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Traffico di armi clandestine, anche da guerra: arrestate 3 persone

Traffico di armi clandestine, anche da guerra: arrestate 3 persone

L’operazione della Guardia di Finanza: sequestri e misure cautelari per detenzione e vendita di armi da guerra, comuni e clandestine. Coinvolto anche un soggetto ritenuto vicino alla cosca Molé

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REGGIO CALABRIA – La Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre soggetti, accusati di detenzione e vendita di armi da guerra, comuni e clandestine. L’operazione si inserisce nel contesto della Piana di Gioia Tauro, area già al centro di numerose attività investigative legate alla criminalità organizzata.

Armi da guerra, 3 arresti

Le tre persone sono state arrestate dalla Guardia di Finanza a Gioia Tauro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il gip Andrea Iacovelli ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare che ha colpito i tre indagati. Tra questi, uno sarebbe ritenuto vicino alla cosca Molé, considerata tra i cartelli criminali egemoni nel territorio.

GICO Guardia finanza Reggio - Armi

Armi da guerra e circuito illegale

Le accuse contestate riguardano la detenzione e la vendita di diverse tipologie di armi, comprese armi da guerra e armi clandestine. L’inchiesta punta a fare luce su un presunto circuito illecito di approvvigionamento e distribuzione, potenzialmente collegato ad ambienti della criminalità organizzata locale. I dettagli dell’inchiesta saranno illustrati stamattina dal procuratore Giuseppe Borrelli nel corso di una conferenza stampa al Comando provinciale della Guardia di Finanza.

I dettagli dell’operazione

Due persone sono finite in carcere e una ai domiciliari con le accuse di illecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e ricettazione, in alcuni casi aggravate dal metodo mafioso. L’attività investigativa ha preso avvio dall’analisi di comunicazioni cifrate riconducibili ad alcuni degli indagati, dalle quali è emersa la disponibilità di numerose armi, sia comuni da sparo sia da guerra.

Il collegamento con l’arsenale di Gioia Tauro

Un passaggio chiave dell’inchiesta riguarda il collegamento con un arsenale rinvenuto a Gioia Tauro e sequestrato nel gennaio 2025 dalla locale Compagnia dei Carabinieri. Il confronto tra le immagini diffuse tramite una piattaforma criptata e quelle delle armi sequestrate ha evidenziato una sostanziale corrispondenza tra alcuni pezzi, rafforzando il quadro investigativo.

Un arsenale al servizio della cosca

Ulteriore conferma è arrivata dagli accertamenti tecnici condotti dal RIS di Messina, che hanno permesso di individuare impronte riconducibili agli indagati su alcune delle armi sequestrate. Elementi che hanno contribuito a consolidare le accuse nei confronti dei tre soggetti coinvolti. Secondo gli inquirenti, per uno degli indagati è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa, legata alla finalità di agevolare – anche attraverso il rafforzamento militare – le attività di una cosca di ’ndrangheta egemone nel mandamento tirrenico. A supporto di questa ricostruzione vi sarebbero anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia e ulteriori riscontri investigativi raccolti in altre operazioni.

Gli arrestati

In carcere Vincenzo Condello di 35 anni e
Salvatore Infantino, di 39. A quest’ultimo, personaggio chiave
dell’indagine, la Dda di Reggio Calabria contesta anche
l’aggravante dal metodo mafioso perché avrebbe favorito la cosca
Molé di Gioia Tauro. Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto
Stefano Musolino e del sostituto Lucia Spirito, inoltre, il gip
Andrea Iacovelli ha disposto gli arresti domiciliari per
Vincenzo Severino di 43 anni.

Chat criptate

L’inchiesta come dicevamo, è partita dall’analisi di alcune chat
criptate riconducibili agli indagati. Conversazioni cifrate
dalle quali è emersa la disponibilità di un vero e proprio
arsenale da guerra. Armi che venivano fotografate dagli arrestati per essere
vendute o scambiate con acquirenti rimasti, in parte, ignoti. Le
foto dei kalashnikov, comparse nelle chat, infatti, hanno
consentito alle Fiamme Gialle di rilevarne la corrispondenza con
le armi che i Carabinieri, nel gennaio 2025, hanno trovato
interrate nelle campagne di Gioia Tauro. Kalashnikov, pistole e
fucili sui quali sono state trovate le impronte digitati degli
arrestati che gestivano, di fatto, un supermarket delle armi.
Nella loro disponibilità anche 600 grammi di tritolo proveniente
dall’ex Jugoslavia e una pistola mitragliatrice di fabbricazione
tedesca risalente alla Seconda guerra mondiale.

arsenale armi gdf 01

Su Infantino, detto “Testazza“, inoltre, ci sono anche
le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che lo
inquadrano vicino ad ambienti di ‘ndrangheta. Di sicuro, secondo
gli inquirenti, Infantino “era assolutamente funzionale al
rafforzamento militare e alla conservazione del potere politico
criminale della cosca Molé”.

Quanto emerso nell’inchiesta per la Dda va letto anche in
relazione alle frizioni tra i Molé e i Piromalli, l’altra cosca
egemone a Gioia Tauro. Sullo sfondo c’è la faida che, nel 2008, aveva portato
all’omicidio del boss Rocco Molé. Stando all’analisi dei
magistrati che hanno intrecciato quanto emerso nell’inchiesta
con alcune intercettazioni registrate in questi anni in altre
indagini, infatti, la cosca Molé “si stava riorganizzando
militarmente – è scritto nelle carte – dotandosi di un arsenale
di armi al fine di tutelarsi e reagire più adeguatamente
rispetto ad eventuali ed ulteriori ‘azioni’ da parte della cosca
rivale dei Piromalli”. 

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