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Scuola, l’allarme dell’Ocse: 18% di bambini in meno entro il 2033 e stipendi dei docenti sotto la media

Italia

Education at a Glance 2026

Scuola, l’allarme dell’Ocse: 18% di bambini in meno entro il 2033 e stipendi dei docenti sotto la media

Il rapporto Education at a Glance 2026 fotografa luci e ombre dell’istruzione italiana: diminuiscono Neet e giovani senza diploma, ma restano forti divari territoriali e salariali. La UIL Scuola: “Servono 7 miliardi di investimenti aggiuntivi”

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ROMA – Secondo il rapporto Ocse “Education at a Glance 2026“, il numero di bambini tra i 5 e i 14 anni è destinato a diminuire del 18% tra il 2024 e il 2033. Il sistema “scuola” italiano si trova davanti a una trasformazione demografica destinata ad avere conseguenze rilevanti nei prossimi anni. Un calo che si inserisce in un quadro già caratterizzato dalla diminuzione degli studenti: tra il 2015 e il 2024, infatti, gli alunni della scuola primaria in Italia sono diminuiti dell’11%, mentre nello stesso periodo il numero degli insegnanti della primaria è aumentato del 4%. Nei Paesi Ocse, invece, i docenti della primaria sono cresciuti mediamente del 13%, a fronte di un aumento degli studenti del 2%.

Rapporto Ocse sulla scuola: meno studenti, più insegnanti

Il rapporto evidenzia anche alcuni progressi sul fronte dell’istruzione. Tra il 2015 e il 2025 la quota di giovani italiani tra i 25 e i 34 anni senza un diploma di scuola secondaria superiore è scesa dal 26% al 19%. Anche i Neet tra i 18 e i 24 anni sono diminuiti, passando dal 30% al 16%. Resta tuttavia distante la media Ocse per quanto riguarda l’istruzione terziaria: in Italia il 22% degli adulti tra i 25 e i 64 anni possiede una laurea o un titolo equivalente, contro il 43% della media Ocse. Più elevata, invece, la quota di chi possiede un diploma di scuola secondaria superiore o un titolo post-secondario non terziario, pari al 45%, rispetto al 39% medio Ocse.

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Lauree e divari territoriali

Il livello di istruzione continua inoltre a mostrare forti differenze tra le diverse aree del Paese. La percentuale di adulti con un titolo di istruzione terziaria varia dal 17% della Sicilia al 29% del Lazio, mentre l’Italia presenta marcate differenze regionali anche nei tassi di occupazione. Il divario tende comunque a ridursi all’aumentare del livello di istruzione.

Un altro elemento evidenziato dal rapporto riguarda il ritorno economico della laurea. In Italia un lavoratore a tempo pieno con un titolo universitario o una specializzazione post-laurea guadagna mediamente il 35% in più rispetto a chi possiede un diploma di scuola secondaria superiore o un titolo post-secondario non universitario. La media Ocse è però del 54%. Particolarmente contenuto il vantaggio associato alla laurea triennale, che si ferma al 4% rispetto a chi ha completato soltanto le scuole superiori.

Anche sul fronte degli investimenti emergono differenze. Nel 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione primaria e post-secondaria non terziaria è stata pari al 2,7% del Pil, contro il 3% della media Ocse; per l’istruzione terziaria la quota italiana è stata dello 0,7%, rispetto all’1% medio Ocse. Secondo una elaborazione della UIL Scuola, il divario complessivo rispetto alla media Ocse corrisponderebbe a circa 7 miliardi di euro.

Docenti più anziani e meno pagati

Tra i nodi evidenziati dal rapporto c’è anche la condizione economica e anagrafica degli insegnanti. Nel 2024 il 36% dei docenti della scuola secondaria aveva almeno 55 anni, contro il 23% degli occupati con almeno una laurea magistrale e il 23% della popolazione occupata complessiva. La percentuale, comunque, è diminuita rispetto al 46% registrato nel 2015.

Sul fronte degli stipendi, il rapporto segnala che gli insegnanti italiani percepiscono meno rispetto ad altri lavoratori con un analogo livello di istruzione: i docenti della scuola dell’infanzia guadagnano in media il 36% in meno e quelli della secondaria di primo grado il 33% in meno. Secondo i dati richiamati dalla UIL Scuola, inoltre, un docente della primaria all’inizio della carriera in Spagna guadagna circa il 48% in più rispetto a un collega italiano, mentre in Germania il trattamento economico è superiore al doppio. A fine carriera, un docente della primaria spagnolo percepisce circa il 45% in più.

“Il dato sugli investimenti fotografa meglio di ogni altro la condizione della scuola italiana. Destiniamo all’istruzione il 2,7% del Pil (calcolato in dollari Usa parità di potere di acquisto), contro una media Ocse del 3%. Una distanza che, secondo una nostra elaborazione effettuata esclusivamente sui dati Ocse e convertiti in euro utilizzando il fattore ufficiale di conversione della Banca Mondiale, equivale a circa 7 miliardi di euro. La Spagna investe il 2,8%, mentre Paesi come la Svezia arrivano fino al 3,8%. Non possiamo pretendere una scuola al livello degli altri Paesi europei continuando a investire meno”.

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Così Giuseppe D’Aprile, Segretario generale della UIL Scuola, commenta i dati del rapporto Ocse Education at a Glance: “Con un investimento aggiuntivo di sette miliardi sulla scuola statale si potrebbero aumentare le retribuzioni, stabilizzare migliaia di precari trasformando i posti dall’organico di fatto all’organico di diritto. E ancora, potremmo ridurre il numero di alunni per classe, potenziare il tempo pieno, sostenere le scuole delle aree interne e garantire servizi e professionalità di cui oggi gli istituti hanno bisogno”, aggiunge D’Aprile.

“La distanza emerge con chiarezza anche dalle retribuzioni. Un docente della primaria a inizio carriera in Spagna guadagna circa il 48% in più rispetto a un collega italiano; in Germania più del doppio. A fine carriera, un docente della primaria spagnolo percepisce circa il 45% in più rispetto a quello italiano. Sono differenze che non possono essere considerate normali”.

“E il divario non riguarda soltanto il confronto internazionale. In Italia un insegnante della primaria guadagna il 64% di quanto percepisce un laureato con analogo livello di istruzione che lavora in un altro settore; nella secondaria di secondo grado siamo al 71%. È evidente che dietro la questione salariale c’è un problema più grande: quanto il Paese decide di investire nella scuola e nelle persone che ogni giorno la fanno funzionare”.

“Il rinnovo del contratto 2025-2027 ha rappresentato un punto di partenza, ma il contratto non può colmare da solo un divario che nasce da una carenza strutturale di investimenti. Per questo continuiamo a chiedere di sottrarre la scuola ai vincoli di bilancio e prevedere un capitolo di spesa dedicato all’istruzione, con risorse aggiuntive e strutturali, a partire dalla prossima manovra economica”.

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