Italia
Sempre più ristoranti “Childfree”: niente bambini a tavola tra favorevoli e contrari. Ma è legale?

COSENZA – Niente bambini al di sotto dei 10 anni sia in spiaggia che al ristorante. L’ultimo caso dei locali che vietano l’ingresso ai bambini, arriva dalla costiera romagnola, icona del turismo estivo italiano, dove una famiglia ha raccontato di essere stata “rimbalzata” dallo stabilimento per la presenza del figlio minore. Scelta che ha nuovamente scatenato un dibattito acceso tra favorevoli e contrari a cominciare dal Sindaco di Cervia “non ero a conoscenza di questa preclusione e sono contrario. È inaccettabile in una località turistica“.
Il titolare, dal canto suo, spegne le polemiche motivando la scelta “Non odiamo i bambini, da 33 anni facciamo così. All’inizio venivano solo giovani, ed erano le famiglie a puntare su altri bagni. Ora vengono persone di tutte le età e se scelgono noi è perché vogliono stare più serene e tranquille, sapendo che qui non ci sono bambini piccoli, perché solitamente li prendiamo dai 10 anni in su, sia in spiaggia che al ristorante. Se il turista si è offeso, si è sbagliato, non avevamo nulla contro di lui o suo figlio”.
Aumentano i locali “Childfree”: niente chiamazzi e corse tra i tavoli
Chi decide nel suo locale di imporre il “no kids”, lo fa principalmente per il desiderio dei clienti di mangiare in un’atmosfera rilassata e silenziosa a tavola, senza schiamazzi, capricci, giochi e corse tra i tavoli. Una tendenza nata una decina di anni fa negli Stati Uniti, poi diffusasi in Europa e che oggi sta prendendo piede anche in Italia. Ma non solo ristoranti, anche bar, hotel e stabilimenti balneari che accolgono esclusivamente una clientela adulta. In alcuni casi il divieto è assoluto, in altri riguarda solo determinate fasce orarie o minori al di sotto di una certa età come accaduto a Milano Marittima.
È legale vietare l’accesso a locali e ristoranti ai bambini?
Qui il terreno si fa scivoloso. In Italia, l’articolo 187 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vieta a un esercente di rifiutare il servizio a chi ne fa richiesta, se non per un “legittimo motivo”. Secondo alcuni l’età da sola non costituisce un criterio valido: un ristoratore non può dunque vietare l’accesso esclusivamente perché un cliente è minorenne. Diverso, invece, se il diniego è motivato da ragioni concrete, come il mantenimento dell’ordine o la tutela della sicurezza.
Il prof Rimini “un ristorante può decidere di non ammettere bambini”
Ma per Carlo Rimini, docente di diritto privato alla Statale di Milano un ristorante può decidere di non ammettere bambini “è una condotta che per quanto possa dare fastidio a qualcuno, dal punto di vista del diritto non ha sanzioni e non può aere censura. Nella propria attività commerciale ognuno è libero di scegliere la propria clientela“.
Si potrebbe configurare una discriminazione? “No se la limitazione è riferita ai bambini. Se invece il gestore imponesse il divieto ai tavoli a persone di una certa razza, religione o di certi orientamenti sessuali, in quel caso si tratterebbe di una decisione abusiva e sanzionabile“.
Per quanto riguarda invece il divieto d accesso alla spiaggia il professor Rimini spiega che “se ci si trova in un caso di stabilimento che lavora con una concessione non può vietare l’ingresso perchè esercita la sua professione su un bene demaniale che deve essere aperto a tutti“.
Il tema divide comunque l’opinione pubblica. Da un lato, c’è chi vede nei locali “childfree” un’opportunità di scelta in più per chi vuole cenare o pranzare in tranquillità e senza nulla togliere alle famiglie. “Non è una battaglia contro i bambini, ma contro la maleducazione dei genitori”, osservano in molti. Dall’altro c’è chi parla di discriminazione, sottolineando come un esercizio pubblico debba sempre e comunque essere accessibile a tutti, dai grandi ai bambini. Al di là delle controversie, il trend sembra destinato comunque a consolidarsi.


















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