{"id":20471,"date":"2013-03-30T10:29:01","date_gmt":"2013-03-30T09:29:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.quicosenza.it\/news\/?p=20471"},"modified":"2023-01-17T13:18:16","modified_gmt":"2023-01-17T12:18:16","slug":"7766-giornalismo-franco-abruzzo-premiato-per-50-anni-di-carriera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quicosenza.it\/news\/7766-giornalismo-franco-abruzzo-premiato-per-50-anni-di-carriera\/","title":{"rendered":"Giornalismo: Franco Abruzzo premiato per 50 anni di carriera"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>COSENZA &#8211;<\/strong> Mezzo secolo tra le notizie.<strong> Il Consiglio dell\u2019Ordine dei Giornalisti della Lombardia festeggia gli iscritti da almeno 50 anni <\/strong><\/p>\n<p>  <!--more-->  <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>all\u2019Albo con la consegna di una medaglia d\u2019oro. Tra i premiati Franco Abruzzo, che racconta il suo lungo e prestigioso \u201ccursus honorum\u201d in quest\u2019intervista, rilasciata al collega Romano Pitaro e pubblicata sul sito di Calabriaonweb.it. La riportaiamo, perch\u00e8 siamo convinti che quest&#8217;intervista sia un&#8217;autentica lezione di giornalismo. D&#8217;altri tempi.&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Da Cosenza a Milano, un viaggio di 50 anni fa. L\u2019amore per Milano, il rapporto con la Calabria. Cronista d\u2019assalto, Il sindacato, Walter Tobagi, per 18 anni presidente dell\u2019Ordine di Milano, i lunghi anni a Il Giorno e al Sole 24 Ore. La visione di un giornalismo di battaglia e di controllore dei poteri. Aver dimenticato il ruolo di \u201cguardiano\u201d ha determinato le pesanti difficolt\u00e0 odierne dei giornali.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cLa stampa \u00e8 un potere?<\/strong>&nbsp;&#8220;No, \u00e8 l\u2019occhio dei cittadini sui palazzi della politica, dell\u2019economia e della finanza. Il sonno dei giornali ha partorito la crisi di oggi. E i lettori hanno girato le spalle alle edicole\u201d. Il tuo profilo attuale: cosa fai oggi; come ti vedi e come ti definisci; dove vivi; la tua famiglia; le tue relazioni attuali, professionali e umane, pi\u00f9 significative. Franco Abruzzo Ho lasciato \u201cIl Sole 24 Ore\u201d il 1\u00b0 marzo 2001 dopo 18 anni di lavoro (come caposervizio Interni, viceredattorecapo e segretario di redazione, redattorecapo centrale). Non \u00e8 facile per tanti andare in pensione soprattutto se non si ha un progetto di vita. Ho lasciato la presidenza dell\u2019Ordine dei Giornalisti di Milano il 7 giugno 2007 dopo 18 anni e 22 giorni. Ho sempre pensato allo sbocco universitario nelle due materie che amo: storia del giornalismo e diritto dell\u2019informazione. Dal 2001 e fino al 2011 sono stato docente a contratto prima di Storia del giornalismo e poi di Diritto dell\u2019informazione presso l\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Milano Bicocca e presso l\u2019Universit\u00e0 Iulm di Milano. <strong>Insegno Diritto in diversi altri corsi e master. Curo il mio sito personale \u201cwww.francoabruzzo.it\u201d (Giornalisti per la Costituzione), curo anche un notiziario giornaliero che via internet spedisco a 64mila giornalisti, avvocati, magistrati, docenti universitari. Tratto e approfondisco argomenti legati al mondo dei media. Pubblico in riviste giuridiche online, qualche volta mi capita di essere ospitato in riviste giuridiche di grande livello. \u201cGiurista prestato al giornalismo\u201d Il lavoro non mi manca: incomincio la mattina e tiro tardi. Anche se mi concedo intervelli dedicati alle passeggiate tra Sesto San Giovanni (dove vivo dal 1967) e Milano (dove ho lavorato e dove continuo ad agire). Qualcuno mi ha definito \u201cun giurista prestato al giornalismo\u201d. La frase mi lusinga e mi onora. In un convegno di Catania, dedicato ai rapporti tra giornalismo e giustizia, ho parlato per 50\/60 minuti e alla fine il presidente del Consiglio nazionale forense, Nicola Buccico, scherzando proposte al convegno di considerarmi iscritto a titolo d\u2019onore nell\u2019Albo degli avvocati. Avevo difeso con passione il ruolo della professione di giornalista, professione di libert\u00e0, ancorata alla nostra magnifica e splendida Costituzione, citando a memoria un groviglio di norme, fatto che aveva impressionato la platea soprattutto quando Buccico precis\u00f2 che ero un giornalista, non un avvocato&#8221;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cQuando frequentavo le medie a Cosenza\u201d<\/strong> Ho detto che vivo a Sesto, una citt\u00e0 simbolo, alla quale mi lega un ricordo vecchio di oltre 60 anni. Quando frequentavo le medie di via Rivocati nella Cosenza dei primissimi anni 50, leggevo tanti giornali, che mio pap\u00e0, Vincenzo, cassiere locale della direzione provinciale delle Poste, mi procurava. Il ricordo \u00e8 questo: mi aveva colpito un titolo del \u201cCorriere della sera\u201d che suonava pi\u00f9 o meno cos\u00ec: \u201cSesto la Stalingrado d\u2019Italia\u201d. Il Pci ne era il primo partito con il 55\/60% dei voti. E io avevo chiesto a mio padre ingenuamente il perch\u00e9 del paragone con Stalingrado. La risposta fu netta. \u201cA Sesto sono tutti comunisti stalinisti\u201d. Senza volerlo, mio pap\u00e0 ha deciso il destino del figlio, che si innamor\u00f2 del giornalismo tanto da farne la scelta della propria vita e da sopportare l\u2019emigrazione da Cosenza a Milano nel febbraio del 1962. la scelta dell\u2019emigrazione fu naturale, non fu un peso: l\u2019emigrazione per i calabresi \u00e8 un dato familiare. Mio nonno materno, Salvatore De Bonis, di Luzzi, aveva attraversato l\u2019Oceano due volte, nel 1906 e nel 1908, diretto a Filadelfia, dove vivevano nostri parenti, i Berlingieri di Luzzi, che ancora sono in quella metropoli anche se oggi i discendenti portano nomi polacchi come ha accertato mia figlia Vittoria, che, giovanissima liceale e universitaria, ha trascorso delle vacanze studio negli Stati Uniti con la sorella Anna Maria. Nella storia della mia famiglia si riassume l\u2019evoluzione economica e sociale della nostra Patria. Mia nonno ha conosciuto gli Stati Uniti da emigrante, le sue pronipoti da studentesse munite di carta di credito. Una parabola inimmaginabile per il bracciate Salvatore De Bonis. Bacciante con senso di Patria. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, torn\u00f2 in Italia \u201cper difendere casa sua\u201d. Ferito sul Piave, morir\u00e0 nove anni dopo. Aveva appena 45 anni, era del 1882. Aveva frequentato le prime tre classi delle elementari e, come mi raccont\u00f2 mia mamma,Vittoria, aveva letto il \u201cCuore\u201d, il libro che aveva dato una coscienza italiana anche ai braccianti meridionali come agli operai del Nord.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cNel vallone del Rovito \u00e8 nata la mia coscienza nazionale\u201d<\/strong> Parlo di queste storie, perch\u00e9 hanno pesato nella mia formazione. Negli anni cosentini, abitavo allo Spirito Santo, in via Petrarca 22. <strong>I miei maestri, donna Raffaella Barca (prima e seconda elementare) e Domenico Anselmo (III, IV e V) erano soliti portarci nel Vallone di Rovito, dove nel 1844 erano stati fucilati i fratelli Emilio e Attilio Bandiera e altri 11 giovani calabresi. Morti per una Patria che ancora non c\u2019era e che era viva solo nella testa e nel cuore di Giuseppe Mazzini. In quel Vallone di Rovito \u00e8 nata la mia coscienza nazionale. Dico questo con emozione antica, ma ancora oggi sempre forte e sentita. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cL\u2019incontro con Tobagi decisivo per la mia vita\u201d<\/strong>&nbsp;Il destino ha voluto che finissi a Sesto nel 1965-67 per una decisione del direttore del \u201cGiorno\u201d, Italo Pietra. Lavoravo alle pagine della provincia. Dovevo presidiare l\u2019area che coincideva con quella del Tribunale di Monza, il quarto tribunale italiano per intensit\u00e0 di \u201caffari\u201d trattati. Il lavoro nero nei giornali era di moda, anche se circoscritto, perch\u00e9 i giornali si presentavano con 24 pagine e con l\u2019aggiunta delle pagine locali, due. Il praticantato tardava ad arrivare. Mi rivolsi, dopo uno scontro con Pietra, all\u2019Ordine e fui iscritto al Registro. Non sapevo di aver stabilito un primato, quello di primo praticante d\u2019ufficio della storia giornalistica italiana. Poi, da presidente dell\u2019Ordine, nei primi anni 90, credo di aver favorito l\u2019accesso alla professione di almeno 3\/4mila \u201csfruttati\u201d. Il principio dell\u2019uguaglianza, unito a quelli della solidariet\u00e0 e della libert\u00e0, ha sempre animato le mie battaglie politiche e la mia scelta di spendermi nel sindacato, l\u2019Associazione lombarda dei Giornalisti, dove ho incontrato una persona di livello immenso, Walter Tobagi, un sodalizio durato (purtroppo) meno di 4 anni, tra il 1976 e il 1980, quando Walter fu ucciso dalle Brigate rosse. <strong>L\u2019incontro con Tobagi \u00e8 stato decisivo per la mia vita: non potevi stargli al fianco e discutere con lui se non avevi maturato una buona preparazione in vari campi. La sua preparazione sofisticata nel campo dei fenomeni sociali e del movimento sindacale \u2013 esemplare \u00e8 la sua \u201cStoria del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia\u201d (Sugar Editore, Milano 1970) \u2013 lo avevano portato a comprendere, con anticipo su tutti, che i terroristi rossi non erano \u201cfascisti\u201d o \u201ccompagni che sbagliavano\u201d. Venivano dalle fabbriche, erano militanti dei gruppuscoli extraparlamentari dell\u2019ultrasinistra o anche ex-iscritti al Pci. Lo ha documentato Aldo Forbice (Testimone scomodo \u2013 Walter Tobagi-Scritti scelti 1975-80, Franco Angeli, Milano 1989), pubblicando 28 articoli di Tobagi sul lavoro, sull\u2019economia e sul sindacato, e altri 42 sugli anni di piombo, compreso quello famoso dal titolo \u201cNon sono samurai invincibili\u201d (20 aprile 1980). Le Br sono sconfitte dopo la eliminazione della colonna \u201cimprendibile\u201d di Genova: \u201cA voler essere realisti \u2013 scrive Tobagi \u2013 si deve dire che il tentativo di conquistare l\u2019egemonia nelle fabbriche \u00e8 fallito. I terroristi risultano isolati dal resto della classe operaia\u201d. Ha annotato ancora Tobagi in quell\u2019articolo: \u201cLa fabbrica era diventata il centro di uno scontro sociale che poi ha trasferito i suoi effetti nella societ\u00e0, nei rapporti politici. I brigatisti hanno cercato di inserirsi in questo processo, in parte raccogliendo il consenso delle avanguardie pi\u00f9 intransigenti\u201d. Un\u2019analisi lucida che apre gli occhi anche a chi voleva tenerli chiusi a tutti i costi.<\/strong> Un\u2019analisi che rispecchia il suo credo deontologico: \u201cPoter capire e voler spiegare\u201d. La stagione sconvolgente del terrorismo e \u201cStampa democratica\u201d Per chi, come me, \u00e8 stato vicino a Walter Tobagi nel sindacato negli anni durissimi, che vanno dal 1976 (anno in cui, con Massimo Fini, fummo eletti consiglieri dell\u2019Associazione lombarda) al 1980, e che con lui ha vissuto la stagione sconvolgente del terrorismo, i ricordi sono tantissimi. C\u2019\u00e8 una pagina storica che voglio rievocare, perch\u00e9 ci restituisce un\u2019immagine cara di Walter. \u00c8 una pagina che recupera la battaglia riformista intrapresa da un gruppo sindacale nascente (\u201cStampa democratica\u201d) per dare al sindacato dei giornalisti una struttura pluralista. La presenza di due vecchie correnti (Rinnovamento e Autonomia, una di sinistra e una di destra) non bastava e Tobagi lo aveva spiegato su \u201cGiornalismo\u201d (organo dell\u2019Alg). Serviva in sostanza una nuova forza, che desse spazio a una tutela reale della professionalit\u00e0 anche sotto il profilo economico (in quegli anni \u201cRinnovamento\u201d aveva favorito una politica di rivendicazioni molto modeste e piatte, preferendo perseguire obiettivi politici). Tobagi scrive: \u201cSe il sindacato dei giornalisti vuole davvero diventare protagonista di una ripresa dell\u2019editoria, di uno sviluppo (nei fatti, non nelle parole) del pluralismo informativo, \u00e8 evidente che si impongono scelte coraggiose. Perch\u00e9 i giornalisti sindacalisti devono recitare la parte dei \u201cpiccoli politici\u201d, ognuno coi suoi amici influenti, coi consiglieri saldamente installati nel \u201cPalazzo\u201d, e via rattristando? Perch\u00e9 non cerchiamo di rilanciare la sfida (sar\u00e0 un\u2019utopia, ma anche le utopie servono) per un sindacalismo giornalistico serio, indipendente, meno parole e pi\u00f9 comportamenti concreti e conseguenti, che punti a diventare il motore di un nuovo sviluppo dell\u2019editoria, privata e pubblica, di questo paese? Questa \u00e8 la sfida del prossimo congresso. E\u2019 una sfida diversa, profondamente diversa rispetto al passato. E ci\u00f2 spiega, al di l\u00e0 dei fattacci avvenuti a giugno, perch\u00e9 le vecchie etichette e l\u2019antica divisione in due correnti (Rinnovamento e Autonomia) siano un\u2019eredit\u00e0 del passato. Cambiano i problemi, \u00e8 inevitabile che cambino gli schieramenti e gli strumenti dell\u2019azione sindacale. Con l\u2019auspicio e la fiducia che non ci sia spazio, nei nuovi raggruppamenti, n\u00e9 per messi dei potentati economici, n\u00e9 per inviati speciali dei partiti\u201d. Quando Walter Tobagi parl\u00f2 fino all\u2019alba La prima uscita di Walter Tobagi leader del nuovo raggruppamento sindacale avviene a Pescara, tra il 22 e il 29 ottobre 1978. \u00c8 in corso il congresso della Federazione nazionale della stampa italiana. I delegati lombardi si riuniscono per designare coloro che entreranno a far parte del Consiglio nazionale della Fnsi. La maggioranza ha gi\u00e0 scelto i suoi uomini. Walter parla come presidente dell\u2019Associazione lombarda dei giornalisti, carica alla quale \u00e8 stato eletto il 14 settembre precedente dopo la spaccatura avvenuta nella corrente maggioritaria di sinistra di \u201cRinnovamento\u201d. Le frange pi\u00f9 accese di \u201cRinnovamento\u201d nel maggio\/giugno di quell\u2019anno avevano messo in discussione la presenza tra i candidati al Congresso di giornalisti di area riformista cattolico-socialista come lo stesso Tobagi. Vinsero gli intolleranti: Tobagi e altri 12 colleghi (tra i quali io) delle sue idee vengono depennati dalla lista \u201cunitaria\u201d. Al congresso di Pescara Walter \u00e8 l\u2019unico del suo gruppo (battezzato \u201cterza tendenza\u201d) che ha diritto di parola. Anche dentro \u201cRinnovamento\u201d c\u2019\u00e8 una minoranza. A questa minoranza di \u201cRinnovamento\u201d era stato negato il diritto di \u201cesistere\u201d. Tobagi prese la parola e la tenne a lungo, per molte ore, la riunione termin\u00f2 che era gi\u00e0 alba. In quel tempo si parlava molto di democrazia, ma come sempre accade pochi ne conoscevano la storia. Walter tir\u00f2 fuori un libricino scritto da Francesco ed Edoardo Ruffini, \u201cIl principio maggioritario\u201c. Pubblicato nel 1927 in pieno regime fascista e da due dei pochissimi professori universitari di orientamento liberale che rifiutarono di giurare fedelt\u00e0 al regime, questo saggio traccia un profilo storico di due nozioni centrali della democrazia: l\u2019elezione a maggioranza e il dissenso. Tobagi ricord\u00f2, con le parole dei Ruffini, che il \u201cprincipio maggioritario\u201d e il dissenso costituiscono i principali problemi di ogni democrazia e che quei problemi erano tuttora aperti. Il principio maggioritario \u00e8 \u201cnaturale e ovvio\u201c, ma \u201cla comunissima regola, per cui in una collettivit\u00e0 debba prevalere quello che vogliono i pi\u00f9 e non quello che vogliono i meno, racchiude uno dei pi\u00f9 singolari problemi che abbiano affaticato la mente umana\u201d. L\u2019idea di proteggere le minoranze, cio\u00e8 coloro che manifestano dissenso rispetto ai pi\u00f9, \u00e8 \u201cfrutto di un movimento che va al di l\u00e0 della stessa Rivoluzione francese e che ci riporta alla costituzione delle colonie inglesi d\u2019America\u201c. Il discorso provoc\u00f2 il ribaltamento delle nomine decise a tavolino. Il metodo proporzionale nelle strutture sindacali Walter Tobagi, per\u00f2, colse il successo pi\u00f9 clamoroso, quando chiese al Congresso l\u2019introduzione del sistema proporzionale nelle strutture regionali del sindacato. Questa proposta completava il discorso fatto davanti ai delegati lombardi sulla protezione delle minoranze: il metodo proporzionale garantiva la rappresentanza alle varie componenti, favorendo la nascita di un \u201csindacato aperto a tutti, senza padrini\u201d. La proposta pass\u00f2. Finiva la stagione dei listoni ultramaggioritari ed eterogenei \u201cin cui tutti confluiscono per avere qualche posto, ma che eliminano qualsiasi possibilit\u00e0 di dibattito effettivo alla luce del sole\u201c. La svolta di Pescara \u201csta proprio in questo modello di sindacato nuovo, pi\u00f9 forte perch\u00e9 pi\u00f9 democratico, che tutti insieme dovremo cercare di costruire\u201d. Apparve anacronistica e incomprensibile la posizione del segretario della Fnsi, Luciano Ceschia, sulla equidistanza del sindacato dei giornalisti italiani tra le organizzazioni internazionali della stampa che avevano sede a Parigi e a Praga. Non si poteva essere equidistanti tra una citt\u00e0 simbolo di libert\u00e0 e una citt\u00e0 oppressa da una dittatura comunista, occupata e violentata dalle truppe sovietiche d\u2019invasione. La battaglia in difesa dei valori liberali e democratici in una epoca in cui quei valori sembravano perdenti nella societ\u00e0 italiana non era un espediente politico, ma era qualcosa di ben radicato, era una visione che si collegava a uno dei pilastri portanti della Costituzione, la matrice liberal-democratica della Carta fondamentale. Mario Borsa: maestro di giornalismo di scuola liberale Walter Tobagi era stato eletto presidente del sindacato regionale, l\u2019Associazione lombarda dei Giornalisti, la sera del 14 settembre 1978 e dopo la elezione, nel discorso di accettazione, aveva detto: \u201cVoglio aggiungere, ed anche questa non vuole essere una frase vuotamente retorica, che accetto questo incarico per spirito di servizio e di dovere morale e ideale verso la categoria e verso le idee che personalmente, insieme con molti colleghi, ho manifestato in tante occasioni. Non vorrei fare un richiamo retorico al passato, ma se c\u2019\u00e8 il nome di un collega al quale penso idealmente in questo momento per l\u2019esperienza che ha vissuto, per l\u2019impegno che ha profuso in certi momenti anche nel sindacalismo giornalistico, questo giornalista \u00e8 Mario Borsa e vorrei ricordarlo in questo momento\u201d. \u201cBorsa e il mio corso di storia del giornalismo\u201d A Mario Borsa, grande maestro di giornalismo, di scuola liberale, liberale alla inglese o radicale alla francese, direttore del \u201cCorriere della Sera\u201d dall\u2019aprile del 1945 all\u2019agosto del 1946, Walter Tobagi aveva dedicato un saggio sul numero del luglio-settembre 1976 del trimestrale \u201cProblemi dell\u2019informazione\u201d. Mario Borsa era per Walter il modello ideale di giornalista e non era un fatto occasionale averne ricordato pubblicamente il nome la sera del 14 settembre 1978. Anche Borsa aveva difeso il sindacato dei giornalisti, l\u2019Associazione lombarda dei giornalisti, in una stagione declinante delle libert\u00e0 civili, nel 1924, quando la morsa del fascismo cominciava a diventare soffocante. Anche in quell\u2019autunno del \u201978 il clima politico e sindacale era pesante. I maestri di Walter, i Ruffini e Borsa, divennero i maestri miei e di quanti frequentavano il nostro gruppo. Lo sono ancora oggi. Borsa \u00e8 ben presente nel mio corso di Storia del giornalismo. \u201cIo, Tobagi, Leo Valiani e l\u2019assassinio di Emilio Alessandrini\u2026\u201d C\u2019\u00e8 una pagina amarissima, che mi lega a Walter. Risale 29 gennaio 1979. Quella mattina i killer di Prima Linea avevano ucciso in Milano il sostituto procuratore Emilio Alessandrini. La sera ricevo una telefonata dal procuratore capo della Repubblica, Mauro Gresti con un invito perentorio: \u201cVenga subito da me\u201d. Lavoravo al Palazzo di Giustizia da 7 anni come cronista di punta del \u201dGiorno\u201d (mi occupavo di terrorismo, mafia a Milano, crack Sindona). Gresti mi riceve subito. L\u2019esordio \u00e8 secco: \u201cOggi abbiamo tenuto una riunione in Prefettura e abbiamo deciso di avvertire coloro che sono in pericolo di vita. Lei, con Leo Valiani e Walter Tobagi, \u00e8 tra questi. Leo Valiani vive da clandestino come nel periodo 1943\/1945. Lei domani mattina alle 8 mi porti qui Tobagi. Sappiamo che \u00e8 molto amico di Tobagi\u201d. Raggiungo in fretta la sede del giornale. Chiamo subito Walter, ero nella Giunta della \u201cLombarda\u201d, avevo una certa familiarit\u00e0 con lui. Gli racconto le parole di Gresti e mi chiede: \u201chai paura?\u201d. Rispondo che non mi va di fare l\u2019eroe e che ero emigrato per lavorare. Ho la voce incrinata. Penso a mia moglie e alle mie bambine, alle quali non racconto nulla per non allarmarle. La mattina successiva siamo da Gresti, il quale subito dice che non ha uomini per garantirci la scorta. E\u2019 presente un colonnello dell\u2019Arma il quale spiccica poche parole: \u201cQuelli sparano tra le 8 e le 8.30. Vi conviene uscire di casa dopo le 9\u201d. Quando dissi no a \u201cRepubblica\u201d per rimanere al \u201cGiorno\u201d Il direttore del \u201cGiorno\u201d, Gaetano Afeltra, mi allontana dalla cronaca giudiziaria e mi destina, ero caposervizio, al \u201cPolitico\u201d (la redazione che si occupava di politica interna e di politica estera), poi \u201cAi fatti della vita\u201d (la redazione che si occupava della cronaca nazionale). Continuo a far parte del CdR fino al 1983, quando Gianni Locatelli mi chiama al \u201cSole 24Ore\u201d. Nel 1975 ero stato assunto da Eugenio Scalfari per far parte della squadra di \u201cRepubblica\u201d. Avevo firmato, poi, per\u00f2, ero rimasto al \u201cGiorno\u201d al quale ero attaccato visceralmente. Era salito da Cosenza a Milano proprio con l\u2019obiettivo di lavorare al \u201cGiorno\u201d, il quotidiano pi\u00f9 moderno d\u2019Italia, e c\u2019ero riuscito con tanta fatica. Il fallimento del banchiere siciliano Sindona e il mio passaggio al Sole 24 Ore C\u2019\u00e8 un episodio della mia vita di cronista che voglio ricordare. Riguarda il fallimento (28 settembre 1974) del banchiere siciliano Michele Sindona. Scoprii che era in atto una manovra per far saltare l\u2019insolvenza delle banche che facevano capo al finanziere. Se saltava l\u2019insolvenza, saltava anche il processo penale. Chiesi pubblicamente, sulle pagine del Giorno, che il procuratore generale, Salvatore Paulesu (parente di Gramsci), si costituisse nel giudizio civile d\u2019appello \u201cnell\u2019interesse della Nazione\u201d, Il Codice civile consentiva questa iniziativa,. Il crac Sindona aveva procurato un buco all\u2019Italia di oltre 2mila miliardi di lire, buco coperto da un prestito tedesco garantito con l\u2019oro della Banca d\u2019Italia. La manovra non pass\u00f2. L\u2019insolvenza fu confermata. Gli avvocati di Sindona cercarono di mettermi in cattiva luce con il mio amministratore, Gaetano Greco Naccarato, calabrese di Castrovillari, milanese da 50 anni, che avevo conosciuto nei primi anni 60 e che mi aveva presentato a Emilio Granzotto per una assunzione a \u201cOggi\u201d, che da settimanale doveva diventare quotidiano. Era il febbraio del 1962. Il vecchio editore Angelo Rizzoli rinunci\u00f2 poi al progetto. Greco Naccarato con affetto mi disse che nella polemica avevo forse esagerato in intransigenza. Risposi che \u201cIl Giorno\u201d viveva con i quattrini degli italiani, che il Parlamento ogni anno dava all\u2019Eni, il nostro editore, sotto forma di fondi di dotazione. Stavo con la Repubblica e con i carabinieri. Una risposta la mia un po\u2019 secca. Che gel\u00f2 don Gaetano, persona specchiatissima e riflessiva.<strong> Allora ero il membro pi\u00f9 influente del Cdr. Portavo avanti una linea che puntava a far rimanere \u201cIl Giorno\u201d nell\u2019area pubblica. La contrapposizione Eni-Confindustria era stata archiviata. Quella linea era perdente. L\u2019Eni non ci dava i mezzi per far concorrenza al Corriere della Sera. E cominci\u00f2 il declino del Giorno, determinato anche dall\u2019uscita del Giornale di Montanelli e dalla Repubblica di Scalfari. Quando ho capito come stavano le cose, ho accettato l\u2019offerta di Gianni Locatelli, direttore del Sole 24 Ore\u201d. Era il novembre 1983. \u201cCronista minacciato da Luciano Liggio\u201d Un altro episodio, che mi ha sconvolto risale all\u2019epoca del processo a Luciano Liggio, il capomafia che aveva organizzato diversi sequestri di persona (Torielli, Montelera) nel Nord Italia. A una domanda del presidente del Tribunale, Salvini, Liggio rispose che quei particolari le aveva scritte \u201cil segretario del Pm\u201d e mi indic\u00f2 con il dito. In quel momento era a fianco del pm, Giovanni Caizzi. Il processo fu interrotto per un po\u2019 di ore. La vicenda ebbe una larga eco sui Tg e nei giornali (\u201cCronista minacciato da Liggio\u201d). Qualche giorno prima mi era stata rubata l\u2019auto, una Giulia 1300, nel garage di casa, poi un nostro tipografo era stato bloccato in una via di Trezzano e un tizio dal forte accento siciliano gli aveva detto: \u201cDite ad Abruzzo che gli spezziamo le gambe\u201d. Risultato: fui allontanato dal Palazzo di Giustizia per ragioni di sicurezza per un periodo di tre mesi. Insomma la mia tra terrrorismo e mafia era diventata una vita pericolosa. Nell\u2019aula del processo Liggio, dopo il furto dell\u2019auto, Nello Pernice, spalla di Liggio, sorrideva e faceva battute indicandomi: \u201cCerto, senza auto, \u00e8 duro andare in giro\u201d. Anche don Coppola sorrideva, mi puntava gli occhi e diceva: \u201cSono pulito come l\u2019acqua della Sila\u201d. Lo avevo battezzato: \u201cIl parroco della mafia\u201d. Le tue battaglie pi\u00f9 importanti per la difesa dei giornalisti e del diritto all\u2019informazione durante i 18 anni di presidenza dell\u2019Ordine lombardo (compresi i ricordi anche umani pi\u00f9 significativi).&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La scommessa \u00e8 il giornalismo indipendente: pu\u00f2 ritrovare cittadinanza in Italia?<\/strong> L\u2019alternativa pessima \u00e8 il giornalismo schierato con i poteri della politica e dell\u2019economia. In sostanza la libert\u00e0 di informazione non \u00e8 una variabile dipendente del mercato, ma \u00e8 un principio e un diritto fondamentale della Costituzione repubblicana, che va sopraordinata alla propriet\u00e0 dei giornali.<strong> I giornali non sono veicoli di pubblicit\u00e0 spacciata per notizia E\u2019 necessario che i giornalisti si stringano attorno ai valori fondamentali della Costituzione, i valori di libert\u00e0, di dignit\u00e0 della persona, di giustizia, di solidariet\u00e0, di uguaglianza, di libert\u00e0 di manifestazione del p<\/strong><span style=\"font-size: 12px; line-height: 1;\"><strong>ensiero (che si sostanzia nell\u2019esercizio libero e senza censure del diritto \u201cinsopprimibile\u201d di cronaca, di informazione e di critica \u201climitato dall\u2019osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalit\u00e0 altrui\u201d). La legalit\u00e0 deontologica \u00e8 un valore da difendere contro chi pensa di ridurre i giornali a meri veicoli di pubblicit\u00e0 spacciata per notizia, di gossip, di foto raccapriccianti e\/o impressionanti, di articoli elaborati incollando le agenzie di stampa. I giornalisti devono affermare e far valere il loro ruolo di mediatori intellettuali tra i fatti e i cittadini, non disposti a far battaglie per conto terzi (gli editori, gli azionisti e gli investitori pubblicitari). Le inchieste sui problemi sociali ed economici devono tornare nei giornali. Non \u00e8 possibile che i giornali \u201cbuchino\u201d sistematicamente i grandi scandali economico\/finanziari e che gli stessi emergano soltanto dai Palazzi di Giustizia: all\u2019informazione, invece, spetta anticipare i fatti. Oggi prevale la prudenza soprattutto per non scontentare gli azionisti. E\u2019 pi\u00f9 opportuno giocare di rimessa, aspettando che le notizie escano dai Palazzi di Giustizia. Il conformismo spesso \u00e8 una realt\u00e0 amara.<\/strong> La Costituzione in difesa della libert\u00e0 di stampa La Costituzione rimane l\u2019unico baluardo a difesa della libera stampa contro l\u2019arroganza degli editori, che dal 2005 al 2009 hanno negato il rinnovo del contratto di lavoro e trattano da paria i freelance e i collaboratori. La libert\u00e0 di impresa non significa: a) concepire il mercato come un pollaio dove le volpi (=gli editori) possono fare quel che vogliono; b) stravolgere il lavoro intellettuale del giornalista con la sua utilizzazione contemporanea nelle redazioni (anche web) di quotidiani e periodici nonch\u00e9 nei telegiornali e nei radiogiornali. Va salvaguardata la specificit\u00e0 culturale e la professionalit\u00e0 di ogni giornalista. Deve vincere l\u2019Europa in tema di accesso alla professione, collegata strettamente all\u2019Universit\u00e0 e svincolata dal potere degli editori di \u201cfare\u201d i giornalisti. L\u2019accesso deve essere esclusivamente affidato ai master universitari biennali riconosciuti dall\u2019Ordine. \u201cBanchieri gi\u00f9 le mani dai giornali\u201d Va avviato un grande dibattito in ogni parte della Nazione sui condizionamenti delle banche e della pubblicit\u00e0 nella vita dei giornali di carta, tv, radiofonici e web con l\u2019obiettivo di proporre al Parlamento una organica riforma dell\u2019editoria che faccia prevalere il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini all\u2019informazione sulle azioni dei proprietari dei giornali stessi. Gli slogan di questa battaglia altamente civile sono questi: \u201cBanchieri, gi\u00f9 le mani dai giornali\u201d e \u201cLa pubblicit\u00e0 stia al suo posto e non sostituisca l\u2019informazione\u201d. Sviluppare una intensa campagna nei luoghi di lavoro, perch\u00e9 siano respinte certe offerte indebite di favori da parte di pr e aziende. <strong>Gli uffici marketing non devono interferire con il lavoro dei direttori e delle redazioni; Difendere il ruolo degli inviati speciali Un altro capitolo importante \u00e8 la difesa del ruolo degli inviati speciali, cancellati come qualifica dal Contratto del 2001 per un errore imperdonabile della Fnsi. Attraverso la figura dell\u2019inviato, i giornalisti devono difendere la specificit\u00e0 e l\u2019originalit\u00e0 di ogni giornale inteso come opera collettiva dell\u2019ingegno. No ai giornali copia e incolla, s\u00ec ai giornali costruiti dai giornalisti, che devono tornare a parlare con la gente nelle citt\u00e0 e nei paesi della Penisola. S\u00ec ai cronisti, che battono i marciapiedi e consumano le scarpe alla ricerca di notizie. E\u2019 da condannare la scelta degli editori di utilizzare le tecnologie informatiche come taglio dei costi. Bisogna chiedere organici delle cronache adeguati alla realt\u00e0 complessa delle nostre citt\u00e0 e dei nostri borghi nonch\u00e9 della nostra realt\u00e0 sociale\/economica e della nostra vita civile. Le inchieste sono state sostanzialmente abolite almeno negli ultimi 15 anni. Dobbiamo tornare a fare inchieste, che facciano male a qualcuno, soprattutto ai poteri forti (banche, grande industria, assicurazioni, mondo politico).<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I Palazzi non sono luoghi inviolabili!<\/strong> Questo discorso vale per il Nord e il Sud. <strong>A Catania \u00e8 accaduto che il giornale locale abbia pubblicato una lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del boss Nitto, vincolato al regime del 41\/bis, senza dire nulla sul \u201cchi \u00e8\u201d. Una caduta deontologica fortissima. Nelle nostre scuole di giornalismo, mi capita spesso di rispondere alla domanda: \u201cChe si intende per giornalismo?\u201d. La risposta \u00e8 \u201cinformazione critica legata all\u2019attualit\u00e0\u201c. Se l\u2019articolo 2 della legge 69\/1963 sancisce il \u201cdiritto insopprimibile dei giornalisti alla libert\u00e0 di informazione e di critica\u201d, nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L\u2019obiettivit\u00e0 non significa neutralit\u00e0: il giornalista \u00e8 un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto \u00e8 tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti. Nel caso specifico, quindi, era preciso dovere del quotidiano dire chi fosse il mittente della missiva. Non si poteva non riflettere su questa circostanza: Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell\u2019assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una \u201cpersona normale\u201d, un \u201cuomo qualunque\u201d.<\/strong> Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de \u201cLa Sicilia\u201d di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema \u00e8 un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell\u2019estensore della lettera. Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunit\u00e0 nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano \u00e8 venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonch\u00e9 protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: \u201cChi \u00e8?\u201d. Ho spiegato indirettamente la crisi odierna dei giornali: i giornali sono i cani di guardia dei poteri. Il guaio \u00e8 che la gente li avverte come incorporati nei poteri e non come controllori degli stessi. E\u2019 esplosa cos\u00ec la disaffezione. E le vendite sono crollate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tuo profilo umano e \u201ccalabrese\u201d: <\/strong>Sono andato via dalla Calabria con una Fiat 600 Posso dire che sono andato via dalla Calabria in Fiat 600, appena comprata a rate (ovviamente). Mi sono fermato a Campotenese, al confine praticamente tra Calabria e Basilicata e quella sera ho riflettuto moto sulle pagine lette con avidit\u00e0 di Giustino Fortunato. L\u2019emigrazione \u00e8 un destino delle genti del Sud. La mia Calabria poi era ed \u00e8, purtroppo, l\u2019osso del Sud. Il mio pensiero and\u00f2 ai miei maestri del Liceo, soprattutto ad Angelo Mancuso, che insegnava storia con un metodo moderno, spiegando le idee-forza che avevano animato la societ\u00e0 europea nel 600\/700 e nell\u2019800 risorgimentale per tanti popoli oppressi da secoli. Non potevo dimenticare donna Raffaella Barca, la mia maestra di I e II elementare, che mi aveva accolto, piccino, a casa sua, insegnandomi a scrivere a meno di 4 anni, eravamo nel 1943, con i tedeschi della divisione Goering in casa. Della guerra conservo ricordi brutti, la mia scuola occupata dagli sfollati nel secondo piano, le aule senza vetri o quasi, i cappotti ricavati dalla coperte americane, le gallette americane dal sapore forte. E poi le ore trascorse in oratorio con don Alfonso Sammarco, le ore trascorse alla biblioteca comunale in piazza Prefettura, la morte di mia madre quando avevo 16 anni. I calabresi in Lombardia: viaggio di sola andata \u201cI calabresi in Lombardia\u201d. Potrebbe essere il titolo di un libro dedicato a una storia lunga almeno cinquant\u2019anni. Da quando i calabresi, abbandonate le vie delle Americhe e dell\u2019Europa continentale, hanno preferito orientarsi verso il Nord dell\u2019Italia. Prima i contadini, poi i figli dei ceti medi, poi gli intellettuali. E\u2019 stato un viaggio senza ritorno, di sola andata. Racconto la mia vicenda, perch\u00e9 \u00e8 emblematica. La vicenda di un ex studente liceale (\u201dLiceo Telesio\u201d di Cosenza) e precoce lettore de \u201cIl Giorno\u201d di Milano, il quotidiano pi\u00f9 moderno dell\u2019Italia di met\u00e0 degli Anni 50, ma gi\u00e0 con la vocazione del giornalista nella testa. Era \u201cIl Giorno\u201d di Enrico Mattei e di Gaetano Baldacci (e poi dal \u201960 di Italo Pietra al quale mi toccher\u00e0, nel \u201966, ricordare di essere un calabrese dalla testa di acciaio e di avere fiducia nella provvidenza di fronte al suo diniego del praticantato). E si sa che i calabresi hanno la testa dura, sanno anche sognare e qualcuno si scopre con gli anni anche oppositore sociale. Il professore di storia era martellante nelle sue tesi: \u201cRagazzi, Milano ha fatto l\u2019Italia. Se doveste decidere di andare via, puntate su Milano e basta. Milano vi render\u00e0 liberi\u201d. E cos\u00ec \u00e8 stato. In effetti Milano ha deciso nel bene e nel male dal \u2018700 ad oggi tutte le svolte nazionali, dall\u2019Illuminismo al Risorgimento, alla Grande Guerra, al Fascismo, alla Resistenza, al Centrosinistra, da Tangentopoli alla Lega Nord e a Forza Italia. Il sindacato operaio, come il movimento socialista, \u00e8 nato da queste parti. Lo stesso discorso riguarda i giornali. Da \u201cIl Secolo\u201d al \u201cCorriere della Sera\u201d, da \u201cIl Giorno\u201d al \u201cGiornale\u201d di Indro Montanelli, a \u201cLibero\u201d di Vittorio Feltri. Qui sono le grandi case editrici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Emigrare?<\/strong> \u201cUn\u2019opzione obbligatoria per realizzare un sogno\u201d Non sono stato il solo, tra i miei coetanei calabresi, a sognare di lavorare come giornalista a Milano. Posso citare Gino Morrone e Salvatore Scarpino (Cesare Lanza aveva bruciato tutti, ma verso Genova). Posso dire che mi \u00e8 andata bene. Ho lavorato a \u201cIl Giorno\u201d (quotidiano sognato) di Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi e poi a \u201cIl Sole 24 Ore\u201d di Gianni Locatelli, Salvatore Carrubba ed Ernesto Auci. Mi ha assunto Eugenio Scalfari a \u201cRepubblica\u201d: era il luglio 1975, ma poi ho preferito rimanere dov\u2019ero. Quando sono sbarcato a Milano nel \u201962, avevo alle spalle le esperienze giornalistiche calabresi, tre anni circa di cronaca nera\/giudiziaria, bianca e sport, una esperienza modesta, che era, per\u00f2, una scelta definitiva. Verso quel \u201cmestiere\u201d mi aveva spinto inconsapevolmente mio padre, che, lavorando alle Poste, mi procurava diversi giornali ogni giorno. Leggevo tutto avidamente. In verit\u00e0 c\u2019era stata un\u2019altra modesta esperienza al \u201cTelesio\u201d, dove, con alcuni coetanei, avevamo pubblicato due o tre numeri di un giornaletto scolastico. Cosenza, allora, offriva pochissimo sotto il profilo occupazionale. Emigrare era una opzione obbligatoria per realizzare un sogno. Potevo ritenermi fortunato perch\u00e9 la meta era italiana, Milano, mentre mio nonno materno, nel 1906, aveva cercato fortuna a Filadelfia, mentre altri parenti avevano preferito chi l\u2019Argentina chi il Brasile. L\u2019unit\u00e0 del Paese \u00e8 forte Il clima nel vecchio \u201cGiorno\u201d non era avvelenato, anzi. Si scherzava sui terroni e sui polentoni. Giovanissimo, ero preso di mira per il mio accento calabrese forte, dicevo che era una eredit\u00e0 greca. Ed era vero. Riuscivo a far sorridere i colleghi raccontando che ero un \u201clongobardo del sud tornato a casa\u201d. Non tutti erano al corrente che Cosenza era stato il pi\u00f9 meridionale dei ducati longobardi, e che sulla costa tirrenica c\u2019\u00e8 un paese che si chiama \u201cLongobardi\u201d e che dietro Vibo c\u2019\u00e8 una vallata dei longobardi. I lombardi avrebbero scoperto i cugini terroni solo con il terremoto dell\u2019Irpinia, terra di paesi longobardi (o lombardi). Sotto una chiesa vennero trovate diverse croci longobarde d\u2019oro simili a quelle rinvenute a Trezzo sull\u2019Adda. L\u2019unit\u00e0 del paese \u00e8 forte. Chiamato in Lomellina a presentare un libro sui campanili di quella terra, esordii dicendo che mi ricordavano molto i miei campanili calabresi. C\u2019\u00e8 anche in Lomellina una abbazia cistercense, che ha una facciata simile a quella della Sambucina in territorio di Luzzi. Il pubblico (per lo pi\u00f9 leghista) sulle prime non grad\u00ec molto gli accostamenti, ma alla fine applaud\u00ec. Parlo di me per raccontare una storia lieta, ma tanti e tanti miei compagni dalle elementari al liceo all\u2019Universit\u00e0 hanno trovato a Milano e dintorni accoglienza e fortuna nelle libere professioni, nel pubblico impiego, nelle aziende private, nell\u2019insegnamento universitario. Raccontando vicende personali sto tessendo le lodi di Milano, di questa metropoli civile ed europea, che non volta le spalle a nessuno (non \u00e8 retorica, credetemi). I calabresi hanno contribuito a rendere grande Milano Indro Montanelli tanti anni fa ha raccontato la storia di Milano, parlando dei diversi popoli, gli emigranti dei secoli bui, che vi avevano trovato ospitalit\u00e0, concorrendo al suo sviluppo e arricchendo il dialetto. Milano ha consentito a tanti e tanti di integrarsi e di formare una societ\u00e0 rispettosa dei valori della persona. Anche i calabresi hanno contribuito a rendere pi\u00f9 grande Milano con le loro capacit\u00e0 intellettuali, con la loro fantasia, con la loro tenacia di teste dure. C\u2019\u00e8 bisogno di teste dure, che non si arrendano mai di fronte alle difficolt\u00e0 del momento, quando sono di scena crisi e rallentamenti nella crescita economica. Ognuno di noi ha una sua storia alle spalle, una terra, un carattere. E\u2019 indubbio che i miei primi 22 anni in terra di Calabria sono stati decisivi sotto tutti gli aspetti umani e civili (penso al lavoro svolto per \u201cIl Tempo\u201d, \u201cIl Giornale d\u2019Italia\u201d, \u201cGazzetta del Sud\u201d, \u201cItaliasud\u201d, \u201cTuttosport\u201d e \u201cTribuna del Mezzogiorno\u201d). Anche la mia coscienza italiana ha profonde radici calabresi e cosentine in particolare. Il Vallone di Rovito, alle porte di Cosenza, conserva il ricordo amaro di un fatto che ha scosso le coscienze degli italiani del 1844 con la tragedia dei Fratelli Bandiera, venuti a morire nell\u2019estremo Sud, con altri giovani calabresi, per una Patria in cammino, che ancora non c\u2019era se non nella testa e nel cuore di Giuseppe Mazzini. Da bambino, \u2013 frequentavo le elementari dello Spirito Santo -, ci portavano ogni anno nel Vallone di Rovito. La mia coscienza nazionale si \u00e8 formato in nuce in quel Vallone. L\u2019emozione che provavo allora, bambino, non mi ha mai abbandonato. Gioacchino da Fiore e la visione della storia sempre in movimento Abate Gioacchino da Fiore. Come non riflettere sul contributo poderoso che la Calabria ha offerto allo sviluppo del pensiero umano e della religiosit\u00e0 cristiana: Gioacchino da Fiore con la visione della storia sempre in movimento; Bernardino Telesio, il primo degli \u201cuomini nuovi\u201d, che abitu\u00f2 i pensatori e filosofi a guardare verso terra al posto del cielo, alla realt\u00e0 delle \u201ccose\u201d; Francesco di Paola, che, in pieno Rinascimento, predicava il Vangelo e la povert\u00e0; Tommaso Campanella, che, fedele al suo pensiero, trascorse 30 anni nelle carceri spagnole di Napoli e che regal\u00f2 al mondo il sogno di una \u201cCitt\u00e0 del sole\u201d. Ecco in Calabria alligna una strana ma piccola stirpe di oppositori sociali, che hanno proprio in Gioacchino da Fiore, Telesio, Francesco di Paola e Campanella simboli esaltanti e vati dotati di spirito profetico. Quando c\u2019\u00e8 da dire qualche \u201cno\u201d \u00e8 facile imbattersi in alcuni calabresi, portati, come ha scritto Corrado Alvaro, a non accettare mediazioni, ma a schierarsi per il bene o per il male, da una parte o dall\u2019altra. I calabresi non conoscono la via del Purgatorio. Amano volare nei cieli azzurri del Paradiso oppure bruciare tra le fiamme dell\u2019Inferno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ricordi e rimpianti: cosa non faresti pi\u00f9 se potessi ricominciare, per esempio: resteresti in Calabria?. C<\/strong><span style=\"font-size: 12px; line-height: 1;\"><strong>osa consigli ai giovani in generale e ai giovani calabresi per affermarsi e segnatamente per affermarsi nel mondo dell\u2019informazione e della comunicazione?<\/strong> La telefonata di Giacomo Mancini, ma il mio destino era ormai Milano\u2026 Io devo far riferimento alla realt\u00e0 della Calabria del decennio 1950\/1960. Il decennio della grande fuga verso il triangolo industriale Milano\/Torino\/Genova. Non scappavano soltanto i contadini, ma anche gli studenti. Gli studenti cosentini per completare gli studi universitari si trasferivano a Messina, Bari, Napoli, Roma, Pisa, Firenze, Bologna, Pavia, Milano, Padova. In Calabria non c\u2019era lavoro e non c\u2019era una universit\u00e0. Io sono figlio di quella stagione. Studente a Roma, poi capisco che Milano \u00e8 la capitale dell\u2019editoria e che bisogna andarsene. Guadagnavo allora da 15 a 30mila lire al mese e le prospettive erano nere. Non c\u2019erano quotidiani in Calabria. Nel 1975 ricevo un affettuosa telefonata di Giacomo Mancini, che mi invita a lavorare al \u201cGiornale di Calabria\u201d,. Lo ringrazio e spiego che ormai il mio destino professionale \u00e8 legato a Milano. Milano mi ha conquistato e non sono capace di distaccarmi. Dovevo fare i conti anche con mia moglie Diana, veneta-francese, che non voleva saperne di trasferirsi in Calabria. <strong>Anche oggi non resterei in Calabria. Lo dico con franchezza. Milano offre opportunit\u00e0, che nella mia terra non esistono. Mi sento italiano e casa mia a Milano, come a Cosenza. Questa nostra Nazione \u00e8 stata costruita dai nostri nonni, dagli emigranti con le rimesse e dai combattenti, 6 milioni di uomini su 35 milioni di abitanti, che sul Piave hanno forgiato l\u2019unit\u00e0 vera della nostra Patria, soffrendo fianco a fianco, per 41 mesi terribili. A Milano e in Lombardia non mi sono mai sentito estraneo o diverso.<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Qual \u00e8 il mio messaggio ai giovani calabresi?<\/strong> I confini italiani sono angusti. Siamo europei. Le opportunit\u00e0 vanno cercate in tutta Europa, nei 27 Stati che formano la Ue. Bisogna darsi una forte preparazione culturale, scientifica, economia, finanziaria, padroneggiate altre due lingue (inglese e tedesco o francese). Quando guardo una foto ingiallita della V elementare dello Spirito Santo, vedo il direttore didattico Rocca il mio insegnante Domenico Anselmo. Fra di noi c\u2019\u00e8 Gianfranco Rocca, nipote del direttore, che conosceva da piccolo un paio di lingue. Gianfranco dopo la laurea si \u00e8 trasferito a Bruxelles ed \u00e8 diventato direttore generale della concorrenza. Gi\u00e0, conosceva le lingue. Un anticipatore. Indico Gianfranco come modello da seguire. Il giornalismo di carta ed Internet.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giornalismo ed universit\u00e0. La tua opinione su questi due temi.<\/strong> Il giornalismo di carta non morir\u00e0, diventer\u00e0 un giornalismo di nicchia, ma resister\u00e0 ad internet, come ha resistito alla radio e alla televisione. Le tecnologie (penso a una \u201cmacchina\u201d che unifichi cellulare e cinepresa) consentono a tutti di trovare una notizia, di raccontarla e di documentarla con le immagini. A questo punto serviranno i giornalisti professionisti, capaci di capire quello che c\u2019\u00e8 dietro la notizia, di superare radio, tv e internet, dando le interpretazioni e le letture complesse del fatto. Ai giornalisti occorre una forte preparazione interdisciplinare Negli ultimi 20 anni, dalla presidenza dell\u2019Ordine di Milano, ha combattuto la battaglia diretta ad agganciare formazione giornalistica e universit\u00e0. La laurea del luglio 2007 c\u2019\u00e8 grazie al ministro Cesare Salvi. Bisogna che diventi l\u2019unica via di accesso. Il messaggio \u00e8 chiaro: bisogna alzare la testa e far capire a tutti che i giornali sono fatti dai giornalisti anche nelle parti pi\u00f9 alte, il commento e le analisi, mentre oggi queste parti sono appaltate a docenti universitari e ambasciatori. Per riappropriarsi della polpa dei giornali, bisogna avere le carte in regole. Una forte preparazione interdisciplinare. O si imbocca questa via o siamo destinati al piccolo cabotaggio. <strong>Auguri maestro, da te abbiamo tanto da imparare.&nbsp;<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>COSENZA &#8211; Mezzo secolo tra le notizie. 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