Area Urbana
Rende: con “I territori della ferita”, all’Università della Calabria riparte Pedagogia dell’Antimafia
L’UniCal inaugura il sedicesimo anno di Pedagogia dell’Antimafia, un laboratorio permanente di educazione, memoria e partecipazione nato nel 2011

RENDE – Dalle ferite dei territori può nascere una nuova idea di comunità. È questa la sfida al centro del sedicesimo anno di “Pedagogia dell’Antimafia”, il percorso educativo promosso all’Università della Calabria da Giancarlo Costabile, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Culture, Educazione e Società (DiCES).
L’appuntamento inaugurale è fissato per mercoledì 23 settembre alle ore 14, nell’Aula Solano dell’Università della Calabria. Il nuovo ciclo di lezioni e seminari avrà come filo conduttore “I territori della ferita”, un tema che mette insieme il dolore provocato dalla violenza mafiosa, le disuguaglianze sociali, le marginalità e, allo stesso tempo, le esperienze di resistenza civile e di riscatto.
Non soltanto un’analisi della presenza mafiosa, dunque, ma una riflessione su ciò che accade alle persone e alle comunità dopo la violenza e sulle possibilità di trasformare la sofferenza in consapevolezza, partecipazione e responsabilità.

Il sedicesimo anno sarà dedicato alla memoria del professor Fortunato Maria Cacciatore, giovane collega prematuramente scomparso. La sua memoria accompagnerà le attività didattiche e seminariali, intrecciandosi con una riflessione sulla resistenza alle ingiustizie e alle sudditanze. Il dolore diventa così anche una categoria attraverso cui interrogarsi sul ruolo dell’educazione: riconoscerlo, elaborarlo e condividerlo senza rimuoverlo, ma evitando che si trasformi in silenzio, paura o rassegnazione.
Riparte all’Unical Pedagogia dell’Antimafia
“I territori della ferita” sono infatti quelli nei quali le conseguenze della violenza mafiosa si intrecciano con l’abbandono delle periferie, la povertà educativa, la negazione dei diritti e la perdita di fiducia nelle istituzioni. Sono territori nei quali le ferite non riguardano soltanto le vittime innocenti delle mafie e le loro famiglie, ma assumono una dimensione collettiva.
È proprio qui che il progetto individua una responsabilità educativa. Il dolore, da solo, non produce necessariamente consapevolezza o cambiamento. Può generare isolamento e rassegnazione. L’educazione può invece offrire strumenti per comprendere ciò che accade, costruire relazioni, sviluppare coscienza critica e restituire alle persone la possibilità di essere protagoniste della trasformazione dei propri territori.

Quella che prende il via il 23 settembre è un’esperienza che arriva a un traguardo importante. Pedagogia dell’Antimafia è nata il 23 maggio 2011, nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, come percorso seminariale all’interno degli insegnamenti dell’area pedagogica dell’Ateneo. Dal 2018-2019 è diventata disciplina di base del Corso di Studio in Scienze dell’Educazione.
In quindici anni il progetto ha costruito un vero laboratorio permanente di ricerca, formazione e cittadinanza attiva. I numeri raccontano oltre 200 seminari in presenza, 35 incontri online durante l’emergenza sanitaria, 60 iniziative di cittadinanza attiva nelle scuole calabresi e 45 laboratori di antimafia sociale nelle regioni del Sud Italia, realizzati senza il ricorso a fondi pubblici. Sono stati oltre 300 i relatori coinvolti, provenienti dalla magistratura, dalle forze dell’ordine, dal mondo della scuola, dall’associazionismo, dalla Chiesa e dai movimenti impegnati sui temi dei diritti e della giustizia sociale.
Nel corso degli anni, l’università ha portato il percorso fuori dalle aule, trasformando diversi territori del Mezzogiorno in luoghi di apprendimento diretto e confronto. Da Scampia a Palermo, dalla Piana di Gioia Tauro alla Locride, fino alle periferie di Cosenza, il progetto ha costruito una rete di relazioni con comunità segnate dalla presenza della criminalità organizzata, ma anche protagoniste di esperienze di resistenza e trasformazione.
Il primo laboratorio territoriale, nel novembre 2011, si è svolto sui beni confiscati della cooperativa Valle del Marro. Nel maggio 2013 è arrivata la prima visita formativa a Scampia, dando vita a un percorso di collaborazione con le realtà di antimafia sociale del quartiere napoletano.
Il nuovo anno accademico raccoglie anche l’eredità delle attività realizzate negli ultimi mesi. Tra queste, il patto educativo promosso dall’Università della Calabria con la Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro, che ha portato il 23 febbraio 2026 all’incontro con il procuratore capo di Catanzaro, Salvatore Curcio, e con il capo del Centro operativo DIA, Beniamino Fazio. Al centro del confronto con gli studenti, il rapporto tra contrasto alla criminalità organizzata, responsabilità individuale e partecipazione democratica.
Un altro tassello è rappresentato dal percorso educativo sviluppato con le scuole di Rosarno, Brancaccio e Cutro, mettendo in relazione realtà scolastiche e comunità territoriali unite dalla volontà di contrastare le culture mafiose attraverso la formazione delle nuove generazioni.
La nuova edizione punta dunque a rafforzare il dialogo tra università, scuola, magistratura, istituzioni e società civile. Una prospettiva pedagogica che guarda all’educazione come strumento di emancipazione, nel solco delle esperienze di don Lorenzo Milani e Paulo Freire, e che considera la conoscenza non soltanto come possibilità di comprendere i fenomeni criminali, ma come condizione per partecipare consapevolmente alla vita democratica.
Dopo sedici anni, la sfida resta quella di abitare i territori della ferita senza voltarsi dall’altra parte. Trasformare la memoria in coscienza critica, la conoscenza in partecipazione e il dolore in una spinta alla responsabilità collettiva è il percorso che “Pedagogia dell’Antimafia” propone di continuare a costruire.

















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