{"id":18761,"date":"2013-03-02T13:34:13","date_gmt":"2013-03-02T12:34:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.quicosenza.it\/news\/?p=18761"},"modified":"2023-01-17T13:16:42","modified_gmt":"2023-01-17T12:16:42","slug":"6872-il-viaggio-nella-citta-dei-senza-nome","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quicosenza.it\/news\/6872-il-viaggio-nella-citta-dei-senza-nome\/","title":{"rendered":"Il viaggio nella citt\u00e0 dei senza nome"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>COSENZA &#8211;<\/strong> Ogni tanto ne muore uno, s\u00ec. <strong>Ma quando ne muoiono tre, in quel modo poi, la notizia si trasforma da trafiletto di cronaca <\/strong><\/p>\n<p>  <!--more-->  <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>a titolo&nbsp;<\/strong><strong style=\"font-size: 12px; line-height: 1;\">da home page dei grandi quotidiani nazionali. Credo che il modo migliore per raccontare questa tragedia, sia leggere l&#8217;articolo scritto dal collega Eugenio Furia, prestigiosa penna di Corriere della Calabria. I clochard a Cosenza fanno parte del paesaggio. E raccontano l&#8217;integrazione fallita nel posto che si fregia di essere \u00abcitt\u00e0 dell&#8217;accoglienza\u00bb, un capoluogo che \u2013 in attesa della Citt\u00e0 del Sole dei migranti \u2013 ha sviluppato una cittadella nomade lungo il fiume. \u00c8 una favelas che fa notizia solo in caso di incendi o esondazioni. Ma non c&#8217;\u00e8 bisogno di arrischiarsi lungo il Crati \u2013 bench\u00e9 esistano associazioni di volontariato che lo fanno da anni \u2013 o di farsi un giro nel centro storico per notare che i \u201cnon luoghi\u201d a Cosenza stanno in centro, dove la dissonanza con il contesto \u00e8 ancora pi\u00f9 netta. Il rudere del rogo di via XXIV Maggio, per dire, \u00e8 perfettamente incastrato fra viale Mancini e i suoi residence in stile Miami e il salotto buono della citt\u00e0, quell&#8217;isola pedonale dove ai piedi di una statua di Manz\u00f9 o De Chirico puoi vedere l&#8217;omino coi baffetti che in ginocchio continua a cantare e ridere alla vita o i ventenni con chitarra e armonica che ogni tanto rendono l&#8217;ex corso Mazzini una Grafton street dublinese dei poveri, lo \u00abstorpio\u00bb con il cappello teso e i bimbi mandati in avanscoperta a muovere compassione chiedendo l&#8217;elemosina.<\/strong><span style=\"font-size: 12px; line-height: 1;\"> Spesso nell&#8217;indifferenza della gente. <strong>In una manciata di metri si trovano le due citt\u00e0 un tempo divise dal rilevato ferroviario abbattuto nel 2004 a favore della spianata che oggi \u00e8 l&#8217;arteria eponima del traffico cosentino. \u00abViale Giacomo Mancini\u00bb oggi salda periferia e centro rendendo il secondo simile alla prima, e non il contrario. \u00c8 proprio nelle due fasce \u201cintermedie\u201d (via XXIV Maggio-viale Mancini e viale Mancini-via Popilia) che si sviluppa l&#8217;altra citt\u00e0, quella degli ultimi. Materassi sfondati per giaciglio, cartoni per coperte, Tavernello e birra per compagni. Se va bene un fuoco con cui scaldarsi. Vicino a piazza Fera, dove per ora un parcheggio da archistar \u00e8 solo un ologramma con strascichi giudiziari e polemiche politiche, un casolare abbandonato coevo di quello che ha ospitato i poveri \u00abbarboni\u00bb carbonizzati \u00e8 stato da poco transennato alla bell&#8217;e meglio. Vi trov\u00f2 la morte per overdose un altro \u00abmarginale\u00bb, come da definizione socio-antropologica.<\/strong> Un altro, simile, \u00e8 poco pi\u00f9 a sud, sua via Miceli, a poche decine di metri dalla questura: qualche anno fa una retata vi stan\u00f2 degli innocui occupanti in clima da autogestione. E andando verso nord, via Panebianco \u00e8 il trionfo delle case sventrate elette a dimora come l&#8217;istituto di igiene e profilassi della vicina Citt\u00e0 2000, altro nome evocativo che davanti al degrado imperante fa sorridere. Sono scenari da metropoli calati in un \u00abpaesone\u00bb come \u00e8 Cosenza: a pochissimi metri dal luogo della tragedia di stamattina, in pochi mesi \u00e8 stato incastrato \u2013 nell&#8217;ultimo fazzoletto libero disponibile \u2013 un cubo di cemento che, una volta finito, non si sa da quanti sar\u00e0 abitato. I prezzi saranno comunque esorbitanti. <strong>Accanto, uno dei rifugi preferiti dai clochard: \u00e8 una cabina elettrica, un parallelepipedo il cui retro, senza tetto, magari sar\u00e0 stato frequentato anche dalle tre vittime di oggi prima che i rigori dell&#8217;inverno si inasprissero. \u00c8 un&#8217;immagine simbolo del boom di un&#8217;edilizia drogata per cui le nuove linee dell&#8217;urbanistica abitativa delimitano appartamenti costosissimi e vuoti, mentre l\u00e0 fuori i poveri (nuovi e no) aspettano magari l&#8217;alloggio dell&#8217;Aterp. Altro bubbone che viene lenito solo dal balsamo delle promesse di ogni campagna elettorale. \u00abMe lo ricordo, quello mutilato\u00bb. Il tam-tam dei cosentini delinea i ritratti dei senza-nome, quelli che ci davano anche fastidio nella vasca sull&#8217;isola pedonale o nella corsetta su viale Parco, una colonia di derelitti su una sola panchina, i pomeriggi e le notti anzi le giornate intere passate a bere ma mai nessun problema, giusto qualche volta uno di loro che si ritrovata pestato e gonfio di botte, qualcuno portato in ospedale. \u00abSono quelli che stavano davanti al Due fiumi?\u00bb. Sul web, da quando la notizia tragica ha preso piede e assunto contorni pi\u00f9 definiti, pi\u00f9 d&#8217;uno ricorda l&#8217;attivit\u00e0, oggi ridimensionata, dell&#8217;Oasi francescana e le promesse dei sindaci su futuribili villaggi dell&#8217;accoglienza. Anche chi evoca il periodo aureo del sindaco Mancini forse dimentica che la tendenza a ghettizzare \u00e8 la stessa che oltre 10 anni fa produsse il villaggio di via degli Stadi. \u00abIl trasloco pi\u00f9 bello dell&#8217;anno\u00bb, dicevano i manifesti del Comune in quel dicembre 2001, \u00e8 come \u00abground zero\u00bb commentava qualcuno. Cosa resta? Un altro non luogo a cui abbiamo fatto subito l&#8217;abitudine, e un&#8217;altra spianata \u2013 via Sant&#8217;Antonio dell&#8217;Orto e via Reggio Calabria \u2013 che vive sospesa aspettando il Ponte di Calatrava e il Planetario, due totem. Raccontano anche loro le due citt\u00e0, proprio come il macchinone che sfreccia davanti a chi scava nel cassonetto; come i loft di corso Telesio confinanti con le topaie dove un anziano pu\u00f2 morire carbonizzato dalla vecchia stufa e un trentenne se ne va per un&#8217;overdose; come i mercatini frequentati dai nuovi poveri in orario di chiusura alla ricerca di scarti dopo un giro al discount a caccia del polmone \u2013 \u00abch\u00e9 la carne costa troppo\u00bb. \u00c8 l&#8217;altra citt\u00e0 rispetto &#8211; conclude nel suo pezzo Eugenio Furia &#8211; a quella che stasera s&#8217;ingioieller\u00e0 per la prima della lirica al \u201cRendano\u201d, che sempre pi\u00f9 \u2013 e massimamente oggi \u2013 appare come una nobile decaduta, a tiro nel palazzo sgarrupato. Il Titanic che affonda e l&#8217;orchestrina che suona.<\/strong><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>COSENZA &#8211; Ogni tanto ne muore uno, s\u00ec. 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