Sovranità digitale e cybersecurity: Stefan Uygur ospite all’Università della Calabria
Stefan Uygur: “serve accelerare verso la sovranità digitale”. All’Università della Calabria il confronto sul futuro tecnologico del Paese
Stefan Uygur: “serve accelerare verso la sovranità digitale”. All’Università della Calabria il confronto sul futuro tecnologico del Paese
RENDE – Può l’Università della Calabria, e più in generale la Calabria, diventare un Hub per lo sviluppo di tecnologie e apparati tecnologici, contribuendo a ridurre la dipendenza dell’Italia dai Paesi extraeuropei? Oggi il nostro Paese dipende totalmente dall’estero per la produzione di tecnologie avanzate, mentre in Europa solo una quota limitata, il 10%, viene realizzata all’interno del continente. Di questi temi se ne discuterà martedì 23 giugno (dalle ore 09:00) nell’Aula Caldora dell’Università della Calabria, dove rappresentanti del mondo politico, delle istituzioni, delle imprese e numerosi esperti del settore si confronteranno su sicurezza digitale, innovazione e sviluppo delle competenze.

Tra i partecipanti sarà presente anche Stefan Uygur, CEO di Dectar, azienda specializzata in cybersecurity. Secondo Uygur, è necessario fare presto e imprimere un’accelerazione a questo processo, con l’obiettivo di raggiungere una reale sovranità digitale, ossia una indipendenza tecnologica in un contesto in cui non solo i cittadini, ma anche gli Stati, sono diventati dipendenti dalle tecnologie sviluppate e controllate da altri Paesi.

Stefan Uygur si definisce un hacker, non un “hacker etico”, perché alla fine degli anni ’90, questa distinzione non esisteva. C’era semplicemente l’hacker, e l’hacker non aveva una connotazione “criminale”. “Era una persona curiosa, – spiega Uygur – un nerd, un appassionato di tecnologia che cercava di comprenderla a fondo, individuandone i punti deboli, i bug e le vulnerabilità.
La nostra attività – prosegue – consisteva nell’analizzare la sicurezza delle infrastrutture tecnologiche, capire dove stava andando l’innovazione e quanto la società stesse diventando dipendente dalla tecnologia. Basti pensare a grandi realtà come le telecomunicazioni, costruite interamente su sistemi tecnologici.
Quando entravamo in un sistema, non lo facevamo per danneggiarlo. Lo facevamo per dimostrare quanto potesse essere semplice penetrarlo, sfruttarne le vulnerabilità e assumere il controllo di determinate funzioni. L’obiettivo era evidenziare i rischi, affinché chi gestiva quei sistemi potesse correggerli prima che qualcuno con intenzioni criminali decidesse di approfittarne.
Questo è il vero spirito dell’hacker. La cultura hacker è molto più profonda di quanto comunemente si pensi. Ha una dimensione filosofica e si fonda su principi etici, morali e su un proprio codice di comportamento. In rete questo insieme di regole e buone pratiche viene spesso associato al concetto di netiquette, una sorta di riferimento comportamentale paragonabile, per certi aspetti, a un codice di condotta.
Io provengo da quel mondo e da quella cultura. Oggi, invece, ogni volta che si verifica un attacco informatico si parla genericamente di “attacco hacker”, ma è una definizione impropria. Se davvero fosse opera di un hacker nel senso originario del termine, probabilmente chi è stato colpito dovrebbe chiedersi cosa ha fatto per attirare la sua attenzione. L’hacker, infatti, non è mosso dal profitto economico. Chi attacca per guadagno, estorsione o interesse criminale appartiene a una categoria diversa. L’hacker, nella sua accezione storica, è guidato soprattutto dalla curiosità, dalla conoscenza e dal desiderio di comprendere e migliorare la tecnologia”.
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