una parte della vicenda. Non risolve, però, il caro vita, non riduce automaticamente i costi delle imprese agricole, non rende sostenibile il trasporto delle merci e non restituisce prospettive a chi sente di non avere voce.

Il rischio è che il dibattito finisca per concentrarsi sui presunti responsabili della protesta, anziché sulle responsabilità politiche che riguardano le condizioni denunciate da chi protesta.

Non è ancora possibile affermare che le vicende del Nord e del Sud siano il risultato di una medesima strategia di delegittimazione. Sarebbe una conclusione che richiederebbe prove. È invece legittimo chiedersi se, al di là delle differenze tra le singole mobilitazioni, non stia emergendo una tendenza a discutere più di ordine pubblico che delle cause del disagio sociale.

Ed è proprio questa la domanda che merita di restare al centro del dibattito: una volta accertate le responsabilità individuali e garantita la legalità, chi risponderà alle ragioni che hanno portato tante persone a protestare?

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