{"id":92800,"date":"2018-05-09T12:03:02","date_gmt":"2018-05-09T10:03:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.quicosenza.it\/news\/senza-categoria\/parte-per-curarsi-torturato-in-libia-arriva-in-calabria-e-muore-tra-atroci-dolori\/"},"modified":"2023-01-16T18:53:07","modified_gmt":"2023-01-16T17:53:07","slug":"215600-parte-per-curarsi-torturato-in-libia-arriva-in-calabria-e-muore-tra-atroci-dolori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quicosenza.it\/news\/215600-parte-per-curarsi-torturato-in-libia-arriva-in-calabria-e-muore-tra-atroci-dolori\/","title":{"rendered":"Parte per curarsi: torturato in Libia arriva in Calabria e muore tra atroci dolori"},"content":{"rendered":"<h4>La straziante storia di Mamadou affetto da colangiocarcinoma, curato\u00a0curato con una bustina di Oki. L&#8217;orrore delle sevizie nei carceri libici raccontate dai migranti<\/h4>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>REGGIO CALABRIA\u00a0&#8211; C\u2019\u00e8 un piccolo cimitero, a pochi chilometri da Reggio Calabria, il cimitero di Armo. &#8220;Tra lapidi di migranti sbarcati in Italia, avvolti dentro a sacchi neri, in mezzo a croci senza nome e senza data, ce n\u2019\u00e8 una che porta il nome di Mamadou Kone. <strong>Mamadou aveva 20 anni. Era partito dalla Costa d\u2019Avorio per curarsi in Europa.<\/strong> Quando aveva cominciato a stare male, &#8211; raccontano gli attivisti della Campagna LasciateCIEntrare &#8211; sua sorella e i suoi parenti lo avevano convinto a intraprendere il \u201cviaggio per la vita\u201d, quello che dal suo paese lo aveva costretto a soggiornare in Libia prima di imbarcarsi per la terra promessa. Appena giunto a Tripoli era stato arrestato dai temibili asma boys, uno dei gruppi armati pi\u00f9 feroci in Libia, quelli che infliggono violenze continue all\u2019interno degli speciali centri di reclusione, da sempre conniventi con i militari libici. In carcere era rimasto all\u2019incirca un anno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>L&#8217;ORRORE IN CARCERE<\/h3>\n<p><strong>\u201cQuando \u00e8 entrato in prigione era ancora forte e muscoloso, ma dopo 5 mesi non riusciva pi\u00f9 a stare in piedi\u201d<\/strong>, ricorda il suo compagno di cella, triste testimone delle sevizie inferte a Mamadou, le stesse subite anche da lui. Racconta di quella volta in cui legarono Mamadou a testa in gi\u00f9 a una trave di legno e con i cavi elettrici cominciarono a torturarlo sui genitali. Il <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-215610 alignleft\" src=\"https:\/\/quicosenza.it\/news\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/migranti-libia-419x280.jpg\" alt=\"migranti-libia\" width=\"419\" height=\"280\" title=\"\">posizionamento a testa in gi\u00f9, in questo tipo di tortura, non \u00e8 casuale: gli organi si comprimono verso le scapole, il sangue scorre verso il cervello amplificando il dolore, ogni secondo dura un\u2019eternit\u00e0, ogni attimo \u00e8 una pillola di inferno nei sotterranei umidi e bui delle prigioni. Mamadou, ogni giorno pi\u00f9 sofferente, resisteva alle sevizie dei carcerieri, mentre all\u2019interno del suo corpo un male oscuro attecchiva ai suoi organi e lo divorava dall\u2019interno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019inferno dentro e l\u2019inferno fuori. <strong>Intorno era odore di muffa, di urina e di feci, di sangue fresco e di ferite infette.<\/strong> Intorno erano ombre che si muovevano ondeggianti, fantasmi vacillanti, corpi nudi e sanguinanti abbandonati sul lastricato; corpi freddi, ormai cadaveri, da buttare via. Intorno erano urla terrificanti, soprattutto durante la notte. Quelle delle donne, nella cella vicina, stuprate dai branchi in mimetica. Quelle dei prigionieri appesi a un gancio come carne da macello. Intorno era il rumore dello schiocco delle fruste che colpiscono la carne, suoni che fanno accartocciare i muscoli e i nervi, un dolore che percorre il corpo arrivando al cervello. \u201cIn carcere si entra con gli occhi nelle tasche\u201d, ci raccontava qualche tempo fa un ragazzo sopravvissuto alle sevizie e alla tortura in Libia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cL\u2019orrore ti impedisce di guardare, di pensare, di muoverti in maniera razionale. Il tuo corpo comincia a tremare, ogni suono provoca un sussulto. <strong>Non sai quando n\u00e9 da quale direzione il colpo arriver\u00e0, dove ti far\u00e0 pi\u00f9 male, da quale parte del tuo corpo il sangue sgorgher\u00e0<\/strong>. Non sai se uscirai vivo dalla voragine infernale nella quale sei stato scagliato, n\u00e9 ad un certo momento vuoi pi\u00f9 saperlo. Tutto quello che vorresti fare \u00e8 dormire, far cessare i tormenti, chiudere gli occhi e non sentire pi\u00f9 le grida n\u00e9 i suoni soffocati. Al risveglio, per\u00f2 \u00e8 tutto immutato: gli scudisci, le scosse elettriche, le bruciature sulla pelle, le percosse sulla testa, le carni lacerate come vestiti strappati. E muori ancora, cento e mille volte\u201d. Quando Mamadou aveva cominciato a stare male e i carcerieri avevano capito che non avrebbero potuto rivenderlo come schiavo ai libici che partecipano alle aste, avevano deciso di ammazzarlo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>IL VIAGGIO E LA MORTE IN CALABRIA<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-215602 alignright\" src=\"https:\/\/quicosenza.it\/news\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/ahmadou-281x280.jpg\" alt=\"ahmadou\" width=\"281\" height=\"280\" title=\"\"><\/h3>\n<p>A quel punto, era intervenuto uno zio il quale aveva preteso che Mamadou venisse portato in ospedale, pagando una quota del riscatto. <strong>I medici libici avevano aperto il suo addome, verificato la gravit\u00e0 della malattia e ricucito in maniera grossolana il tutto.<\/strong> Non c\u2019erano abbastanza soldi per pagare il costo di tale intervento, e poi, quanto vale in Libia la vita di un africano nero infermo e denutrito, infruttuoso e inservibile come schiavo? Dall\u2019ospedale i suoi aguzzini lo avevano riportato in cella, in attesa che lo zio pagasse il resto del riscatto per la sua liberazione. Dalla prigione, una volta saldato il debito, era stato portato sul gommone stracarico in fuga dall\u2019orrore. Il \u201cviaggio per la vita\u201d era iniziato, tra vomito, escrementi e puzza di carburante, tra il pianto disperato dei bambini e i piedi ustionati dalla benzina. Tra le onde alte di un mare in tempesta e le preghiere disperate. Tra mani che sbracciavano nell\u2019acqua gelida del mare in inverno e corpi annaspanti.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nMamadou era giunto in Italia nella notte del 25 febbraio 2017, in gravissime condizioni di salute. Il taglio infetto e ancora fresco sull\u2019addome e il fisico provato dalla lunga prigionia e da quel male incurabile che rispondeva al nome di colangiocarcinoma. I medici presenti allo sbarco, ci aveva raccontato Mamadou, avevano disposto il suo trasferimento in Ospedale ma, per qualche oscuro motivo, la Prefettura di Vibo Valentia aveva ordinato di portarlo all\u2019interno del Centro di Accoglienza Straordinaria \u201cSant\u2019Irene\u201d di Briatico, gestito dall\u2019Associazione Monteleone. <strong>Dal letto assegnatogli all\u2019ingresso nel centro, non si era pi\u00f9 mosso, Mamadou. Era rimasto per lunghi mesi immobile e sofferente a implorare, assieme agli altri migranti presenti nel centro, l\u2019intervento di un medico.<\/strong> Solo dopo ripetute e pressanti richieste il medico era arrivato, ma gli aveva somministrato lo stesso tipo di farmaco utilizzato per tutti i migranti che lamentavano di stare male, secondo quanto riferitoci da Mamadou e dai suoi compagni di centro: una bustina di Oki, la panacea di tutti i mali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Solo in seguito a una protesta particolarmente intensa, gli operatori erano stati costretti a portare Mamadou presso l\u2019Ospedale di Tropea, nel mese di giugno. Da Tropea, dopo avere constatato la gravit\u00e0 della malattia e il diffondersi di metastasi a tutti gli organi, i medici avevano disposto il trasferimento presso l\u2019Ospedale Metropolitano \u201cBianchi Melacrino Morelli\u201d di Reggio Calabria e da l\u00ec, qualche tempo dopo, lo spostamento presso l\u2019Ospedale Civile l\u2019Annunziata di Cosenza, nel mese di luglio.<strong> Mamadou inizia i trattamenti chemioterapici, si sforzava di mangiare solo per cortesia verso di noi poi, &#8211; ricordano gli attivisti di LasciateCIEntrare &#8211; subito dopo vomitava tutto.<\/strong> Mamadou, piccolo ammasso di ossa tremanti e occhi neri come l\u2019abisso. Mamadou, sorriso triste, brividi di freddo quando fuori c\u2019erano 40\u00b0 e la triste litania quando gli spasmi erano particolarmente lancinanti. Mamadou, venuto a morire in Italia a settembre si \u00e8 <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-215612 alignleft\" src=\"https:\/\/quicosenza.it\/news\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/arton22455-440x280.jpg\" alt=\"arton22455\" width=\"440\" height=\"280\" title=\"\">spento all\u2019interno di un Hospice a Reggio Calabria.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\">LA PREFETTURA COMMISSARIA IL CENTO UN CUI ERA OSPITE MAMADOU<\/h3>\n<p style=\"text-align: left;\">A un mese dalla sua morte, il 17 ottobre 2017, la Prefettura di Vibo Valentia, di concerto con il Viminale e con l\u2019Anac, emanava un provvedimento di commissariamento nei confronti del centro di accoglienza nel quale Mamadou era stato abbandonato al suo destino.<strong> Il provvedimento traeva origine da una interdittiva antimafia nei confronti delle due cooperative che gestivano i centri di accoglienza di Briatico: Monteleone Servizi e Monteleone 3.0 Protezione Civile<\/strong>. Il 22 Dicembre 2017, 3 attivisti della Campagna LasciateCIEntrare, rappresentati dall\u2019avvocato Santino Piccoli del Foro di Lamezia Terme, presentavano un esposto alla Procura di Vibo Valentia, volta ad accertare eventuali profili di illiceit\u00e0 penale e individuare possibili soggetti responsabili al fine di procedere nei loro confronti. Nel mese di gennaio ci recavamo a Briatico con l\u2019intenzione di monitorare la situazione relativa ai due centri di accoglienza gestiti dalla Cooperativa Monteleone.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Molti dei migranti presenti all\u2019interno dei centri erano stati trasferiti qualche settimana prima all\u2019interno del centro di accoglienza di Nicotera. Gli operatori con i quali ci eravamo fermati a parlare all\u2019esterno ci avevano riferito che, secondo le disposizioni della Prefettura, il centro di accoglienza di Sant\u2019Irene sarebbe presto stato chiuso. Avevamo incontrato alcuni migranti sulla strada statale che porta al centro. <strong>Alcuni, di ritorno dall\u2019Ambulatorio Medico di \u201cEmergency\u201d a Polistena, ci avevano parlato dei disagi all\u2019interno del centro, di servizi inesistenti, quale appunto l\u2019assistenza sanitaria.<\/strong> Intanto, Mamadou riposa nel cimitero di Armo. A ricordarlo, solo i suoi compagni della comunit\u00e0 islamica di Reggio Calabria e una manciata di amici che lo hanno accudito fino al momento in cui si \u00e8 spento, in particolare la sua mamma di adozione. Non si muore davvero fino a quando qualcuno continua a ricordarsi di noi. Per questo motivo vogliamo che la triste e fragile esistenza di Mamadou venga ricordata, che rimanga una traccia del passaggio dei tanti Mamadou torturati, violentati, ignorati, ammazzati dagli sporchi interessi capitalistici di una societ\u00e0 barbara e inumana&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La straziante storia di Mamadou affetto da colangiocarcinoma, curato\u00a0curato con una bustina di Oki. 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