Calabria
Pena ridotta
Uccise il padre e lo seppellì nel bosco: la Corte d’Appello riduce la pena a Walter Loielo
La Corte d’assise d’appello di Catanzaro ha rideterminato la pena da 20 anni a 9 anni e 10 mesi per Walter Loielo, dopo la collaborazione del 30enne con la giustizia

VIBO VALENTIA – La Corte d’assise d’appello di Catanzaro ha riformato la sentenza emessa dal Gup di Vibo Valentia il 4 marzo 2024 nei confronti di Walter Loielo, 30 anni, oggi collaboratore di giustizia, imputato per l’omicidio del padre Antonino Loielo, avvenuto nell’aprile del 2017 nelle campagne della frazione Ariola di Gerocarne. Secondo la ricostruzione accusatoria, il delitto maturò nell’ambito di contrasti familiari e venne seguito dall’occultamento del cadavere.
In primo grado, all’esito del rito abbreviato, Loielo era stato condannato alla pena di 20 anni di reclusione per omicidio, occultamento di cadavere e reati in materia di armi. La Procura generale di Catanzaro nel giudizio d’appello aveva chiesto la rideterminazione della pena in 16 anni di reclusione.
Walter Loielo collabora con la giustizia: pena ridotta a 9 anni
I giudici di secondo grado hanno accolto i motivi di appello proposti dall’avvocato Caterina De Luca, difensore dell’imputato, ritenendo fondate le censure relative all’errata determinazione della pena operata in primo grado e riconoscendo le circostanze attenuanti generiche come prevalenti rispetto alla contestata aggravante.
Particolarmente rilevante, nel percorso processuale, è stata la collaborazione fornita da Walter Loielo dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia. Furono infatti le sue dichiarazioni a consentire agli investigatori di individuare il luogo in cui era stato nascosto il corpo del padre, facendo luce su una vicenda che per anni era stata ritenuta una semplice scomparsa volontaria.
Il cadavere venne rinvenuto nel 2020 in un’area boschiva delle Preserre vibonesi, dove era stato occultato sotto la carcassa di una vecchia Fiat 500, avvolto nel cellophane. Le indagini, che inizialmente non avevano prodotto risultati, furono riaperte proprio a seguito del pentimento e della collaborazione dell’imputato. Alla luce delle valutazioni operate dalla Corte d’Assise d’Appello, la pena è stata rideterminata in 9 anni e 10 mesi di reclusione, con contestuale revoca della misura della libertà vigilata, per come sempre chiesto dalla difesa dell’imputato.

















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