{"id":9599,"date":"2012-12-13T13:42:20","date_gmt":"2012-12-13T12:42:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.quicosenza.it\/news\/?p=9599"},"modified":"2023-01-17T13:42:46","modified_gmt":"2023-01-17T12:42:46","slug":"4256-i-cervelli-calabresi-rispondono-al-telefono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/quicosenza.it\/news\/4256-i-cervelli-calabresi-rispondono-al-telefono\/","title":{"rendered":"I cervelli calabresi? Rispondono al telefono"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>COSENZA &#8211;<\/strong>&nbsp;Le intelligenze calabresi? Rispondono al telefono. E&#8217; drammatico il quadro che esce sull&#8217;effetto call center alle nostre latitudini e longitudini. I cervelli calabresi pluripremiati con il massimo<\/p>\n<p>  <!--more-->  <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">dei voti dalle univerisit\u00e0, cos\u00ec come dai master, o anche dalle scuole di specializzazione, non sono buoni per il mercato del lavoro, o meglio per quello delle professioni, ma, udite udite, sono perfettamente adatti a rispondere al telefono<strong>. C&#8217;\u00e8 una larga fetta di cervelli calabresi che, per sbarcare il lunario ed accedere, seppur dalle finestra, nel mercato del lavoro, accetta di essere impiegato nei call center che nascono e si sviluppano come &#8220;funghi&#8221;, capaci di veicolare i prodotti pi\u00f9 in del momento. I requisiti? Un&#8217;ottima dizione direte voi. Giusto, ma per essere arruolati nei call center, serve anche la conoscenza delle lingue, e mica stiamo parlando di inglese, francesco o spagnolo, non serve anche il tedesco, il finnico, il polacco, l&#8217;uzbeco, il russo e il lappone.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A farci conoscere meglio il fenomeno, qualora noi non ne sapessimo gi\u00e0 abbastanza, c&#8217;hanno pensato i colleghi Carlo Cuccomarino e Francesco Maria Pezzulli, sulle pagine del Manifesto.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall&#8217;indagine fatta emerge che in Calabria ci sono oltre 10.000 addetti al call center, pi\u00f9 della met\u00e0 sono dipendenti, spesso part time al 50%, con un contratto di 20 ore settimanali, inquadrati al secondo o terzo livello del CCNL Telecomunicazioni. Il salario \u00e8 di circa 650 euro. I collaboratori a progetto censiti sono invece quasi 3.000 e guadagnano mediamente, tranne rare eccezioni, intorno ai 400 euro. Il numero degli occupati non \u00e8 \u201ccerto\u201d, ma indicativo, perch\u00e9 il settore ha un alto tasso di tourn over, dovuto soprattutto al sorgere e morire, in breve lasso di tempo, di piccole e medie imprese (ne sono cessate pi\u00f9 di venti, dai 30 ai 100 operatori, negli ultimi tre anni), che vivono con saltuarie commesse di sub appalto, acquisite dopo una gara al massimo ribasso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il Corriere della Sera, per la penna di Federico Fubini, ha definito Catanzaro \u201cla periferia di Bangalore\u201d per l\u2019alta concentrazione di operatori di call center presenti.<\/strong> A conferma dell\u2019usura di certe categorie possiamo, di converso, affermare che Catanzaro \u00e8 il centro, o meglio \u00e8 il cuore, del settore calabrese dei call center. E\u2019 centro rispetto a Cosenza Valley (cosi definita dal management dei call center), dove si de localizza in ragione della presenza di forza lavoro immateriale a prezzi convenienti. Ed \u00e8 centro anche rispetto a Tirana e Bucarest dove sono presenti pi\u00f9 filiali di call center catanzaresi, attratti dal costo del lavoro immateriale ancora pi\u00f9 basso della vicina Cosenza. <strong>Il cuore catanzarese \u00e8 composto da 2-3 imprese (su 9 nel capoluogo) che occupano oltre 5 mila addetti (di cui oltre 1.500 in sedi cosentine). Si tratta di societ\u00e0 per azioni facenti capo a boss politico imprenditoriali del territorio: Abramo (Customer Care s.p.a.), sindaco di catanzarese di destra, che occupa quasi 3 mila operatori subordinati sindacalizzati con un accordo di stabilizzazione; Infocontat s.p.a., con sede legale a Roma e 12 sedi operative in altrettanti paesi calabresi, con un buon portafoglio clienti (Poste, Telecom, Wind, RCS, Mediolanum, eccetera) e mille operatori a Catanzaro (+ 620 a Cosenza<\/strong>). La Telecontact, del gruppo Telecom, che conta 600 operatori dipendenti ma svolge un ruolo strategico in termini di acquisizione di commesse da case madri esterne e poi lavorate o date in sub appalto. La diretta concorrente di questi gruppi, la Phonemedia, \u00e8 fallita di recente dopo aver ricevuto circa 10 milioni di euro di finanziamenti pubblici, lasciando in Cassa integrazione oltre 2 mila operatori, alcuni dei quali ancora oggi non hanno ricevuto alcuna indennit\u00e0. Cosenza, dal canto suo, ha il numero assoluto di imprese pi\u00f9 alto. Ma \u00e8 anche il capoluogo che negli ultimi anni ne ha visto morire di pi\u00f9. <strong>Quelle cosentine sono imprese precarie dei servizi immateriali, che forniscono i grandi gruppi nazionali ai quali sono indissolubilmente legate in termini di commesse, senza per\u00f2 nessun vincolo di rapporto. Come accennavamo Cosenza Valley \u00e8 il contesto regionale dove lo sfruttamento intensivo degli operatori frutta maggiori profitti, in quanto il lavoro immateriale costa meno e le implicazioni giuridiche del rapporto con gli operatori sono quasi inesistenti. Non \u00e8 un caso che la multinazionale Almaviva, sbarcata a Cosenza con il \u201csalvataggio\u201d (acquisto) della milanese Call&amp;Call, chiede la Cassa Integrazione di 632 dipendenti nella sede di Roma e allo stesso tempo prevede un piano di 250 assunzioni nella sede cosentina. Su 2800 collaboratori a progetto presenti nella regione, quasi 2000 lavorano a Cosenza. Reggio Calabria \u00e8 invece un caso a se e pare avere pochi legami con le altre province: sono presenti oltre mille operatori, meno della met\u00e0 collaboratori a progetto; 3 imprese di medie dimensioni (200 \u2013 250 operatori) e 8 piccole imprese (30 \u2013 100 operatori).<\/strong> Le prime hanno sede legale fuori dalla regione, a Milano soprattutto. Si tratta della System House, cresciuta nell\u2019ambito del BIC Calabria; della Call&amp;Call, gi\u00e0 proprietaria di una sede nel Cosentino (oggi Almaviva), che occupa a Locri oltre 260 dipendenti; della Giary group, che ha mandato 58 persone in Cassa Integrazione, per le quali, garantisce il sindacato, \u00e8 previsto a breve il rientro. Ed a definire il quadro c\u2019\u00e8 la ESG, societ\u00e0 romana controllata da Antonio Persici e dalla moglie Mariarosa Rossi (nominata onorevole da Silvio Berlusconi e sua segretaria personale), che dal 2007 al 2010 ha ricevuto dal Comune di Reggio Calabria quasi 5 milioni di euro per il servizio \u201cchiamareggio\u201d, prima gestito da due societ\u00e0 partecipate dal comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il Corriere della Calabria, settimanale regionale, diretto da Paolo Pollichieni, una delle firme pi\u00f9 autorevoli nel panorama giornalistico regionale e nazionale, in uno dei suoi reportage ha battezzato i call center come \u201cla mirafiori calabrese\u201d.<\/strong> Seppur usuale, la definizione calza meglio di quella di Fubini, dal momento che lo sfruttamento degli operatori avviene in buona parte in termini tradizionali. Nuovi soggetti al lavoro e vecchie forme di sfruttamento, cosi potremmo sintetizzare i rapporti interni di un call center, dove gli operatori sono imbrigliati (loggati) in una rete informatica, comandati attraverso procedure simili a quelle della fabbrica taylorista e sfruttati sulla base del tempo come misura del valore lavoro. <strong>La differenza sostanziale con la Mirafiori di un tempo \u00e8 che i call center non producono oggetti materiali, ma vendono servizi ed assistenza, attivit\u00e0 per le quali servono abilit\u00e0 non materiali, qualit\u00e0 che sono acquisite attraverso le esperienze di vita e socializzazione, non sul posto di lavoro.<\/strong> Si tratta di capacit\u00e0 linguistiche, comunicative e relazionali che rappresentano a tutti gli effetti \u201cl\u2019insieme delle facolt\u00e0 umane\u201d e che, in quanto tali, sono inseparabili dal soggetto che le detiene. Sono qualit\u00e0 legate alla riflessivit\u00e0 dei soggetti che tendono a generare nuove conoscenze nell\u2019ambito delle prestazioni lavorative. Nonostante i tentativi aziendali di irregimentare le condotte degli operatori in schemi predefiniti di gestione delle telefonate (script sui comportamenti verbali e non verbali da intrattenere nelle varie fasi dell\u2019interlocuzione) quello dell\u2019operatore di call center \u00e8 un lavoro non standardizzabile, perch\u00e9 attiene alla biologia del soggetto, ai suoi sentimenti ed alla capacit\u00e0 di razionalizzazione, alla versatilit\u00e0 ed alla reattivit\u00e0 che \u00e8 in grado di esprimere, ai saperi che riesce a funzionalizzare e comunicare, eccetera. In una parola: \u00e8 un lavoro bioeconomico, che per essere produttivo deve essere in grado di sviluppare reti di relazioni: empatiche, con i clienti; cooperative, con gli altri operatori. Lo sfruttamento nei call center \u00e8 emblematico del capitalismo cognitivo, dove la separazione del lavoratore dal mezzo di lavoro non pu\u00f2 verificarsi in nessun modo e la prestazione lavorativa, di fatto, \u00e8 quasi completamente interiorizzata. &nbsp;L\u2019organizzazione del lavoro di un call center, praticamente, \u00e8 la risposta al fatto che al management \u00e8 impossibile intervenire direttamente sul principale mezzo di produzione. Per far fronte ad un simile vincolo, che si presenta come insopportabile, vengono definite le linee di comando a monte del processo lavorativo, tramite sistemi informatici che permettono la gestione del contatto con il cliente ed il controllo continuo dell\u2019attivit\u00e0 autonoma degli operatori. Tale controllo si esplica attraverso una serie di tecniche di sorveglianza, finalizzate a valutare complessivamente le performance dell\u2019operatore, a valle del processo, sia in termini di produttivit\u00e0 registrata che di adeguamento al sistema organizzativo. Ci\u00f2 comporta che gli operatori, di frequente, sottostanno all\u2019intensificazione delle esigenze produttive tramite forme di autocontrollo (o auto repressione) che, per una sorta di perversa imitazione, diventano le forme comportamentali dominanti all\u2019interno degli stabilimenti. Tali forme sono funzionali al tipo di organizzazione del lavoro vigente nei call center, che spinge al massimo la cooperazione e la comunicazione che le tecnologie digitali (ossia i software ai quali sono loggati gli operatori) richiedono. Anche qui una differenza rispetto alla passata stagione industriale, nel senso che nei call center non siamo in presenza della classica cooperazione di fabbrica (generalmente, due persone vicine che svolgono operazioni disgiunte per uno scopo comune) quanto piuttosto siamo in presenza di un insieme di comportamenti multilaterali degli operatori, tecnico scientifici e intellettuali, che garantiscono l\u2019intero processo produttivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parliamo di una cooperazione insita negli operatori, nelle attivit\u00e0 che svolgono e negli strumenti informatici che utilizzano. Il tempo passa, il tempo d&#8217;attesa al telefono aumenta, il tempo \u00e8 denaro Il tempo \u00e8 tutto nel call center.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>COSENZA &#8211;&nbsp;Le intelligenze calabresi? Rispondono al telefono. E&#8217; drammatico il quadro che esce sull&#8217;effetto call center alle nostre latitudini e longitudini. 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