Calabria
Vernice rossa e manichino davanti il Consiglio Regionale: assolta Vittoria Morrone. Fem.In: “la lotta continua”
Dopo la protesta con la vernice rossa al Consiglio regionale, i giudici scagionano anche Vittoria Morrone. Il collettivo Fem.In. rilancia la sfida alla politica calabrese: ‘i servizi per le donne sono al collasso’

COSENZA – Si chiude con un’altra assoluzione (questa volta per Vittoria Morrone) la vicenda giudiziaria legata alla protesta delle Fem.In. Cosentine in lotta del 2019 presso il Consiglio regionale della Calabria. Oggi è il turno di Vittoria Morrone, difesa dall’avvocato Francesco Acciardi, a essere scagionata dalle accuse nate dopo quella simbolica azione di denuncia contro la cultura patriarcale delle istituzioni. Era il 2019 quando vernice rossa e un manichino “insanguinato” colorarono le scale del Consiglio: un simbolo della “violenza istituzionale” che, secondo il collettivo, continua a ignorare le reali necessità delle donne calabresi.
“Mogli e figlie candidate per forza”
L’assoluzione riporta l’attenzione sulle motivazioni che scatenarono la protesta. Durante i dibattiti sulla rappresentanza di genere, tra i banchi del Consiglio regionale furono pronunciate frasi che il collettivo definisce “irripetibili”: “Le donne non vogliono entrare in politica”, “Siamo costretti a candidare mogli e figlie, “Le donne vogliono curarsi il tumore, non entrare in consiglio regionale”. Secondo le attiviste, queste parole non sono semplici scivoloni, ma la prova di una cultura politica patriarcale che riduce le donne a meri strumenti per obblighi normativi.

La condizione delle donne in Calabria: un quadro drammatico
A distanza di sette anni da quella protesta, le Fem.In. denunciano una situazione che non è cambiata in modo sostanziale. La marginalizzazione delle donne in Calabria resta sistemica e si manifesta attraverso lo smantellamento dei servizi essenziali come i consultori pubblici sempre più svuotati e inaccessibili, i centri antiviolenza costretti a operare senza fondi adeguati e in perenne emergenza. Ed ancora un welfare fragile che scarica interamente sulle donne il peso del lavoro di cura e domestico.
Il richiamo alla tragedia di Catanzaro
Il collettivo cita la recente tragedia di Catanzaro come simbolo del fallimento istituzionale. Una morte maturata nella solitudine e nell’abbandono sociale, che le attiviste indicano come il prodotto di un sistema che “non vede e non interviene”.
“Avevamo ragione”: la battaglia per i diritti oltre la doppia preferenza
L’assoluzione di oggi viene vissuta come una vittoria politica prima che giudiziaria. Le Fem.In. Cosentine in lotta criticano aspramente l’uso strumentale della doppia preferenza di genere, ridotta a terreno di scontro elettorale piuttosto che a strumento di reale cambiamento. “L’assoluzione di oggi rafforza la nostra convinzione: avevamo ragione allora e continuiamo ad averla oggi. Non vogliamo una rappresentanza simbolica, vogliamo diritti, servizi e autodeterminazione“.
La promessa del collettivo è chiara: la lotta non si ferma. “Non arretreremo. Continueremo a lottare per rendere impossibile a questa classe politica, colpevolmente cieca e sorda, proseguire su questa strada. Noi vogliamo molto di più di una rappresentanza simbolica. Vogliamo diritti, servizi, autodeterminazione. Andiamo avanti“.



















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