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“Se voti a destra hai studiato poco”: Bonaccini fa esplodere la polemica. Parla il politologo Spartaco Pupo

Area Urbana

L'INTERVISTA

“Se voti a destra hai studiato poco”: Bonaccini fa esplodere la polemica. Parla il politologo Spartaco Pupo

Le dichiarazioni di Bonaccini sugli elettori di destra fanno discutere: istruzione, condizioni economiche e territori al centro dell’analisi del politologo Spartaco Pupo

Dario Rondinella

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“Se voti a destra hai studiato poco”: Bonaccini riaccende la polemica. Parla il politologo Spartaco Pupo

Quegli italiani (milioni) che votano a destra sarebbero di basso livello culturale. È il solito refrain che, a sinistra, torna periodicamente di moda. Questa volta a rispolverare quello che ormai lo si può considerare uno schema ben combinato è nientepopodimeno che Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico ed europarlamentare. Intervenendo ad Albenga, nei giorni scorsi, Bonaccini ha spiegato che il voto alla destra sarebbe maggioritario tra chi ha studiato meno, tra chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e tra chi se la passa peggio economicamente. Una fotografia sociologica, anzi no la solita vecchia equazione.

La dichiarazione ha inevitabilmente scatenato una valanga di critiche. E a poco è servito il successivo aggiustamento del tiro. Insomma, prima si perde il voto, poi si studia il votante. E, se possibile, gli si fa anche sapere che ha studiato poco. Abbiamo cercato di darne una chiave di lettura con il professore Spartaco Pupo, politologo e membro del comitato scientifico della Direzione regionale Musei nazionali Calabria.

spartaco pupo

1) Professore Pupo, ci risiamo: a sinistra, e in particolare nel Partito Democratico, torna l’idea che una parte dei milioni di italiani che votano a destra lo faccia anche per un basso livello di istruzione. È quanto emerge dalle recenti dichiarazioni dell’europarlamentare del Pd Stefano Bonaccini, che ha parlato del voto a destra come del voto di chi “ha poco studiato”. Cosa ne pensa?

È un’uscita infelice sotto diversi punti di vista. Il titolo di studio, da solo, non consente di stabilire quanto una persona capisca di politica né quanto sia consapevole quando entra nella cabina elettorale. La storia, del resto, dovrebbe consigliare grande prudenza, se è vero che nell’Italia del dopoguerra milioni di operai, braccianti e contadini avevano la licenza elementare, talvolta neppure quella, e una larga parte di loro votava PCI. Qualcuno a sinistra avrebbe mai detto che il loro voto era meno consapevole perché avevano studiato poco? Naturalmente no. I dirigenti e gli intellettuali comunisti dicevano che essi erano la classe lavoratrice, il popolo da rappresentare, spesso perfino la parte più autentica della società. Si vuole forse far credere che finché il popolo votava a sinistra era coscienza di classe e ora che vota a destra è diventato vittima dell’ignoranza? Non mi pare una lettura convincente.

2) Non c’è il rischio di liquidare milioni di elettori come “poco studiati” invece di interrogarsi sulle ragioni politiche e sociali che li spingono a votare a destra?

Il rischio c’è, eccome. Anziché stabilire quanti anni di scuola una persona debba avere perché il suo voto sia considerato consapevole, ci si dovrebbe chiedere perché scelga un determinato partito e, quando cambia voto, perché arrivi addirittura a cambiare versante politico. Il grado d’istruzione non è una misura della consapevolezza politica. Pensiamo a un piccolo imprenditore che da trent’anni paga le tasse, assume dipendenti e affronta quotidianamente burocrazia, banche, costi energetici e concorrenza.

Può avere un diploma tecnico e conoscere alcuni problemi economici molto meglio di un laureato che non ha mai gestito un’attività. È un esempio banale, ma serve a ricordare che la conoscenza concreta dei problemi che la politica è chiamata a risolvere non coincide con il titolo di studio. La politica non è un esame universitario. Se per scegliere bene bastassero competenze specialistiche e titoli accademici, potremmo fare persino a meno delle elezioni e affidare il governo ai migliori tecnocrati. Ma la competenza tecnica, per quanto necessaria, non può sostituire la scelta politica né la legittimazione democratica. Se cominciamo a pensare che il laureato scelga meglio del diplomato, finiamo inevitabilmente per chiederci chi sia davvero qualificato a decidere.

Nel dibattito contemporaneo riemergono proposte di comporre alcune assemblee con cittadini sorteggiati anziché eletti. È un dibattito serio, ma quando la critica alla democrazia rappresentativa parte dall’idea che il cittadino comune sia incapace di scegliere correttamente, affiora la vecchia tentazione di diffidare del giudizio degli elettori quando il verdetto delle urne non piace.

Bonaccini e la pagella agli elettori di destra

3) Dire che il consenso a Trump, Brexit, Le Pen, Meloni, Salvini o Vannacci proviene soprattutto da chi sta peggio economicamente non rischia di semplificare un fenomeno elettorale molto più complesso?

Certamente. Il dato italiano mostra che Fratelli d’Italia non è il partito di chi sta peggio. Alle Europee del 2024 Ipsos lo collocava molto bene nel ceto medio, in grado di intercettare un voto trasversale, mentre tra gli elettori meno abbienti il primo partito era il Movimento 5 Stelle. E tra chi vive maggiori difficoltà economiche l’astensione è particolarmente elevata. Questo basta già a capire che non si può stabilire l’equazione “chi sta peggio vota a destra”, anche perché le persone non votano soltanto con il portafoglio.

Negli Stati Uniti, una parte del vecchio elettorato operaio democratico si è spostata verso Trump non perché sia improvvisamente diventata meno intelligente, ma perché ha cominciato a sentirsi maggiormente rappresentata da lui su temi come immigrazione, identità, commercio, appartenenza nazionale e diffidenza verso le élite. Può capitare, per esempio, che gli elettori scelgano Giorgia Meloni perché la considerano politicamente più all’altezza di Elly Schlein. Si può condividere o meno quel giudizio, ma non lo si può spiegare semplicemente con gli anni di studio o con il reddito.

In questo momento alcune leadership della destra occidentale sembrano possedere una maggiore capacità di creare identificazione e mobilitazione. È un fatto politico che andrebbe analizzato, non liquidato come irrazionalità degli elettori. FdI senza Meloni difficilmente avrebbe avuto la stessa traiettoria. Personalità, credibilità, capacità di comunicare e di stabilire un rapporto diretto con gli elettori pesano sul voto da sempre.

4) Se una parte significativa del voto alla destra arriva dalle periferie, dalla classe operaia e dalle aree interne, non sarebbe più utile chiedersi perché una parte della sinistra abbia perso proprio lì il proprio consenso?

Questa mi sembra la vera domanda. Il grande cambiamento degli ultimi decenni non è che i ceti popolari siano improvvisamente diventati irrazionali. È che la sinistra ha profondamente modificato la composizione del proprio elettorato. E non basta chiamare in causa il populismo perché questa trasformazione viene da lontano e ha radici sociali e culturali molto più profonde. Alcuni studiosi parlano effettivamente di “sinistra braminica” per descrivere questa trasformazione: una sinistra oggi sempre più forte tra le élite culturali.

Basta confrontare due immagini. La prima è quella delle sezioni del PCI nei quartieri operai, delle case del popolo, delle fabbriche, dei sindacati, delle scuole di partito nelle quali si formavano militanti che spesso avevano frequentato pochissimo la scuola. La seconda è quella della sinistra contemporanea molto presente nei quartieri chic dei grandi centri urbani e nel mondo della formazione e della cultura, proprio negli ambienti nei quali ha esercitato per decenni la sua “egemonia”. Il paradosso è che quella egemonia culturale non sembra essersi tradotta in una maggiore capacità di rappresentare i ceti popolari, che anzi si sono progressivamente allontanati.

Viene allora da chiedersi se, nel lungo processo che ha accompagnato il tramonto del comunismo e la trasformazione della sinistra, non si sia progressivamente indebolito proprio il legame con quei ceti popolari che un tempo essa considerava la propria ragion d’essere. Se perdi consenso nelle periferie, nei territori marginali e nelle aree interne, dovresti chiederti: “Perché il popolo non crede più in noi?”. Può darsi che non si sentano rappresentati sui salari, sulla sicurezza o sull’immigrazione. Può darsi che percepiscano alcuni linguaggi, tra cui quelli riconducibili al cosiddetto woke, come lontani dalla loro vita quotidiana. È qui, molto più che nel titolo di studio degli elettori, che dovrebbe cominciare l’autocritica.

“Se voti a destra hai studiato poco”: Bonaccini riaccende la polemica. Parla il politologo Spartaco Pupo

5) Definire implicitamente meno consapevole il voto di chi ha studiato meno, non rischia di confermare l’idea che una certa sinistra abbia perso il contatto con il mondo reale?

Credo che questo sia uno dei problemi più seri della sinistra occidentale contemporanea. Naturalmente sarebbe sbagliato mettere tutta la sinistra nello stesso sacco: ci sono amministratori, sindacalisti e militanti che continuano ad avere un rapporto quotidiano con territori e ceti popolari. Ma una parte molto influente della sinistra sembra avere sviluppato un atteggiamento sempre più pedagogico verso gli elettori: talvolta dà l’impressione che chi non condivide i suoi dogmi sia male informato, manipolato o culturalmente meno attrezzato.

E quando affermazioni di questo genere provengono da dirigenti politici di primo piano, come nel caso di Bonaccini, che è presidente del Pd, possono essere percepite come manifestazioni di supponenza e di superiorità morale, quasi che qualcuno si attribuisse il diritto di spiegare agli altri perché votano male. Ed è anche un atteggiamento controproducente: un elettore che si sente guardato dall’alto difficilmente torna a dare fiducia a chi lo giudica. Una classe dirigente democratica dovrebbe partire dal principio opposto: se milioni di persone scelgono di votare altrove, dovrebbe anzitutto cercare di comprenderne le ragioni. In fondo è questa la contraddizione più singolare: una cultura politica nata per emancipare il popolo rischia, quando il popolo non la sceglie più, di assumere il tono di chi vorrebbe rieducarlo. E le elezioni non si vincono impartendo lezioni agli elettori.

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